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22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 10:22

Con l’approvazione del finanziamento di centotrentamiliardi di euro  alla Grecia alle condizioni richieste si può senza dubbio parlare di una effettiva abolizione della sovranità nazionale di questa nazione. Che ci crediate o no, l'Unione europea ha posto in essere una pacifica occupazione della Grecia, mettendo in buona sostanza  l'economia del paese sotto tutela diretta dei paesi del nord europee in difesa dei loro potenti interessi finanziari.

Terrorizzati dalla prospettiva di un default della Grecia - il che significherebbe una perdita  del 50-70 per cento per alcune grandi banche tedesche e francesi, che sono esposte nei confronti del debito greco per la somma di $ 119 miliardi - I leader dell'UE hanno spinto per una soluzione della vicenda a  condizioni così gravi da abolire in modo reale e concreto la sovranità greca.

Possiamo senza dubbio affermare che l’intervento dell’Europa ha portato, ad un intervento esterno senza precedenti nell'economia greca, compreso il coinvolgimento internazionale nella riscossione e nella privatizzazione dei beni statali. Il “Financial Times” aveva previsto quanto è successo oggi da mesi. Il problema adesso è di sapere fino a che punto il popolo greco accetterà tali misure e se le elezioni, ovemai non fossero rinviate, riusciranno a ribaltare la situazione.

Ma esistono  opzioni o quello che è successo o era una via obbligata? Per capire come uscire da questa crisi, dobbiamo capire in primo luogo come ci siamo entrati. Troppe bugie e falsità sono state diffuse dai media e continuano a cadere sulle nostre teste senza una efficace controinformazione.
Da quando è stato introdotto l'euro, la Germania ha tratto enormi benefici da una moneta sottovalutata sistematicamente, rendendo i suoi prodotti molto più economici per i consumatori stranieri e quindi ha notevolmente aumentato le sue esportazioni. Questo ha permesso ai tedeschi di accumulare eccedenze finanziarie di grandi dimensioni. E’ sotto gli occhi di tutti che la Germania è la nazione più ricca dell’eurozona. Mentre tutti allegramente compravamo le belle Golf della Volkswagen le Banche Tedesche si incaricavano di investire in maniera redditizia le eccedenze patrimoniali accumulate, la Grecia,  aveva il problema opposto. Con la sua moneta in modo permanente sopravvalutata e l'appartenenza ad un mercato unico europeo, la Grecia non è riuscita a competere con l’alta tecnologia della Germania né  con la bassa tecnologia della Cina.

il risultato è stato che i tassi di crescita sono stati troppo lenti e il deficit ha cominciato a correre a dismisura. Sembra la fotografia dell’Italia. La Germania e la Francia hanno fatto man bassa dei lavori per le Olimpiadi di Atene e si sono continuate ad arricchire vendendo forniture militari di cui non c’era bisogno. Una macchina burocratica lenta, inefficace e corrotta ha fatto il resto.  Il popolo greco ha vissuto al di sopra delle sue possibilità. Ignominiosa bugia!

In entrambi i casi, al fine di finanziare il proprio  deficit, la Grecia ha dovuto vendere le obbligazioni agli investitori stranieri. Inizialmente, qualcuno lo ricorderà,  Standard & Poor ha dato alle obbligazioni greche una tripla A di rating. A nessuno faceva comodo in quella fase suonare campanelli di allarme e alla festa partecipavano tutti e le banche europee aumentavano il loro potere facendo profitti acquistando il  debito sovrano greco. La Grecia era ormai assuefatta e le banche operavano come veri e propri spacciatori di droga.
Ora, col senno di poi, è sotto gli occhi di tutti quanto siano state  criminali queste scelte sia da parte del governo greco che da parte delle banche del Nord Europa. Ora, però, gli unici a pagare sono i Greci.
Leader europei, fra cui i nostri Draghi e Monti attraverso media fin troppo compiacenti  hanno attaccato la Grecia per avere un welfare eccessivo  dichiarando che quello era la radice della crisi. Non è vero come non è vero che i greci sono troppo pigri: è un’accusa che rasenta il razzismo.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel invita i popoli mediterranei a “Lavorare di più". La verità e che queste dichiarazioni servono alla Merkel per placare il suo elettorato e che questa propaganda che coinvolge anche l’Italia serve a nascondere il fatto che le Banche europee sono insolventi  cioè che malgrado le iniezioni di liquidità che stanno avendo, sono senza soldi. Al posto dei soldi hanno una montagna di titoli tossici dei quali non si sono ancora sbarazzati.
Il salvataggio della Grecia servirà soltanto a tentare di salvare le banche vere e proprie spacciatori di droga. I greci continueranno ad essere inadempienti  e questo salvataggio servirà soltanto a farli diventare più schiavi dei loro nuovi padroni europei, che stanno comprando tutto ciò che in Grecia ha un valore commerciale a prezzi di realizzo.
Qualcuno dice che oggi la Merkel stia facendo economicamente ciò che la Germania non riuscì a raggiungere militarmente 70 anni fa: annettere  la periferia europea, tra cui l’Italia, malgrado Monti, nel tentativo di servire gli interessi nazionali della Germania. Distruggendo la sovranità greca, Merkel rischia di incendiare l’Europa e far morire la democrazia.

