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2 febbraio 2012 4 02 /02 /febbraio /2012 15:56

Non sono stato presente al seminario del 21 gennaio a Roma  ma le belle relazioni che ho letto dimostrano la qualità degli interventi e l’attenzione dei compagni di area socialista a ridefinirsi idealmente. D’altronde per noi socialisti “anagrafici”la definizione sembra scontata e questo ci porta molto spesso ad una pigrizia mentale che ci impedisce di farci quelle domande che invece p necessario porsi di tanto in tanto per capire chi siamo e se stiamo bene dove siamo. D’altronde se un uomo come Tremonti si definisce socialista, se un cialtrone come Brunetta si definisce socialista e se tanta gente a dir poco strana ama riferirsi al socialismo evidentemente un problema c’è a va risolto. Il problema da alcuni posto è appunto sapere cosa significa oggi essere socialista e se tale definizione e l’ideologia che la sorregge sia da sottoporre ad analisi critica per l’elaborazione di un uovo concetto di socialismo adattato ai tempi.

E vero infatti che dopo il fallimento del partito socialista  seguito allo scandalo di mani pulite, che vide Bettino Craxi esule e fuggiasco in Tunisia, vecchi leader  e  militanti socialisti dispersi  e variamente nascosti sotto sigle vecchie e nuove si interrogano  sul come  "rinnovare" o "ricostruire"l’identità socialista.

Per poter giungere ad una definizione o ad una semplice individuazione nell’attualità del concetto di socialismo sarà necessario far piazza pulita di due secoli di pensiero socialista e reinventare tutto, oppure  provare a reinventarlo sulla base di alcuni concetti fondamentali  elaborati  nel corso dell'Ottocento usando quelli che appaiono più attinenti all’attualità? Se la rottura con alcune idee socialiste sviluppate in passato sembra ovviamente necessaria, appare tuttavia ribadire una continuità di pensiero  rielaborando alcune teorie confrontandole con la realtà contemporanea.

Certamente per definirsi socialisti  è necessario porre dei paletti, partendo, prima di tutto,  dalla difesa dei principi nati dallo spirito della resistenza e sanciti nella Carta Costituzionale. Oggi in Italia come in Europa  assistiamo al contrario a rivendicazioni localistiche, razziste , etniche o religiose e queste rivendicazioni lungi dal dare soluzioni rischiano di rompere il patto sociale come l’avventura della Lega Nord dimostra. E anche importante che si continui a difendere il principio di laicità dello stato, continuamente messo in discussione, rifiutando  la supremazia del potere spirituale sul temporale, in un momento in cui le religioni, soprattutto nella forma più fondamentalista, acquistano particolare vigore  e cercano di minare principi che sembravano patrimonio comune della società.  Inoltre, sembra pleonastico,  il concetto di democrazia, vale a dire, il sistema multipartitico, il voto democraticamente espresso e la libertà di espressione e di opposizione a qualsiasi forma di dittatura o autoritarismo  non può che rimanere come uno degli obiettivi fondamentali del socialismo, perché  il populismo e l'estremismo di destra sono tutt’altro che estinti  e stanno ancora cercando di destabilizzare le democrazie in Europa, soprattutto in questo periodo di crisi economica e di  disgregazione sociale.

I Socialisti non dovrebbero, come purtroppo spesso accade, cedere alla demagogia ed al populismo, sarà pertanto necessario creare una demarcazione con certi ambienti che per opportunismo hanno preferito allearsi con la destra berlusconiana e con un centro politico espressione di una borghesia conservatrice e reazionaria.  Forse sarebbe meglio rinchiudersi in un massimalismo inteso come difesa del sistema parlamentare in alternativa a forme di governo autoritario che tendono al presidenzialismo. Come socialisti abbiamo il diritto ed il dovere di sognare una società di eguali, e fare dell’uguaglianza e della solidarietà il nostro cavallo di battaglia. La lotta contro le ineguaglianze sociali, che in questo momento storico sta raggiungendo i massimi livelli,  deve incarnare l'essenza del socialismo.

Infine, è necessario che i socialisti siano critici nei confronti di questo capitalismo finanziario, con cui non è possibile alcun compromesso,  difendendo l'idea che il governo dell’economia  è patrimonio di tutta la collettività compreso lo Stato, inteso nella sua accezione più nobile e dei lavoratori stessi, che invece vengono espulsi dai sistemi produttivi senza alcun diritto di intervento. Vanno rigettate le ricette Tatcheriane e il modo di intendere la produzione come un modo di conciliare lavoro e capitale, vale a dire il modo che è stato di Blair. La differenza fra Berlusconi e Monti è di stile ma le scelte vanno nella stessa direzione.

