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9 gennaio 2012 1 09 /01 /gennaio /2012 19:21

Di Norberto Fragiacomo

 

Londra. I paraCity ruggiscono, e il (ricco) attendente Cameron traduce il messaggio a beneficio dei continentali: la Tobin tax sulle transazioni finanziarie non s’ha da fare, né dopodomani né mai.
Neoisolazionismo britannico? Di nuovo, in realtà, c’è poco o nulla: negli ultimi trent’anni – a partire cioè dall’avvento di Margaret Thatcher, la terminator dei sindacati inglesi – il Regno Unito non ha fatto altro che sabotare il progetto iniziale di un’Europa politica, ergendosi a paladino delle istanze dei finanzieri globali. Con pieno successo, tra parentesi: non è un caso che la legislazione europea – iperliberista, ossessionata dalla concorrenza e con un approccio definito dagli esperti “sostanzialistico” (cioè mirante al sodo) – sia di matrice squisitamente britannica, o, per meglio dire, anglosassone. A ben vedere, si tratta di una situazione paradossale: è come se la disposizione dei vani, il colore e persino l’arredamento di una casa in costruzione fossero decisi non da chi ci andrà ad abitare, bensì dal vicino – un vicino influente, e dalle idee oltremodo chiare, che però non scuce neppure una sterlina.


Che cos’è, oggi, la Gran Bretagna ? Anzitutto, un’isola che ha mantenuto la sovranità monetaria, rifiutando l’elegante camicia di forza dell’euro; poi, un Paese “finanziarizzato”, senza più industrie o quasi, ed interamente in mano al capitale privato. Strano destino per la patria della Rivoluzione industriale – un destino scelto negli anni ’80 dalla Lady di Ferro, e condiviso con gli Stati Uniti d’America, dei quali l’UK costituisce, di fatto, il cinquantunesimo stato. Nell’affannosa corsa alle “liberalizzazioni”, la Gran Bretagna rappresenta la stella cometa, e un punto di arrivo: come risulta da un interessante servizio de la Repubblica di domenica 8 gennaio, oltremanica si è liberalizzato tutto, dalla sanità all’acqua, dai servizi pubblici all’offerta scolastica. Privato è bello? Mica tanto: come scriveva una dozzina di anni fa Tony Judt, le ferrovie (private) inglesi sono le più care e tra le peggiori d’Europa. Tuttavia, per i liberisti doc, la certezza, frutto di secolare esperienza, che solo lo Stato è in grado di gestire efficacemente determinati servizi suona come un’eresia. Bestemmiare Dio è consentito, ma la Libera Concorrenza non si tocca!
Invero, più che agli utenti (dei quali ci si preoccupa soltanto a parole), la “concorrenza” giova ai… concorrenti, specie quando si associano in cartelli, ed ai Paesi più ossequiosi nei loro confronti. Questo, in parte, spiega come mai la Gran Bretagna soffra meno di altri Stati europei per la crisi economico-finanziaria in atto. La “virtuosità”, infatti, non c’entra niente, e i dati lo provano: nel 2009, il Regno Unito ha avuto un rapporto negativo deficit/PIL dell’11,5% (solo Irlanda e Grecia sono andate peggio; a titolo di raffronto, l’Italia berlusconiana ha fatto segnare un modesto 5,3%, la Germania il 3,3 ); mentre il debito pubblico, certo più contenuto del nostro, è cresciuto dal 44,5 del 2007 al 77 del 2010 ed all’81,30% del 2011 (+82,7% in quattro anni, grazie al foraggiamento delle banche!). Per quanto riguarda le “passività contingenti” – vale a dire le garanzie ed emissioni a favore delle banche che non sono contabilizzate nel debito pubblico, ma che potrebbero farne parte in futuro –, esse hanno raggiunto, per l’isola felice, il 24,7% del PIL (dati Eurostat 2010), contro il 2,8% della Germania e lo… zero dell’Italia!
Considerando che il debito privato degli italiani è assai ridotto rispetto alla media europea, si può fondatamente dubitare che l’Italia sia la pecora nera (anzi: il maiale) d’Europa – ma i mercati la pensano diversamente, aggrediscono da mesi la penisola e lasciano in pace la Gran Bretagna.
Il nostro spread vola nella stratosfera, quello inglese razzola al suolo - forse perché, a Londra, il compitino liberista l’hanno già svolto, riletto e consegnato, privatizzando tutto, cancellando welfare e diritti; mentre da noi è ancora vietato licenziare per capriccio.
Con l’aiuto del british waiter, il capitale anglosassone vuole papparsi l’Europa: dopo il tzatziki greco e gli stuzzichini portoghesi, aspetta impaziente che gli portino un piattone di pasta. Non si alzerà da tavola prima di aver divorato würstel e formaggi francesi: a quel punto, soddisfatto ma non sazio, si metterà in cerca di un nuovo ristorante oppure, in mancanza, di una più modesta tavola calda.
Il capitalismo vive per mangiare – se possibile, a spese altrui.

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