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27 dicembre 2011 2 27 /12 /dicembre /2011 17:53

La teoria del caos, è una teoria che riguarda la Fisica, ma può tranquillamente essere applicata a tutte le scienze. Applicata all’economia moderna“caos” oggi si collega alla parola liberalismo, quello più sfrenato. Negli ultimi venti anni gli economisti liberisti hanno teorizzato  che il libero mercato, facesse bene allo sviluppo. Naturalmente gli economisti liberisti parlavano e parlano dello sviluppo capitalistico e delle elitès imprenditoriali: gli investitori.

In questa logica importava poco se un ’operatrice di call center o un operaio perdesse  il lavoro. Il concetto di base degli economisti liberisti era che lasciando  esprimere il caos senza intervenire, tutto si sarebbe risolto da sé. Così non è stato. La globalizzazione in sé inevitabile e forse giustificata è diventata una nuova forma di capitalismo inaccettabile perché ha generato disagio sociale ed è stato la causa fondante della crisi economica attuale. Qualcuno dice che la crisi economica del 2008 non era prevedibile. Niente di più falso! Alan Greespan nel dicembre 1996 aveva affermato che un’esuberanza irrazionale(irrational exuberance) aveva portato a sopravvalutare i mercati finanziari. Non a caso, aggiungerei. Tanto bastò per gettare nel panico gli investitori, sempre loro, i padroni del mondo, e spingerli a vendere le azioni sui mercati di Europa, Asia e America. Ecco la teoria del caos che si riaffaccia con prepotenza. Cause di per sé minime possono avere effetti devastanti. Berlusconi deriso da Merkel e Sarkozy porta lo spread a oltre cinquecento punti. Contemporaneamente, il “capitalismo creditizio”(definizione di Hans- Martin Schonherr Mann) di imprese istituzioni private e pubbliche, in cui tutto si paga tramite il credito, ha portato al crollo del sistema bancario. Anche questo voluto dagli investitori, che hanno così costretto gli stati a massici interventi pubblici per salvare le banche senza nessuna contropartita. Il Presidente Obama nel suo discorso di investitura nel gennaio 2009 ha preso atto che “la nostra economia si è fortemente  indebolita in conseguenza della grettezza e della irresponsabilità di alcuni, ma anche della nostra collettiva incapacità di compiere scelte difficili e preparare la nostra nazione per una nuova era. C’è chi ha perso la casa. Sono stati cancellati posti di lavoro. Imprese sono sparite, il nostro servizio sanitario è troppo costoso  e ogni giorno porta nuove prove del fatto che il modo in cui usiamo le risorse energetiche rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta” Dopo tre anni Obama ha perso la sua sfida ed il fallimento degli stati di fronte ai mercati è sotto gli occhi di tutti.

La domanda è: si potrà fermare la fatale avidità dei mercati e la sua hibris? Per rispondere è preliminarmente necessario porsi due domande fondamentali e cioè e necessario domandarsi come interpretare l’attuale crisi economica e come una sinistra possa proporre delle alternative credibili da proporre ai soggetti passivi della crisi.   In questo senso non si può parlare di crisi, ma di fallimento del disegno neoliberista e di un nuovo assetto mondiale dell’economia determinato dall’avidità dei mercati.

Lo scrittore inglese Aldous Huxley immaginò, con profetica esattezza, quello che sarebbe poi successo a distanza di ottanta anni nel libro uscito nel 1932 Un Mondo Nuovo,in cui lo scrittore descriveva un sistema capitalistico, prodotto ultimo dello sviluppo tecnico e scientifico, “Un mondo nuovo” nell’anno 642 dopo Ford, in cui la produzione  e il consumo di massa prendevano il posto di Dio e della religione. Il libro fu molto criticato da T. S. Eliot da Virginia Wolf, da George Orwell e soprattutto da Teodoro Adorno che bolla pesantemente l’autore in questi termini “« Huxley si schiera con coloro che all'era industriale rimproverano non tanto la disumanità quanto la decadenza di costumi. L'umanità viene posta dinanzi alla scelta tra la ricaduta in una mitologia che a Huxley stesso pare discutibile e un progresso verso una compatta illibertà della coscienza. Non resta nessun spazio per un concetto dell'uomo che non si esaurisca né nella coercizione del sistema collettivistico né nella contingenza del singolo. La costruzione di pensiero che denuncia lo Stato universale totalitario mentre esalta retrospettivamente l'individualismo che vi portò, è totalitaria essa stessa». Anche queste profetiche parole.