Nel frattempo, le due uniche opzioni reali di liberarsi dal debito della Grecia vengono sistematicamente ignorate. Forse il default della Grecia che è nei fatti dovrebbe essere consentito in maniera formale e non mi sento di condannare quei cittadini greci che vogliono uscire dalla zona euro per affrontare elezioni democratiche  elegger un governo che affronti una drastica politica di redistribuzione permanente dei redditi.

Se questo avverrà ce lo diranno solo le elezioni prossime venture perché in Grecia come in Europa deve essere ripristinata la democrazia sia attraverso misure  nazionali che tramite istituzioni transnazionali. La situazione attuale, in cui gli interessi finanziari del Nord hanno precedenza rispetto alle crisi dei paesi dell'Unione europea, è profondamente antidemocratica e irresponsabile e non tiene conto delle esigenze reali dei cittadini europei.

Purtroppo quello che è successo al popolo greco potrebbe essere  solo l’inizio di una crisi che coinvolgerà sempre più paesi: Portogallo, Italia, Spagna.

In questa folle danza sull’orlo di un precipizio nessuno si preoccupa di fermare una emorragia inarrestabile che solo i popoli così come è successo alla fine della seconda guerra mondiale sapranno fare. Ancora una volta c’è bisogno di una  nuova resistenza.

Beppe Sarno

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15 febbraio 2012 3 15 /02 /febbraio /2012 17:56
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15 febbraio 2012 3 15 /02 /febbraio /2012 15:55

 

 

«Gli interventi che D’Alema ha fatto sul socialismo europeo contengono pari pari tutti quegli elementi di ambiguità e di doppiezza ideologica che poi hanno portato al fallimento (o meglio all’aborto) della Cosa 2. Insomma per D’Alema il socialismo di per sé è incompleto ed ha bisogno di allargarsi e di fondersi con non meglio precisate altre esperienze progressiste. Quando poi precisa meglio la definizione di questo progressismo lo colloca, non in Europa, ma ai tropici : il Partito del Congresso Indiano ed il PT Brasiliano.
A parte il fatto che il PT brasiliano (non aderisce alla IS ma ne è osservatore) si definisce statutariamente un partito del socialismo democratico. In Brasile in realtà ci sono tre partiti socialisti: il PT, il PDT (demo-laburista, in parte confluito nel PT – l’attuale presidentessa Roussef di lì proviene) ed il PSB (partito socialista brasiliano). Il PDT ed il PSB aderiscono alla IS . Il PT ha il 17% dei voti, il PDT il 5 ed il PSB il 6. Insieme arrivano intorno al 28%.
Sulla presunta incompletezza del socialismo potrei rispondere che qualsiasi cultura politica è incompleta. Se ce ne fosse una che riassume il sapere assoluto ne avrei sincero timore. Ogni movimento politico rappresenta un punto di vista che non può essere totalizzante (addio dialettica democratica conflittuale!). Così come è evidente che ogni partito ha bisogno di costruire alleanze. Ma lo può fare in quanto non perde la sua autonomia politica e di rappresentanza sociale.
La società capitalistica è di per se una realtà segnata dall’antagonismo strutturale. Lo aveva capito Ricardo prima ancora di Marx. Proprio per il fatto di essere fondato sulla accumulazione e la produzione per la produzione, il capitalismo produce continui squilibri che a loro volta generano antagonismi. Che sono necessari a bilanciare la forza disgregante, sul piano sociale, del capitalismo stesso.
La funzione del socialismo democratico è stata sempre quella di trasferire su un piano democratico e socialmente costruttivo questo antagonismo strutturale, affinché esso fosse motore di un processo di trasformazione sociale nel pieno sviluppo della democrazia e della libertà.
Qui sta la ragione della autonomia della posizione socialista, che non rifiuta alleanze (anzi le ricerca) ma senza abdicare alla sua missione permanente (Bad Godesberg).
La posizione di D’Alema è un po’ “annacquatutto”. E non perché vuole includere il partito del Congresso Indiano. Ma semplicemente perché vuole nascondere il sostanziale fallimento del progetto del PD. Il polo progressista europeo serve ad un PD che non debba fare alcuna autocritica e serve un PSE che “si allei” con il PD , non che lo assorba.
E si capisce. Per D’Alema, Reichlin, Vacca il PD è in certo qual modo la prosecuzione del togliattismo con altri mezzi. Di quel disegno nazional-popolare che è in continuità con l’asse Cavour-De Santis-Labriola-Gramsci. E non è un caso che D’Alema è uno di quelli che ha sempre disconosciuto la importanza della cultura socialista nella sinistra italiana. A differenza di Piero Fassino, ad esempio.

Insomma con D’Alema non si va verso il PSE ma si ritorna al provincialismo di un certo PCI.
E del resto non tutto il PCI si può riassumere dentro lo schema togliattiano. I compagni comunisti della CGIL avevano una altra cultura politica, molto più aderente ai filoni centrali della socialdemocrazia. Di Vittorio, Lama, Trentin ne sono un esempio. Soprattutto Trentin con la sua ricchissima elaborazione culturale.
Perciò io dico ai compagni Orfini, Fassina, Orlando: va benissimo la vostra azione volta a costruire una area “socialdemocratica” dentro il PD. Ma senza le obliquità dalemiane. Con D’Alema si va in direzione affatto diversa da quella socialdemocratica. E non si può costruire una socialdemocrazia mantenendo il silenzio sul riscatto dell’autonomismo socialista indispensabile se si vuol fare un partito del socialismo europeo. Così come è necessario evidenziare i limiti strutturali su cui è nato e si è sviluppato il PD.
Ma oltre ai fatti ideologici, il dalemismo è stato un forte elemento di corruzione della politica. Al di là della stessa volontà di D’Alema. Un partito di ispirazione socialista non lo si potrà certo costruire con le maleodoranti carcasse dalemiane feudatarie nel Sud. Come non lo si può costruire con le carcasse post-craxiane, alla Nencini.