Allora i socialisti dovrebbero riferirsi ad altre esperienze produttive mettendo particolare enfasi sulle associazioni dei lavoratori, sui sindacati, che hanno difeso i diritti dei lavoratori,  sul sistema delle cooperative mai veramente attuate, magari rielaborando in chiave moderna il sistema delle partecipazioni statali recuperando in qualche modo le aziende abbandonate dai loro proprietari. Al contrario di quello che sta succedendo, l’intervento dello stato e il favorire forme associative di lavoratori dovrebbe essere privilegiato rispetto alla vergognosa corsa alle privatizzazioni, che nessun valore aggiunto crea per la collettività.

A livello ideologico, i socialisti di oggi farebbero bene a restare fedeli a  certe correnti di pensiero del XIX secolo ed anche del secolo scorso, facendo battaglie per farle metter in pratica respingendo altre impostazioni di pensiero che lungi dal risolvere i problemi della crisi attuale dimostrano tutta la loro inefficacia.

Gianni De Michelis è stato per ben cinque volte Ministro delle partecipazioni statali  e questo dimostra l’impegno dei socialisti su un’idea di industria che colma i vuoti dell’industria privata e ne diventa supporto indispensabile o addirittura ne diventa apripista. Non dobbiamo dimenticare che la rinuncia alle partecipazioni statali non fu fatta a seguito di un fallimento del principio ma a seguito di idee neoliberiste nate dal desiderio di applicare le direttive del  cd “Washington Consensus”, espressione coniata nel 1989dall'economista John Williamson per descrivere le  10 direttive di politica economica destinate ai paesi che si trovino in stato di crisi economica, e che costituiscono un pacchetto di riforme "standard" indicato da organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, quindi vera e propria ideologia neoliberale condensato del pensiero della famosa  "Scuola di Chicago ". Non a caso in Italia uno dei promotori di questo pensiero libero fu l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Quelle direttive sono oggi alla base del disastro europeo cui stiamo assistendo impotenti.

Certamente impedire la privatizzazione delle industrie di stato e dei  servizi pubblici essenziali dovrebbe essere una lotta socialista, non una battaglia di retroguardia volte a mantenere o privilegi acquisiti, ma una battaglia di principio in nome della giustizia sociale e dell’uguaglianza davanti alla risorse economiche.

I socialisti dovrebbero anche farsi carico di garantire il diritto ad un voto libero ed a scelte politiche consapevoli. Ciò consentirebbe  alle  classi sociali meno abbienti,  ove se ne creassero le condizioni di prendere il potere, non come si pensava ai tempi della Prima Internazionale  mediante  l'insurrezione armata, ma attraverso la pacifica lotta democratica. Questo potrebbe succedere nel momento in cui i movimenti cioè quelle organizzazioni spontanee di studenti, precari, cassintegrati, licenziati, emigranti attraverso le spontanee manifestazioni si riconoscessero in  una  politica che li attrae  e li salda diventando un corpo unico, come testimoniano tutte le esperienze in cui la classe politica è riuscita ad essere avanguardia del movimento. Ci si domanda perché la sinistra non riesce ad attrarre consensi: la risposta è una sola: non c’è una sinistra unita e l'unità della sinistra  sarà possibile soltanto quando questa riuscirà ad  offrire un'alternativa credibile all’attuale sistema di governo.

Oggi, i sindacati difendono, molto spesso in totale isolamento e a volte infruttuosamente le  conquiste sociali e i diritti sanciti contrattualmente. Attualmente assistiamo inermi all’attacco al sistema del cd. mercato del lavoro ed al desiderio del capitale di smontare tutte le conquiste guadagnate con decenni di lotte sindacali. Emblematica è la richiesta di abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Ciononostante da parte di alcune parti del sindacato e di autorevoli membri della sinistra si leggono segni di cedimento ed una certa volontà di integrazione nel sistema, perché la classe politica di sinistra non riesce  sufficientemente a motivare gli operai con  un ideale, con una critica più radicale, o proponendo un progetto di  società futura.

Molti pensatori del  diciannovesimo secolo potrebbero essere riferimento di noi socialisti contemporanei nella misura in cui ci rendiamo conto che il capitale finanziario internazionale indirizza il governo degli stati  in modo egoistico e retrogrado, e che la "classe industriale " composta di datori di lavoro  e operai, impiegati e artigiani, è stata espropriata dalla impresa “multinazionale”. 

Nel primo ottocento vi era, stranamente, una situazione economica abbastanza simile ad oggi, nella misura in cui l’imprenditore globale si cura poco della sorte dei propri dipendenti e del  loro lavoro, ma piuttosto dei profitti che realizzano e delle remunerazioni ai loro azionisti. L’idea di dare potere ai dipendenti e di farli partecipare alla vita dell’impresa sarebbe più attuale che mai ed anche questo è un concetto che si potrebbe riprendere dai padri del pensiero socialista.

Noi  socialisti del terzo millennio potremmo renderci conto che come già facevano i pensatori socialisti del secolo scorso che i contadini sono stati privati ​​di una parte della loro ricchezza tramite intermediari e che la loro produttività è bassa a causa della frammentazione della proprietà.