La crisi economica attuale ha conosciuto almeno altre cinque crisi significative. Se fino agli anni settanta abbiamo assistito ad una fase di espansione delle economie mondiali, abbiamo poi vissuto un periodo di grossa instabilità politico-finanziaria che potremmo individuare nella crisi asiatica, nella crisi russa, la crisi argentina, la bolla di internet e la crisi dei subprime. Viviamo oggi la crisi dell’attacco al cuore del sintema capitalistico: l’Europa.  Quali le caratteristiche? La prima è che l’aggressività dei mercati si è spinta al punto da ritenere conveniente e produttivo aggredire il cuore del sistema capitalistico e non la periferia. La seconda è che questa aggressione ha comportato l’indebitamento delle famiglie prima negli Stati Uniti e poi nell’Europa, questo ha determinato l’ulteriore conseguenza di un deficit commerciale insostenibile,e di un arretramento complessivo della crescita industriale, cui sono seguiti fallimenti, chiusure di aziende, licenziamenti massici di operai ed un massiccio attacco ai salari ed al potere d’acquisto degli operai e della piccola borghesia. Non a caso questa crisi ha comportato anche una  mutazione storica del movimento operaio. La fabbrica non è più il centro del modo produttivo e il sistema organizzativo dei lavoratori nel suo complesso scricchiola e mostra crepe evidenti, non riuscendo più a imporre scelte e difendere diritti acquisiti. Infine c’è la crisi ecologica. Più scarse sono le risorse più assistiamo alla corsa all’accaparramento ed allo sfruttamento sistematico delle risorse naturali. Il modello di accumulazione neoliberale cede il passo ad una nuova visione del capitalismo che cerca un rilancio più aggressivo e più crudele, ma nello stesso tempo più flessibile e più razionale dal suo punto di vista. Come hanno risposto gli Sati nazionali e l’Europa a questi problemi? Da una parte vi sono stati  aiuti unilaterali alla finanza senza alcuna contropartita politica. Un esempio è il regalo che la BCE, in questi ultimi giorni,  ha fatto alle banche dell’eurozona  decidendo di prestar loro duemila miliardi di euro (avete letto bene: duemila miliardi di euro, di cui 489 già sganciati ), a un tasso fisso dell’uno per cento. I duemila miliardi in questione ovviamente sono soldi di tutti i cittadini dell’eurozona, che finanziano le banche private della stessa eurozona. Essendo l’inflazione superiore all’uno per cento, una parte di questi soldi sono stati semplicemente regalati.  Ecco dimostrato come il capitale impone agli Stati ed alla comunità europea le sue scelte facendo realizzare  un osceno guadagno alla speculazione finanziaria che è stato e sarà pagato dai contribuenti “soliti noti”. E’ stato facile trovare duemila miliardi per rifinanziare le banche e non si riescono a trovare i soldi per rilanciare l’economia e per rimettere in moto il sistema produttivo per risolvere il problema dell’indebitamento delle famiglie, dei giovani precari, dei disoccupati del ceto medio impoverito.

Alcuni economisti hanno definito questo fenomeno come la perfetta realizzazione del capitalismo.  “la deregulation, compreso il mercato finanziario del lavoro, è in linea con il funzionamento ottimale del capitalismo dal suo punto di vista. L’evento generatore è il calo della quota dei salari. Tanto più che il profitto aggiuntivo che deriva dalla diminuzione della quota dei salari non è investito. La domanda allora è se questo profitto non viene reinvestito a causa del ruolo giocato dalla finanza o, più radicalmente, perché i bisogni sociali  non possono essere sufficientemente remunerativi. In quest’ultima prospettiva, riteniamo che il settore finanziario si nutre di questi non-utili reinvestiti. (Michel Husson) Come non essere d’accordo?