Peppe Giudice (tratto da - melogranorosso.eu )

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8 febbraio 2012 3 08 /02 /febbraio /2012 09:45

 

 

 

Perche' oggi e' importante per l’intera sinistra riscattare la migliore tradizione del socialismo italiano

 

  • Scritto da Peppe Giudice Lunedì, 09 Gennaio 2012 18:14

 


«Sul sito di SeL c’è stato, finora, un interessante dibattito sulla ipotesi di SeL dentro al PSE (che traspare da un articolo di Migliore) . Devo sottolineare che la maggioranza degli interventi mi è parsa chiaramente favorevole alla ipotesi, sia pure con articolazioni di giudizio. I contrari non fanno che ripetere i soliti stereotipi contro la socialdemocrazia tipica di una consunta cultura funeral-comunista. Ma costoro, probabilmente non sono iscritti a SeL. Spesso il sito di SeL diviene il campo di battaglia in cui si inseriscono gli elementi più ottusi di Rifondazione per cercare di tirare dalla propria parte gli eventuali delusi da Vendola. E certo: il tema del PSE è pregnante in tal senso.
E’ comunque positivo che si sviluppi un dibattito serio ed intenso, anche contrastato. Solo in tal modo la eventuale scelta del PSE si sottrae ad una specie di obbligo burocratico e diventa scelta politica condivisa.
Nel dibattito non sono mancati accenni al dover andare oltre gli attuali steccati della sinistra europea e che SeL potrebbe favorire questo processo dando magari indicazioni al PSE ed alla GUE.
Mi permetto di dissentire da tali affermazioni.

 

Non perché non pensi che il PSE si debba magari allargare (a sinistra e non al centro) ad esperienze di sinistra socialista e libertaria che oggi non sono nel PSE. Ma perché sinceramente credo che la sinistra italiana (soprattutto quella di oggi) non sia proprio in grado di dare lezioni a nessuno.
Non dimentichiamo che nel 2008 la sinistra italiana è stata azzerata con la sua dissoluzione nel centro clerical-confindustriale con il PD di Veltroni e con la marginalizzazione minoritaria nell’Arcobaleno.
In nessuna altra parte di Europa è successo ciò. E non a caso.
Il fallimento della sinistra italiana è in larga parte frutto del fallimento politico del post-comunismo della II Repubblica. Nel senso, che pur avendone avuto occasione ed opportunità, la classe politica ed un pezzo stesso della militanza del PDS-DS da un lato e di Rifondazione dall’altro non sono stati in grado di affrontare, dirimere e sciogliere quei nodi politici, culturali ed ideologici che era loro dovere compiere per essere una sinistra credibile.
Dopo il 93 prevalse il seguente “racconto” (uso questa efficace espressione di Vendola) sulla sinistra. Racconto scritto a più mani da Occhetto, Veltroni e D’Alema.
Ecco il racconto: “nella sinistra italiana c’era una parte marcia che era rappresentata dal PSI. La storia (magari tramite magistratura) ha liberato l’Italia da questa sinistra degenerata ed ha affidata agli eredi della “vera” sinistra mai esistita in Italia (il PCI naturalmente) il compito di costruire una nuova Italia liberata dal malcostume, dalla P2, dalla mafia, dalla corruzione…. Certo il PCI nominalmente era comunista. Ma diciamo che era comunista per finta , non veramente. Allora c’era la contrapposizione dei blocchi e qualcuno doveva pur far finta di prendere le parti della Unione Sovietica. Insomma era un gioco delle parti necessario a mantenere in piedi il gioco della democrazia. Già prima dell’89 il PCI aveva preso le distanze dal “comunismo cattivo” (anzi loro volevano redimere l’URSS ma poiché erano troppo cattivi non vi è riuscito) e dopo l’89 gli ex comunisti italiani prendono in mano la bandiera di una sinistra tutta nuova che va oltre sia il comunismo che la socialdemocrazia – entrambi ruderi del 900. I socialisti italiani sono stati puniti perché erano o erano massimalisti-anarcoidi o erano senza spina dorsale, per cui alla fine è arrivato il cattivissimo Craxi che ha preso in mano il partito e lo ha riempito di delinquenti, magari anche di gente che stava nella banda della Magliana. E comunque il Psi ha fatto la fine che si meritava (si salvava solo Pertini – perché era stato al funerale di Berlinguer). Così alla fine gli eredi del PCI e gli eredi della DC insieme si adopereranno per salvare l’Italia dalle grinfie di Berlusconi amico di Craxi”.

 

La mia ovviamente è una ricostruzione molto caricaturale con elementi di evidente sarcasmo.