 Per un programma socialista potremmo prendere in prestito  alcune idee di Proudhon: quello della subordinazione della proprietà, come parte di un nuovo sistema economico, e la teoria della mutualità, che specula sulla possibilità di un contratto tra produttori e consumatori. In effetti, ripensare il concetto di  proprietà oggi potrebbe essere un'idea interessante che i socialisti potrebbero prendere in prestito, non cercando  espropri generalizzati, ma sviluppando la proprietà pubblica. Altro che privatizzazioni.

Non andrebbe neppure dimenticato il cd.”solidarismo” corrente di pensiero nata in Francia all’inizio del secolo ventesimo che si dedicava alla ricerca della "terza via", alla ricerca cioè di una forma di convivenza sociale che rifuggiva tanto dall'individualismo capitalista, quanto dal collettivismo comunista. Questo corrente di pensiero se rivalutata potrebbe farci ben confutare non solo i limiti della esperienza sovietica e del comunismo di stato, ma anche i difetti del liberismo che è un’ideologia che si fonda sulla disuguaglianza.

I Socialisti non dovrebbero dimenticare  l'importanza del socialismo cristiano attualmente molto forte in America Latina e che in Italia ha trovato uno dei suoi massimi esponenti in Lucio Schirò, che tentò con esiti interessanti di conciliare Cristianesimo e socialismo in un Socialismo evangelico. I "socialisti  cristiani", soprattutto negli anni sessanta e settanta, erano considerati i cristiani che aderivano al pensiero marxista, nella sua accezione socialista, depurandolo dagli eccessi rivoluzionari, dall'estremismo di sinistra e dalle posizioni anticlericali. In Francia Philippe Buchez,  faceva  appello alle associazioni dei lavoratori, contro la  soluzione comunista che a suo avviso privava il popolo della libertà in nome dell’uguaglianza.

Non si possono nemmeno dimenticare quei pensatori che denunciavano che il principio della concorrenza era da considerare la prima causa della disorganizzazione sociale  e moltiplicatore di povertà.  Sulla base di queste idee socialiste si potrebbero ben contrastare le direttive europee di ispirazione liberista e che invece mettono la concorrenza al centro delle loro preoccupazioni, spingendo i governi nazionali alle cd. liberalizzazioni che altro non sono che un’aspirina data ad un malato di cancro terminale.

Al contrario un programma socialista potrebbe sostenere con buone probabilità di successo che l’uguaglianza potrebbe essere l’idea guida per l’organizzazione di una società in cui il profitto sia una delle componenti ma non l’unica.

Oggi non è necessario ripensare il concetto di socialismo perché sarebbe sufficiente recuperare le idee principali dei vari  teorici del socialismo per alimentare la  critica del liberalismo e della globalizzazione, ma anche per un approccio  alle teorie più recenti dell'economia solidale che non si basa sul profitto.

Grazie a questo patrimonio di pensiero che è nella nostra storia si può pensare ad una economia alternativa, il cui progetto sia l'ecologia, lo sviluppo della comunità locali, l’ utilità sociale e di cui l’autogestione sarebbe una forma di organizzazione.

A questo punto sorge spontanea la domanda se si deve  dividere definitivamente la teoria socialista da quella teoria socialista maggioritaria che fu il marxismo, perché le previsioni marxiste non sono state realizzate e i regimi comunisti, che essa ha generato, hanno fallito, oppure bisogna ispirarsi  allo " spirito di Marx", confrontando però  la sua teoria alla realtà di oggi, e possibilmente modificandola. In altre parole, i socialisti dei primi anni del ventunesimo secolo dovrebbero essere socialdemocratici o rivoluzionari? 

Fermo restando la critica al Marxismo soprattutto perché il comunismo è cultura politica di una sola classe, quella operaia, oggi invece si deve parlare a più strati della società senza però dimenticare la genialità del metodo marxista. Per parlare a costoro non è necessario inventare niente perché tutto o quasi tutto è conservato in quel grande scrigno che è la storia del pensiero socialista, basta saperci mettere le mani con umiltà e mostrarlo alla gente.

Al giorno d’oggi non si può più pensare ad una rivoluzione ed alla presa del potere da parte di una sola classe, perché i socialisti del ventunesimo secolo debbono essere più che mai  fedeli ai principi espressi nella Carta Costituzionale, laici, democratici e favorevoli al progresso, sia esso  scientifico, sia esso inteso come progresso sociale. I socialisti debbono sentirsi investiti della  missione di trasformare la società e pronti a  lottare sempre dalla parte dei più deboli contro ogni forma  di resistenza organizzata dalla reazione. I socialisti di oggi non debbono mai dimenticare che esiste un'altra società possibile rispetto all’organizzazione sociale attuale. Ci dovrà per questo essere da parte nostra atteggiamento partecipe contro l’ingiustizia diffusa, diffondere la solidarietà come arma di lotta politica  e avere come obiettivo principale quello di  sradicare la povertà di strati sempre maggiori della società creando al contempo una società di eguali e liberi.

Utopia, sogni? Forse, ma se i sogni diventano di tutti molto spesso si trasformano in realtà.

Beppe Sarno

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