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29 marzo 2012 4 29 /03 /marzo /2012 12:07

Se c’è un motivo per cui il governo tecnico è stato messo dal presidente della Repubblica Napolitano al comando dell’Italia è per migliorare la situazione economica e superare la crisi. Secondo i dati di Adusbef e Federconsumatori il governo Monti ha registrato la più consistente crescita mensile del debito pubblico, pari a 15,4 miliardi. Questi ed altri segnali dimostrano che le ricette del liberismo economico dettati dalla BCE e dal Fondo Monetario Internazionale non funzionano e servono esclusivamente a distruggere un sistema di diritti costruito attraverso anni di lotte democratiche. Eppure non manca a sinistra chi crede ancora alla favoletta che Monti e la sua superministra Fornero riusciranno a portare fuori l’Italia dalla crisi. Io non mi iscrivo al partito degli ottimisti a tutti i costi, anche perché fior di economisti altrettanto bravi rispetto a Monti ed ai suoi superministri, dichiarano il contrario e che cioè questo tipo di politica economica ci porterà soltanto ad un avvitamento dalla crisi e ad una mancanza di una crescita economica che nelle parole viene da tutti evocata ma che nei fatti viene contrastata con misure inefficaci ed antipopolari e soprattutto mortificanti per la democrazia. In questi giorni si è aperta a Buenos Aires il “Congresso d’Economisti Eterodossi”, organizzato dall’Università di Quilmes con la partecipazione di economisti di ogni estrazione e fra cui sarà presente anche  il nostro Sergio Cesaratto, l’unico italiano, accademico dell’Università di Siena studioso del pensiero di Sraffa e considerato un esperto internazionale sui fondi pensioni.Cesaratto è stato anche redattore di alcuni articoli molto importanti apparsi sul nostro giornale scritti a quattro mani con il compagno Turci. La domanda alla quale cercheranno di rispondere questi economisti è quella di sapere se esiste una strategia alternativa ed una soluzione diversa da quella che si sta praticando in Europa e che ha condannato la Grecia ad un default controllato e sta affondando l’Italia la Spagna ed il Portogallo. Sappiamo tutti che l’Argentina nel 2001 chiuse le porte al FMI ed intraprese una strada alternativa che la portò  ad uscire dal deficit fiscale e commerciale. E’ possibile fare come l’Argentina? Probabilmente no, ma certamente una soluzione alternativa esiste e dovrebbe potersi applicare alla Grecia come all’Italia ed ai paesi in crisi dell’eurozona.   

Parliamo della Grecia. Con il nuovo accordo che il governo greco ha firmato con l'Europa, per prendere il secondo prestito di 130 miliardi, si è impegnato a votare delle leggi che riducono lo stipendio dei neo-impiegati, sia statali che privati a 490 € lordi. E non finisce qui. Il governo seguendo le indicazioni provenienti dall’Europa  ha eliminato tutte le leggi che proteggevano i lavoratori ed il  lavoro. Non ci saranno più accordi firmati dai sindacati e dalla Confindustria  Greca. La Grecia si appresta a diventare una zona di commercio libero, dove i lavoratori prenderanno stipendi a livello della Bulgaria senza mutua e con contratti personali giornalieri o mensili. Praticamente una Cina fuori dalla porta di casa.

Queste misure, probabilmente non basteranno, per cui a giugno saranno adottate delle altre più pesanti.

E la democrazia? I partiti che sostengono il governo di Papadimos non rappresentano neanche il 25% del corpo elettorale. Le elezioni si faranno soltanto quando saranno sicuri che il nuovo governo formato da altre forze politiche, non potrà cambiare le leggi già votate.

Vogliono cambiare la legge costituzionale e inserire un articolo che obbligherà il governo greco ad avere  un aumento annuo del prodotto nazionale del 3-4% e il debito nazionale non superare il 103%. Se questo la Grecia non lo potrà attuarlo, sarà obbligata a essere sempre sotto il controllo dell'Europa cioè dei Tedeschi.La Grecia non potrà, ovviamente fare niente di tutto questo.

Tutte le attività del governo saranno sotto il diretto controllo dei Tedeschi. In tutti i ministeri ci sarà un commissario Europeo, il quale avrà la possibilità di intervenire e dettare e imporre leggi e scelte politiche a favore dei prestatori.