 

Però il succo, il nucleo di questo “racconto” è entrato nella testa e nella identità politica di diversi militanti e dirigenti postcomunisti di allora. Certo non di tutti. Vi sono molti compagni che non solo non si riconoscono affatto in questa rappresentazione ma la contestano.
E però degli elementi fondanti di questo racconto sono passati e comunque hanno fortemente condizionato il modo di essere.
Riprenderemo dopo il ragionamento su questo punto.
Oggi molti (ed io dico giustamente) contestano l’operato di Napolitano che di fatto ha costruito il governo Monti ed ha difeso nel suo messaggio di fine anno una concezione tipicamente liberal-liberista della economia (richiamando addirittura l’eredità di Einaudi). Io personalmente non credo che le elezioni sarebbero state una soluzione. Un centrosinistra con un PD spaccato su temi rilevanti e Di Pietro non sarebbe stato in grado di governare. E poi non si poteva andare a votare con l’attuale legge elettorale.
Ma è evidente che questo governo non lo si può considerare come nostro in quanto è responsabile di una impostazione di politica economica e sociale chiaramente conservatrice ed antipopolare.
Molti attribuiscono (ad iniziare da Sansonetti) l’atteggiamento di Napolitano al fatto che fosse un migliorista seguace di Amendola e quindi di una visione per cui l’interesse nazionale (o ciò che si maschera quale interesse nazionale) viene prima della giustizia sociale. E’ in parte vero. Ma D’Alema, Veltroni, Fassino nonché tutti coloro che hanno diretto i DS (e sono ex berlingueriani) negli anni 90 non mi paiono certo più a sinistra di Napolitano, anzi.
Ed allora il problema non riguarda solo il migliorismo ma probabilmente un pezzo più grande della storia e della tradizione del PCI.
Io ho iniziato a fare politica nel 1973 a 17 anni. Nel 1974 mi iscrissi alla Fgsi e nel 1975 al PSI (era De Martino il segretario).
Proprio perché quegli anni rappresentarono la mia iniziazione alla politica di essi ho un ricordo chiaro.
Allora la Fgsi era più a sinistra della FGCI. Nel Psi Lombardi e molti demartiniani come Bertoldi o Querci erano molto più a sinistra degli amendoliani del PCI. Lombardi era certo più a sinistra del Berlinguer anni '70.

 

A chi gli chiedeva: “ma vuoi scavalcare a sinistra il PCI?”, Riccardo Lombardi rispondeva tranquillamente: “io dal 1948 sono sempre rimasto più o meno sulle stesse posizioni; sono gli altri che mi girano intorno”. In effetti, negli anni della Unità Nazionale, molti vecchi dirigenti socialisti si meravigliavano per il moderatismo di grossa parte del gruppo dirigente del PCI. “Negli anni '60 ci accusavano di essere subalterni alla DC, oggi loro lo sono molto più di noi” questo dicevano.
Ora se è vero che la “politica dei sacrifici” degli anni 70, impostata da La Malfa e condivisa da Amendola furono i miglioristi ad elaborarla per il PCI , fu la grande maggioranza del partito a farla propria ed a convincere i propri militanti ad accettarla. Con l’eccezione di Ingrao, il quale dopo il 1976 fu impegnato dalla presidenza della camera. Ma Ingrao dopo l’espulsione dei suoi allievi del Manifesto rimase alquanto isolato nel gruppo dirigente.
Ricordo il forte antiberlinguerismo di allora da parte dei gruppi della sinistra extra (che però nel 1976 entrò in parlamento con la lista DP). C’era certo esagerazione da parte di costoro, ma non c’è dubbio che in quegli anni, il PCI si giocò gran parte dei voti conquistati nel 1976. Nel 1979 perse il 4,4% rispetto a tre anni prima. In effetti il forte aumento del PCI del 1976 vi fu perché si catalizzò il voto di protesta contro la DC ed il sistema politico bloccato. Insomma quel voto chiedeva lo sblocco del sistema e l’alternativa. Quel voto non andò al Psi perché esso fino al 1974 era stato al governo con la DC. Ma invece dell’alternativa vi fu il compromesso storico. E del resto il PCI non poteva guidare una alternativa alla DC – Berlinguer lo sapeva bene. Yalta lo impediva. Al massimo, in un quadro di distensione internazionale poteva partecipare ad un governo di larga coalizione. Solo una “Bad Godesberg” avrebbe potuto cambiare le cose. Ma essa non fu fatta neanche negli anni '80.

 

Ora chiaramente nella seconda metà degli anni '70 c’erano le caratteristiche di una situazione emergenziale, ma essa fino ad un certo punto giustificava il moderatismo del PCI (che nei programmi lo poneva più a destra di molti partiti socialdemocratici europei).
Del resto il primo centrosinistra che nacque nel 1963 espresse molta più forza riformatrice dirompente (rispetto agli equilibri precedenti).
Se noi pensiamo che dal 1963 agli inizi degli anni '70 furono fatte la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, lo Statuto dei Lavoratori, le pensioni a ripartizione, l’eliminazione delle gabbie salariali, furono posti gli elementi per un governo dell’economia, fu data attuazione all’istituzione delle regioni, fu varata la legge sul divorzio.
Certo queste riforme i socialisti non potevano farle da soli (non avevano la forza); vi fu allora la convergenza virtuosa tra socialisti e sinistra DC di allora (ben altra cosa rispetto a Rosi Bindi): Fanfani prima, e poi Donat Cattin e Fiorentino Sullo.
I comunisti dicono che senza la grande forza del PCI all’opposizione non si sarebbe fatto nulla. Proprio nulla non credo. Più che il Pci fu il grande processo di unità sindacale che proprio il centrosinistra determinò a rendere possibili le grandi battaglie del 1969. Del PCI ricordo che non favorì molto quel processo riformatore (si astenne sul voto allo Statuto dei Lavoratori- voleva votare contro, ma vi fu l’energico intervento di Luciano Lama che gli impedì di fare una sciocchezza).
Questo atteggiamento talvolta schizofrenico del PCI lo si può spiegare solo cercando di comprendere la sua natura complessa. Giustamente Cesaratto ha ben messo in evidenza come il PCI fosse lontano dall’essere socialdemocratico (e Cesaratto lo ritiene un limite).