In questa dimensione paradigmatica la crescita diventa il problema e non la soluzione e conseguentemente non ci dobbiamo aspettare  il ritorno in fabbrica dei milioni di operai espulsi dal sistema produttivo, perché ciò non è coerente con gli attuali rapporti di forza e perché non possiamo sperare in un ritorno all’ethos delle classi possidenti. Come non esistono lupi buoni e lupi cattivi, ma solo lupi, così non esiste un capitalismo buono e un capitalismo cattivo ma solo un sistema capitalistico industriale e finanziario intrecciato che rende impossibile  un ritorno a un capitalismo produttivo. Questa mancanza di crescita significa inevitabilmente aumento della disoccupazione, ma anche perdita di gradi di libertà della politica economica. In questo senso paradossalmente parrebbe la Cina il sistema capitalistico ideale. Ecco quindi il risultato dell’analisi: il liberismo è stato sconfitto definitivamente, il libero mercato è un’utopia e utopia significa “luogo che non esiste”. La globalizzazione è stata un’allucinazione, un’illusione ottica. Si salvano le banche con i soldi della classe operaia e della piccola e media borghesia e non si utilizzano fondi per raggiungere obbiettivi primari di salvaguardia della collettività: libero accesso all’acqua potabile, cibo adeguato per tutti, condizioni di vita soddisfacenti, sanità libera e istruzione primaria per tutti, salari adeguati. La nave del capitalismo salpata dall’isola di Robinson Crusuè veleggia speditamente verso “l’isola che non c’è”. Le misure economiche che la Francia e la Germania  stanno imponendo in  Europa sono state  definite dagli economisti come soluzioni non cooperative. Soluzioni che dimostrano soltanto l’esistenza di tensioni e spaccature determinate da una ipercompetizione fra stati e che hanno causato l’eliminazione di una serie di principi fondanti della comunità europea, che trovavano invece la loro origine e giustificazione nella solidarietà fra gli stati e le popolazioni.

E la sinistra? Il problema è che la sinistra nel suo complesso non è fino ad oggi riuscita a proporre politiche alternative né imporre cambiamenti nei rapporti di forza che avrebbero potuto imporre sviluppi effettivi dell’orientamento politico.  Ecco perché da parte dei partiti della sinistra tradizionale si è assistito, e questo è paradigmatico nell’atteggiamento e nelle scelte dei dirigenti del Partito Democratico, che si sbraccia in  una gara a chi è più bravo ad applicare le ricette della BCE, della Commissione Europea, del Fondo Monetario Internazionale. Così non si va da nessuna parte e non si riusciranno mai a leggere i messaggi che da più parte arrivano dai movimenti di base, che vengono di volta in volta bollati come violenti, avventurieri, irresponsabili.

Il governo mondiale, che le istituzioni finanziarie stanno cercando di imporre una lunga serie di crisi in cui saranno sottratti sempre più diritti e sempre più risorse economiche alle fasce di popolazione a reddito fisso. Non a caso in Italia si parla di una nuova manovra economica ed in Francia si comincia svendere il patrimonio immobiliare dello Stato e presto lo si farà anche in Italia. Tutto questo diventa soltanto una curiosità giornalistica da inserire in coda ai telegiornali.

Come rispondere  alla crisi e qual’è l’alternativa? Non c’è dubbio che gli imputati non sono quelli che si tenta di dimostrare nei vari dibattiti politici televisivi. Non certo gli operai a cui si tenta di sottrarre l’art.18 dello “Statuto dei Lavoratori” e non solo. Non certo le massaie a cui è stato addebitato di condurre un menage al di sopra delle loro possibilità. Non certo i precari a cui ogni giorno viene sottratto un pezzo di futuro. Non certo i pensionati cui sono state imposte regole rigidissime. No! L’imputato è proprio il sistema capitalistico globale nella sua dimensione e struttura attuale.

 

Come uscirne? La risposta no n può essere che politica e deve essere data in termini di uscita dalle logiche mercantilistiche del capitalismo moderno. Oggi, subito bisogna pensare di superare questo modello economico ed oggi vanno pensate le modalità di questo superamento. In questa ottica solo una risposta radicale che combini risposte immediate e risposte di una trasformazione della società verso forme più avanzate in senso sociale potrà impedire al capitalismo di trovare esso stesso una risposta alla crisi nel senso ad esso più congeniale e certamente contrario agli interessi della collettività.