L' EUROGRUP ha chiesto, e il governo Greco ha accettato, di creare  un conto speciale, dove si  depositeranno tutti i soldi del prestito, e se questi non basteranno, la Grecia sarà obbligata di togliere dei soldi necessari per la sopravvivenza del popolo, per metterli nel conto speciale. Molto probabilmente la Grecia uscirà dalla zona euro.  Tutto questo basterà? Probabilmente no!

E che succederà se la sinistra greca si presenterà unita e cancellerà gli accordi sottoscritti dall’attuale governo? E se Francosis Hollande dovesse vincere in Francia?  Questo difficile equilibrio politico economico  creato da Merkel e Sarkozy potrebbe essere spazzato da un mutato orientamento politico di due paesi importanti e strategici per l’Europa: la Grecia e la Francia.

E l’Italia? 

In Italia con più precauzioni e con il contrasto di un sindacato importante come la CGIl, si stanno adottando misure analoghe a quelle della Grecia. Ci dicono tutti “stavamo facendo la fine della Grecia, ma lo abbiamo evitato con le misure salvaitalia” E se non fosse vero? Federico Rampini nel suo recente libro “Alla mia sinistra” Afferma “Il mercato e laglobalizzazione sono stati al centro di un grande disegno egemonico, nato nel cuore della destra americana e dei grandi centri del potere capitalistico, che hanno smantellato senza pietà diritti e tutele dei lavoratori, rendendoci tutti più isolati e più deboli. Ho voluto sfogliare il mio album di famiglia, la storia che ho vissuto con un pezzo della sinistra italiana, europea, americana dagli anni Settanta a oggi, con cui ho condiviso utopie, lotte, abbagli, sbandate e illusioni, per capire le ragioni delle nostre sconfitte, quindi aprire una pagina nuova.” E allora nella mente mi frulla in testa l’idea “e se facessimo come l’Islanda” Giustamente Rampini ci ammonisce dal non farci prendere dalla sindrome del declino. Allora come fare? E che fare? L’Argentina come l’Islanda, ma soprattutto quest’ultima  è la dimostrazione che il sistema capitalistico non è l’ultima risposta allo sviluppo  economico e sociale di un paese.

L’Islanda è la prova vivente che dalla crisi si può uscire semplicemente imboccando una strada diversa. Eppure nessuno parla dell’Islanda e l’osservazione che mi viene fatta anche da compagni qualificati è che l’Islanda è un’isola di soli trecentocinquantamila abitanti e come tale non è significativa. Se ciò fosse vero non si spiegherebbe perché l’Inghilterra la Francia e la Germania si sono dannati l’anima per impedire al governo Islandese di assumere quelle decisioni che hanno assunto. Anche in Islanda come oggi da noi, i media battevano sul terribile concetto della necessità: “bisogna farlo per il bene comune”, “ce lo chiede l’Europa”, “bisogna fare sacrifici”, “la catastrofe che si scatenerebbe ci impone di assumere decisioni impopolari”. Lo hanno detto ai greci, lo stanno dicendo a noi, agli spagnoli, ai portoghesi, così come lo dicevano agli islandesi.

Maèvero?
Ad un certo punto della storia gli abitanti dell’Islanda hanno ritenuto che tutto questo non fosse vero ed hanno attuato una pacifica ribellione.
Nel gennaio del 2009 il popolo islandese ha promosso  manifestazioni pacifiche che hanno provocato la caduta del governo conservatore di Geir Haarde. La sinistra, minoritaria in parlamento, è tornata al potere e ha convocato nuove elezioni per il mese di aprile. L'Alleanza socialdemocratica di Jóhanna Sigurdardóttir e il Movimento sinistra verde hanno ottenuto la maggioranza assoluta.  Nell’autunno in seguito a un referendum d'iniziativa popolare, l'Islanda ha affidato alle assemblee cittadine la redazione di una nuova costituzione. Nel 2010 il governo ha proposto la creazione di un consiglio nazionale costituente, i cui membri sarebbero stati eletti a sorteggio. Due referendum (il secondo nell'aprile 2011) hanno respinto il piano di salvataggio per le banche e il rimborso del debito estero. Nel settembre 2011 l'ex primo ministro Geeir Haarde è stato processato per le sue responsabilità nella crisi economica.