 

Certo non era neanche un partito comunista classico. Ma qualcosa di molto particolare che solo nella realtà italiana poteva nascere. Già in una nota precedente ne ho parlato.
Il PCI dalla svolta di Salerno in poi ha sempre cercato una sua legittimazione. Era un partito convinto (gli accordi di Yalta parlano chiaro) di essere destinato a stare per lungo tempo all’opposizione, ma aveva bisogno di una forte legittimazione ad essere pienamente riconosciuto come partito nazionale. In un paese che era collocato in un blocco avverso a quello cui il PCI faceva riferimento.
L’Italia ha una sua peculiarità. Un paese che ha perso la guerra e che però è collocato al centro del Mediterraneo, al limite tra ovest ed Est e ponte naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente. Ai tempi di Giulio Cesare questo fu un punto di forza per la potenza di Roma.
In un paese che ha avuto il fascismo ed ha perso la guerra diventa un elemento di debolezza estremo, perché la politica italiana è sottoposta a fortissimi condizionamenti esterni. Più della Germania.
Ma in Germania presto la dialettica politica si è stagliata nel confronto tra un partito cristiano-democratico ed uno socialdemocratico. E tale è ancora oggi. In Italia dopo la scissione di Saragat del 1947 il Psi perse il suo leggero primato sulla sinistra ed il PCI divenne il primo partito d’opposizione (fino al 1989).
Togliatti costruì un grande partito di massa, che negli anni '50 ha svolto un compito essenziale nel far crescere e consolidare la democrazia repubblicana. Ma questo partito così fatto divenne un limite forte , a partire dagli anni 60, quando si trattò di far evolvere la democrazia italiana verso livelli più vicini alla media europea.
Togliatti aveva costruito questo partito probabilmente anche su una ipotesi di evoluzione della politica internazionale. Lo sviluppo della distensione e della coesistenza tra i blocchi avrebbero potuto produrre una evoluzione democratica del socialismo reale e favorire le vie nazionali al socialismo. Ma proprio per questo il PCI era ostile a qualsiasi cosa che forzasse lo status quo. Togliatti, secondo alcuni storici, fu uno dei più decisi sostenitori (insieme a Mao Tse tung e Suslov) della repressione sovietica in Ungheria di fronte ad un Krusciov scettico. Non solo il PCI sostenne l’invasione ma Togliatti ne fu uno dei più decisi ispiratori.
In realtà la storia si è mossa su binari ben diversi immaginati da Togliatti (ed in parte dallo stesso Berlinguer): di qui la forte crisi di identità che il PCI ebbe alla fine degli anni 70 e che non si è mai risolta positivamente. Il bipolarismo USA –URSS proprio per il gioco delle parti che lo sottointendeva non poteva riconoscere alcuna evoluzione interna. Gli USA e l’URSS hanno entrambi costruito la propria logica imperiale sulla presenza del nemico esterno. Ma, dicevamo, era un gioco delle parti. Nessuna delle due metteva più di tanto il naso negli affari dell’altro. Negli anni 60 e 70 era più forte e palpabile la contrapposizione URSS-CINA maoista che non quella USA-URSS. E’ solo alla fine degli anni 70 che essa esplode. Guarda caso dopo che gli Usa scelgono l’altra potenza comunista, la Cina, come interlocutore privilegiato. La Russia reagisce con gli SS 20 e l’invasione dell’Afhganistan.
Ma torniamo al PCI. Dicevamo che l’insistere sul profilo di partito nazionale quale fattore di legittimazione democratica si esaurisce con gli anni '60.
Ma il partito persiste nella doppiezza perché superare la doppiezza significa mettere in crisi la propria identità.