Il punto di partenza è proprio quello di difendere le condizioni materiali di milioni di esseri umani. In questo senso, nel nostro paese,  la difesa per la sopravvivenza dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori è fondamentale perché ciò implicherà rivendicazioni per la difesa dell’occupazione e il divieto di licenziamenti ad libitum. Appare corretta l’osservazione di Ferrero che ha posto la domanda del perché non si abolisca la legge 30 al posto dell’art. 18. Va difeso il tenore di vita dei cittadini dimostrando l’inconsistenza e l’inutilità di manovre finanziare che servono solo a ricapitalizzare banche che mai rimetteranno in circolo i capitali riguadagnati.  Vanno protetti gli alloggi. Chi appena frequenta i Tribunali sa quanto sono aumentate le istanze di sfratto per morosità. Va difesa l’istruzione pubblica. Ma soprattutto bisogna realmente pensare in termini di redistribuzione della ricchezza. Anche il mercato bancario e finanziario deve essere aggredito e regolamentato e anche lì ci sono misure temporanee ed urgenti e misure di lungo periodo da imporre. In una parola è necessario muoversi su due assi: rottura dei mercati finanziari e redistribuzione della ricchezza. Questo impone però una risposta politica alla crisi. Marx nella critica al programma di Gotha affrontava il problema proponendo l’estensione alla sfera economica di un’idea democratica rimasta confinata alla sfera politica.  Se questo è vero allora una prima risposta concreta possiamo leggerla nella “Dichiarazione finale della Conferenza Internazionale di economia Politica  - Risposte alla Crisi Economica Mondiale.” Realizzata l’11 ottobre 2008 a Caracas Ottobre del 2008 con la presenza di accademici e ricercatori di Argentina, Australia, Belgio, Canada, Cile, Cina, Corea del Sud, Cuba, Ecuador, Spagna, Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Messico, Perù, Uruguay e Venezuela.  In questo documento si legge testualmente “La crisi minaccia l’economia reale e, se non si passa ad azioni energiche e immediatamente effettive, ciò può ripercuotersi in maniera spaventosa sui popoli del mondo in particolare sui settori già deboli e subalterni.” Si legge ancora nel documento “Né l’intervento statale gigantesco che si è osservato nelle ultime settimane per salvare enti disarticolati e svuotati dalla speculazione né il massivo indebitamento pubblico sono alternative plausibili per uscire dalla crisi. La dinamica attuale anima ronde di concentrazione del capitale e, se non esiste una ferma opposizione dei popoli si amplificherà ancora di più ed in forma perversa la prospettiva di ristrutturazione solo per salvare settori privilegiati.”Quale la soluzione?  “Dentro tale prospettiva si iscrive la necessità di un’uscita post-capitalista, denominata dal Venezuela come Socialismo del XXI secolo.”

Ecco la parola magica, ecco la risposta: “Socialismo”. “Si deve” è scritto nel documento “rompere con il permanente ripetersi di un sistema che beneficia centralmente la speculazione, approfondisce le differenze economiche  e castiga particolarmente i paesi e i settori più esposti.” Di fonte ad una prospettiva di una crisi di lungo periodo il documento propone “farsi carico immediatamente della custodia dei sistemi bancari sotto la forma controllo, intervento o nazionalizzazione senza indennizzo[……] la funzione di queste misure è prevenire la fuga di capitali all’estero[……] Bisogna chiudere i rami off-shore del sistema bancario di ogni paese etc.” Infine il documento conclude “Seguendo il principio di non sostenere i banchieri ma i nostri popoli, devono mantenersi i bilanci pubblici per la spesa sociale e prevedere il suo incremento davanti agli imminenti effetti della crisi internazionale sui nostri popoli essendo la priorità: sicurezza dell’occupazione, salute ed educazione pubblica, casa. La crisi finanziaria internazionale ha messo in evidenza la complicità del FMI, della Banca Mondiale e del BID con banchieri transazionali che hanno provocato il collasso attuale con le loro terribili conseguenze sociali. Il discredito di questi organismi è palese.”