Quello che il governo Monti cerca di dimostraci è che uno stato se ben governato, e lui sarebbe il bravo governante, può prescindere dal popolo dalle sue necessità e anche perché no? Dai suoi umori. Ma è veramente così? L’esperienza dell’Islanda ci dimostra il contrario. Dopo tre anni l’Islanda ha terminato l’anno 2011 con una crescita economica del 2,1% e secondo le previsioni della Commissione Europea, realizzerà u n tasso di crescita triplo rispetto alla media dei paesi dell’eurozona (la crescita dell’UE è prevista allo 0,5% con tendenza al ribasso contro l’1,5% dell’Islanda) Per il 2013 la crescita è prevista intorno al 2,7% soprattutto grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro.  Si parla poco nei telegiornali di ciò che succede in Islanda mentre per tutti i tg della domenica ci hanno detto soltanto quanto è bravo Monti, quanto è bravo Napolitano e Gasparri a blaterare contro la Camusso. Poi c’è stato un bellissimo servizio sui cartoni animati e lo sport. E’ chiaro che ciò che succede in islanda deve passare sotto silenzio perché si potrebbe creare un contagio. Siamo stati traditi da una classe politica incompetente ed irresponsabile a partire da  Prodi che ha smantellato un patrimonio pubblico fatto di banche, industrie, autostrade. Nell’interland napoletano, prima che Prodi regalasse l’Alfa Romea alla Fiat, , esistevano centinaia di aziende qualificatissime che davano lavoro a centinai di migliaia di operai. Oggi al posto di quelle aziende ci sono ottocento centri commerciali costruiti molto probabilmente con i soldi della camorra.  

Gli Islandesi hanno preso il loro destino nelle loro mani e si sono  dati la possibilità di rilanciare la propria economia. Si sono sacrificati per riappropriarsi del futuro  per impedire a un pugno di speculatori senza scrupoli e senza morale di arricchirsi col sangue di una nazione.

Certo la situazione Italiana, come pure quella greca è molto diversa da quella Islandese, ma è difficile pensare che quella esperienza non abbia in se dei contenuti positivi e non sia espressione di un concetto di democrazia che noi abbiamo dimenticato dopo venti anni di dominio della destra più corriva con qualche interruzione di una sinistra smarrita e senza idee. Ha detto lo storico spagnolo Miguel Sanz Loroño“Con il rifiuto opposto al salvataggio delle banche i cittadini islandesi hanno dimostrato al mondo che la democrazia può ancora salvarsi dalle spietate leggi del capitalismo internazionale.” Questo è il motivo per cui non si parla dell’Argentina, come dell’Islanda.

Allora torna la domanda: bisogna fare come l’Islanda? Non lo so! So però che l’Islanda ci ha insegnato alcune cose: primo il 93% della popolazione ha imposto il rifiuto del rimborso del debito, senza nessuna violenza. ed ecco perché i media internazionali non ne parlano. Si tratta di una rivoluzione democratica anticapitalista che dimostra che ai mercati finanziari si può rispondere usando l’arma della democrazia. Ci arriveremo presto perché il cappio che i mercati ci stanno stringendo alla gola diventerà troppo stretto da sopportare. "L’insegnamento che può essere ricavato dall’uscita dalla crisi per l’Islanda è che è importante far sostenere il meno possibile il costo della crisi finanziaria ai contribuenti e dalle finanze dello stato” ha detto  l’analista finanziario Jon Bjarki Bentsson, della banca Islandsbanki. Il premio Nobel dell’economia americano Paul Krugman ha condiviso il parere di  Jon Bjarki Bentsson. “"Salvare le banche significa far pagare la crisi ai cittadini” e recentemente ha scritto  sul New York Times  "Dove tutti gli altri hanno salvato le banche e lasciato che i cittadini pagassero  la crisi, l'Islanda ha lasciato fallire le banche e ha di fatto aumentato la sua rete di sicurezza sociale".

L’Islanda non è certamente l’unica soluzione possibile, ma è la prova che non tutto deve essere fatto seguendo il principio di necessità. Lungi dall’essere un modello l’Islanda è una alternativa possibile ed una alternativa sostenuta da una moltitudine  che lotta democraticamente è una risposta concreta allo stato di necessità. Gli Islandesi ci hanno insegnato che un altro futuro è possibile  che esistono delle alternative e che queste sono dentro la nostra coscienza di essere popolo libero capace di autodeterminarci. A noi spetta definire ciò che è utile e necessario per uscire dalla crisi, a noi spetta  raggiungere l’isola  che non c’è e in essa trovare la motivazione per una vita che meriti di essere vissuta senza padroni che ci dicono che cosa fare e che cosa è buono e giusto per noi.

Beppe Sarno

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