 

Questa doppiezza spiega i comportamenti schizofrenici del PCI quando è nell’area di governo e quando è invece all’opposizione. Si astiene (e stava per votare contro) sullo Statuto del Lavoratori quando è all’opposizione; accetta la politica dei sacrifici ed il rigorismo economico quant’è nell’area di governo (come il 76-79); parte a testa bassa contro Craxi e la riforma della Scala Mobile; ma poi nel 1993 appoggia il governo Ciampi che elimina del tutto la scala mobile. E potemmo continuare. Quello che oggi fa Napolitano ha dunque dei chiari precedenti.
Riassumendo: il PCI ha una funzione importante nel consolidamento della democrazia, ma la sua presenza costringe molti voti progressisti cattolici al congelamento nella DC. Costringe i socialisti o nella politica subalterna del Fronte Popolare o ad un rapporto con la DC da posizioni di forza minoritarie.
Non è l’espressione di orgoglio socialista ma una convinzione radicata, l’idea , che nonostante i suoi limiti, il PSI abbia svolto una funzione di modernizzazione repubblicana molto più forte di quella che è stata la sua rappresentanza elettorale. Lo è stato fino a che il velleitarismo di Craxi non abbia distrutto quella funzione originale e positiva di cui parlo.
Nel quadro del bipartitismo imperfetto il PSI è stato elemento catalizzatore sia delle correnti progressiste della DC che di quelle innovatrici nel PCI. Senza il Psi il bipartitismo imperfetto si sarebbe trasformato in una democrazia anemica ed ingessata.
Lo storico del socialismo , Maurizio Degli Innocenti, dice che il PSI rispetto al socialismo europeo ha avuto un handicap: essere stato assente (causa fascismo) negli anni '20 e trenta in cui andava maturando e modernizzandosi il pensiero socialista europeo. Infatti il PSI tale modernizzazione la vive in ritardo, dopo la fine dell’esperienza frontista grazie a due grandi intellettuali e dirigenti come Riccardo Lombardi ed Antonio Giolitti. Che sottopongono a revisione critica la teoria marxista dello stato, che cercano di analizzare le grandi trasformazioni del capitalismo nel dopoguerra (il “neocapitalismo”), che propongono la strategia delle riforme di struttura come alternativa ad una concezione anchilosata e dogmatica di rivoluzione. Riforme come strumento di profonda trasformazione strutturale (in senso democratico e socialista) , dall’interno, della società capitalistica. Questa visione si arricchirà delle riflessioni di Fernando Santi e Brodolini sulla funzione del sindacato nelle riforme di struttura. Non è un caso che Santi e Brodolini siano stati entrambi vicesegretari della CGIL ai tempi di Di Vittorio. Io credo che la corrente comunista della CGIL sia stata la più vicina (con Di Vittorio, Lama e Trentin) alla cultura del riformismo socialista. Non è un caso che Di Vittorio fu l’unico tra i massimi dirigenti del PCI a condannare l’invasione russa dell’Ungheria.

 

Ecco questo patrimonio che lega l’autonomismo socialista ed il riformismo vero del PCI (quello dei sindacalisti) sia quello da riscattare e rivalutare pienamente nel quadro di una ricostruzione socialista della sinistra italiana. Purtroppo il postcomunismo, per presunzione o sensi di colpa non ha mai voluto affrontare i nodi che gli hanno impedito di superare i propri limiti, in una epoca dove questo ragionamento era possibile farlo.
Io mi auguro che questi giovani del PD che questi limiti sembrano averli compresi. Gli consiglierei però di definirsi esplicitamente socialisti (come si definiva Bruno Trentin) e non vagamente progressisti.
Del Psi craxiano o peggio postcraxiano non c’è nulla da recuperare, con buona pace di Covatta. Se su Craxi come figura va certamente espresso un giudizio articolato (che salvi, ad esempio la sua politica estera) e va condannato esplicitamente l’averne fatto diventare un capo espiatorio di tutti i mali, delle ricadute della sua politica sul Psi non c’è nulla da salvare e meno che mai c’è da salvare qualcosa del postcraxismo.
E comunque il nostro obbiettivo non è affatto la rifondazione del PSI. E’ quella di portare con orgoglio giusto le idee del socialismo autonomista vero nel processo di rinascita di una forza della sinistra italiana (nel PSE).

 

Peppe Giudice

 

Ultima modifica il Lunedì, 09 Gennaio 2012 20:05

 

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7 febbraio 2012 2 07 /02 /febbraio /2012 16:51

 

 

APPELLO DEI SOCIALISTI ISCRITTI A SEL:

PER UN PARTITO ED UN PROGETTO DEL SOCIALISMO DEMOCRATICO DEL XXI SECOLO

*      Scritto da Peppe Giudice Venerdì, 23 Dicembre 2011 08:45


«Siamo iscritti a SeL che si riconoscono nella tradizione e nella cultura politica del socialismo italiano.
La nostra scelta è stata motivata dalla comprensione che la suddetta tradizione, essenziale per la sinistra e la democrazia italiana e con tratti di stringente attualità, non poteva essere rinchiusa in recinti stretti ed angusti di micro-soggettività politiche ad uso e consumo di un ceto politico marginale, incapace di elaborazione culturale.
Essa, piuttosto, va messa a disposizione di un più generale processo di ricostruzione di una sinistra larga, popolare e di ispirazione socialista. SeL si è concepita come soggetto transitorio. Ebbene proprio questa sua caratteristica ha convinto noi ad aderirvi, per portare il nostro contributo di idee e di lavoro politico.
Un soggetto transitorio non è l’equivalente di un partito senza precisa identità politica.
Un soggetto politico non identitario non esiste (parliamo di identità politica e culturale non di senso di appartenenza organizzativo). Esso sarebbe effimero e fondamentalmente legato agli impulsi emozionali che un leader mediaticamente bravo è in grado di suscitare.