Come fare per seguire ed applicare queste indicazioni. Afferma un vecchio detto tedesco “Non bisogna fidarsi dei sogni.” Infatti il pericolo è che ci sono sogni che è meglio che non si avverino; ci sono sogni che purtroppo non si avverano; ci sono sogni che si avverano solo in seguito.  Dopo la fine del Partito socialista, il mio sogno ed il mio impegno politico quotidiano è stato quello di lavorare sempre per la costruzione di un partito della sinistra italiana che messe da parte le divisioni storiche fra comunisti e socialisti, non più attuali   né giustificate dalla situazione politica internazionale. Il 28 agosto 1963, il  Pastore battista Martin Luther King Jr., difensore dei diritti dei neri d’America  tenne il suo discorso profetico a Washington D.C. davanti al Lincoln Memorial, I have a dream, in cui illustrò la sua visione dell’equiparazione dei neri americani. Il 4 aprile 1968 fu ucciso a Menphis, Tennesse, ma il 4 novembre 2008, quarantacinque anni dopo quel discorso, Barack Obama è stato eletto presidente degli Stati Uniti. Il primo nero ad entrare nella casa Bianca. Il sogno di Mrtin Luter King Jr non era di quelli di cui non ci si può fidare. Perché? “Se uno sogna da solo, il suo sogno rimane solo un sogno, ma se sogniamo tutti insieme, allora il sogno diventerà realtà.” Anche queste sono parole di un grande, il Vescovo di Recife, Helder Camara, uno dei più importanti vescovi del concilio Vaticano II, il quale diceva anche “« Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista. » era un socialista. Ho creduto che il partito della sinistra  potesse nascere con la “Costituente Socialista”, e Marco Pannella all’epoca parlò di “un evento di grande portata politica" e Ugo Intini affermò insieme ad Emma Bonino  "insieme uniremo i socialisti per unire i riformisti". Ma le elezioni anticipate non permisero a Boselli di portare a compimento il disegno.  Poi ho creduto nella prospettiva di “Sinistra e Libertà” , ma Nencini per calcoli di bottega preferì far naufragare il progetto.
L’esigenza di un partito della sinistra di un partito di massa politicamente alternativo è un’esigenza insopprimibile della sinistra e dei socialisti italiani nella attuale fase politica in cui il PD ha rinunciato ad ogni velleità riformista, preferendo abbracciare il credo monetarista di Monti. Oggi ho fiducia nel Network che insieme a tanti compagni senza partito abbiamo faticosamente costruito. Ma il Network per il socialismo europeo deve riuscire a confrontarsi con le altre realtà della sinistra Italiana, prima fra tutte Sinistra Ecologia e Libertà, spostando sempre più a sinistra l’asse dell’intervento politico e delle iniziative concrete, ma anche questa SEL  deve compiere significativi passi avanti verso nuove forme di aggregazione e nuove forme di iniziativa politica. Significativo e perfettamente condivisibile appare in questo senso il documento sottoscritto da Peppe Giudice e da altri compagni iscritti a SEL e contemporaneamente aderenti al Network, non a caso titolato “APPELLO DEI SOCIALISTI ISCRITTI A SEL: PER UN PARTITO ED UN PROGETTO DEL SOCIALISMO DEMOCRATICO DEL XXI SECOLO” in cui leggiamo “ A nostro avviso oggi SeL può svolgere un ruolo importante e propulsivo, a patto che cessi di essere pura proiezione di un leader (che ha svolto un ottimo compito). Si dia una identità e si radichi. OGGI UNA SCELTA DI SEL DI ENTRARE NEL PSE E NELL’INTERNAZIONALE SOCIALISTA sarebbe una mossa che muoverebbe in positivo il quadro politico, e soprattutto accelererebbe l’esplosione delle contraddizioni nel PD: questo del resto sarebbe il detonatore vero di una ricomposizione della sinistra su un progetto di socialismo democratico.
Vedete, compagni: il socialismo democratico non è il capitalismo più il welfare come un vecchio comunismo settario l’ha dipinto. Questo al massimo può essere il progetto di un partito liberal-democratico.
No il socialismo democratico, come lo abbiamo appreso fin dagli anni 30, è riforma strutturale dei rapporti di potere economico e sociali generati dal capitalismo. IL socialismo democratico non ha le velleità palingenetiche del comunismo e non pretende di essere un modello perfettamente compiuto o la fine della storia, ma è processo che modifica la realtà.
Socialismo democratico significa welfare di qualità ma anche economia mista che prevede la gestione pubblica (aperta alla partecipazione dei lavoratori e dei cittadini ) dei beni comuni e collettivi, nonché dei settori strategici dell’economia, democrazia economica e codeterminazione nel settore privato (con la responsabilità sociale dell’impresa), spazio ad una economia cooperativa e mutualistica, incentivi alla piccola impresa, nel quadro di una generale programmazione democratica dello sviluppo (che oggi necessariamente include il tema della compatibilità ambientale dello stesso).
” Dalla combinazione virtuosa del Network  e di SEL con una naturale confluenza nel PSE può vedere la luce la premessa e la promessa dell’avverarsi del sogno che “ se sogniamo tutti insieme, quel  sogno diventerà realtà.

Beppe Sarno.

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