Quando il leader si appanna inevitabilmente il soggetto stesso declina.
Anche se formazione transitoria, SeL non può continuare ad essere un mero contenitore di coloro che hanno cercato rifugio dalla scomparsa della sinistra dal parlamento. Deve diventare un soggetto in grado di essere riconoscibile per tratto identitario ed organicità del progetto, in grado di radicarsi sul territorio.
Certo, capiamo che è difficile aprire una discussione sulla identità. Essa (a causa di tutta una serie di rimozioni e nodi storici non risolti dalla sinistra italiana) è passibile di provocare lacerazioni. Ma ad un certo momento diventa cruciale affrontare con un serio dibattito democratico temi anche spinosi.
La storia della sinistra del 900 non è uniforme. Le due grandi correnti in cui si è diviso il movimento operaio e socialista dopo la rivoluzione bolscevica (socialismo democratico e comunismo)non hanno affatto avuto il medesimo destino: il socialismo democratico , pur avendo vissuto le sue contraddizioni e pur avendo realizzato solo parzialmente il suo programma, esce a testa alta dal 900, avendo realizzato, in Europa, il modello sociale più avanzato mai sperimentato (la reazione del capitalismo neoliberista è stata tutta rivolta contro le conquiste della socialdemocrazia).

Il comunismo dove è stato al potere ha prodotto il cosiddetto “socialismo reale” che ha rappresentato la più netta negazione dei valori emancipatori del socialismo e della democrazia; dietro la falsa coscienza ideologica della contrapposizione tra “campo socialista” e “campo capitalista” si è messo al servizio della logica imperiale sovietica simmetrica a quella americana. Le due potenze vincitrici della II Guerra Mondiale hanno entrambi usufruito di una copertura ideologica al proprio imperialismo. “la difesa del mondo libero” da parte degli Stati Uniti, quella del “proletariato e del campo socialista” da parte dell’Urss. L’Europa e l’America Latina sono le aree che più hanno sofferto di questo bipolarismo condiviso .
Il crollo del socialismo reale non ha affatto rappresentato una sconfitta del movimento operaio. Nei regimi comunisti vigeva lo sfruttamento sistematico da parte del capitalismo di stato. Oggi in Cina dietro il modello politico comunista c’è il capitalismo più brutale mai visto. L’identificazione tra modello sovietico e socialismo è stato piuttosto controproducente per la sinistra e per il socialismo.
E quel sistema non è stato semplicemente il frutto delle terribili degenerazioni dello stalinismo. Chi proviene dalla tradizione socialista sa bene che è nella concezione leninista e bolscevica del partito e della rivoluzione (esse rappresentano una vera e propria degenerazione “giacobina” ed autoritaria del pensiero di Marx ed Engels), che si annidano i germi del totalitarismo. Del resto esponenti del marxismo democratico e libertario (sia pur diversi tra loro) come Karl Kautsky e Rosa Luxembourg, avevano già ampiamente intravisto il carattere dispotico della rivoluzione bolscevica ai suoi albori (1918-1919). Stalin aveva fatto precipitare il sistema in una paranoica e terroristica dittatura personale ma le premesse di tale degenerazione stanno tutte nel regime di partito unico e di collettivismo burocratico imposto da Lenin e Trotrzky.

Sappiamo bene che il PCI ha una sua storia peculiare non riducibile (quantunque storicamente dipendente) al comunismo realizzato. Ma l’elaborazione del PCI era originale rispetto alla III Internazionale, ma non certo alla socialdemocrazia tedesca ed austriaca a cui per alcuni aspetti si avvicinava magari inconsapevolmente e comunque senza il coraggio di ammetterlo. Di qui nasce la famosa “doppiezza” di un partito ne’ comunista ortodosso né socialista ma orgogliosamente “italocomunista”. Una doppiezza che è certo servita negli anni 50 per far radicare un grande partito d massa indispensabile al consolidamento della democrazia. Ma che in seguito è divenuto un grosso peso, soprattutto nella fase in la democrazia italiana sarebbe dovuta passare dalla fase della consociazione a quella dell’alternativa.
IL fallimento del comunismo italiano sta essenzialmente nella incapacità di superamento della doppiezza. La sintesi auspicata tra comunismo e socialismo democratico era impossibile e infatti non è mai giunta.
Parliamo di fallimento (o se vogliamo di esaurimento) di una esperienza (che comunque ha avuto incontestabili meriti storici, sia pur nelle contraddizioni che l’hanno caratterizzata) in quanto lo stesso corpo del partito lo ha nei fatti riconosciuto nel 1990 decretando lo scioglimento del PCI. Certo quella operazione fu dimezzata , perché insieme alla esigenza giusta di fuoriuscire completamente dall’esperienza comunista non si indicò con chiarezza la direzione di marcia. Quel vuoto ha pesato per tutta la seconda repubblica.
Siamo socialisti, ma siamo consapevoli che anche la nostra storia ha i suoi punti oscuri e comunque da criticare con decisione. La esperienza del PSI degli ani 80 è stata controversa e costellata da errori e colpe politiche che hanno prodotto processi degenerativi gravi; non possiamo nasconderlo. Pur nella articolazione del giudizio, non possiamo non stigmatizzare il rampantismo edonista ed amorale che si impossessò di vasti settori del partito, l’allontanamento dai valori e principi del socialismo da parte dei Martelli e dei DE Michelis. Ma non si può gettare il bambino con l’acqua sporca. Pur nelle degenerazioni (che poi negli anni 90 hanno coinvolto anche il resto della sinistra) c’era una vasta platea di militanti, dirigenti, sindacalisti ed amministratori socialisti onestissimi, con grande passione civile ed interpreti di un socialismo autentico. Il processo stupido ed autolesionista di demonizzazione a 360° dei militanti e della stessa tradizione socialista ha terribilmente mutilato ideologicamente e politicamente la sinistra della II Repubblica. Fiaccandone la forza. Nel 1987 la sinistra aveva il 45% dei voti, nel 96 era scesa al 30%, nel 2006 al 25%. Non c’è alcun dubbio che il forte indebolimento elettorale della sinistra ha pesato sul carattere moderato che il centrosinistra della II Repubblica ha manifestato.

Come critichiamo alcuni periodi del socialismo italiano, siamo allo stesso modo critici verso quelle derive moderate e neoliberali di un pezzo di socialdemocrazia europea che vanno sotto il nome di III Via. In realtà queste derive avevano l’obbiettivo di uscire fuori dalla socialdemocrazia e di imporre un modello di riformismo corrotto e subalterno al liberismo.
Questo pezzo di socialdemocrazia, un po’ per pigrizia intellettuale, un po’ una tendenza intrinseca alla subalternità rispetto all’avversario, si era convinto che il modello di capitalismo liberale (o turbo-capitalismo) sarebbe durato a lungo negli anni, per cui il riformismo avrebbe dovuto limitarsi ad attenuare le conseguenze più devastanti del liberismo, senza metterne in discussione il meccanismo strutturale.
Come ha ben spiegato un intellettuale socialista come Giorgio Ruffolo, questo modello economico e sociale capitalistico-liberista inizia negli anni 80 con la liberalizzazione dei movimenti di capitale e con la riorganizzazione della grande impresa capitalista che ha utilizzato le innovazioni tecnologiche per modificare fortemente i rapporti di forza tra lavoro e capitale a vantaggio di quest’ultimo. Questo mutamento è stato fortissimo nei paesi anglosassoni, dove la forza del movimento sindacale è stata praticamente annullata , già a metà degli anni 80. Molto meno in quelle realtà dove c’era una socialdemocrazia ed un sindacato forti e con modelli economici poco influenzati dal processo di finanziarizzazione (paesi del Nord-Europa). Il combinato disposto tra liberalizzazione del capitale, e la modifica dei rapporti di forza tra capitale e lavoro ha prodotto la finanziarizzazione quale elemento strutturale del processo di accumulazione capitalistica e la divaricazione crescente tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Come nota Ruffolo, il meccanismo keynesiano-socialdemocratico si fondava su una implicita politica dei redditi che legava strettamente l’andamento dei salari a quello della produttività del lavoro.

Ma ciò presupponeva rapporti di forza equilibrati. Quando essi si squilibrano a favore del capitale, i salari ed redditi da lavoro crescono molto meno della produttività. Ma poiché la base di massa della domanda è fornita dai redditi da lavoro, ed il loro peso decresce, ecco un nuovo impulso alla finanziarizzazione: la crescita dei consumi viene finanziata dalle bolle speculative e dall’indebitamento privato. La gravissima crisi scoppiata nel 2008 (e che si sta aggravando ed avvitando) ha questa radici. In ultima analisi è la divaricazione tra capitale e lavoro la sua origine primaria.
Gli anni 90 hanno ancor più dato forza alla finanziarizzazione globale. Sia per la possibilità dell’uso della moneta elettronica, sia perché il crollo del comunismo ha fatto entrare nel mercato globale la Russia , la Cina ecc. Ed ha fornito armi ideologiche a chi voleva far passare ogni socialismo possibile come un attentato alla modernizzazione ed all’innovazione. Il centrosinistra italiano è stato molto subalterno a tale “racconto”.
La crisi della socialdemocrazia degli anni 90 (e primi anni del decennio trascorso) non è affatto crisi del socialismo democratico e dei suoi valori, ma, a parte il fatto che va analizzata da paese a paese (vi sono differenze non marginali), è stata la conseguenza della sua chiusura nei recinti dello stato nazionale mentre il capitalismo ne metteva in discussione il ruolo (oggi mette in discussione il ruolo stesso della democrazia).
Non c’è stata fino ad oggi una vittoria del capitalismo. Il capitalismo senza antagonismi politici e sociali produce forze autodistruttive (come la crisi attuale dimostra). Il guaio è che il capitalismo potrebbe trascinare nella sua catastrofe ogni conquista democratica e di civiltà.
Il socialismo europeo ha svolto una seria autocritica dei propri errori e delle proprie derive.

Qualcuno eccessivamente esigente potrà dire che non è sufficiente. E’ comunque importante che l’abbia avviata. In Italia non l’ha fatto nessuno.
La sinistra della II Repubblica è stata perdente: strutturalmente perdente. Perché dalla scomparsa del PSI e dalla trasformazione del PCI non è venuto fuori nessun progetto serio. La sinistra, già indebolita elettoralmente (rispetto alla I Repubblica)ha vissuto dal un lato il riformismo corrotto e subalterno dell’Ulivo prima e del PD Veltroniano poi; dall’altro lato il sinistrismo di Bertinotti o di Pecoraro Scanio. Che viveva unicamente in funzione della creazione di una rendita elettorale di soggetto minoritario denunziando i “tradimenti” del riformismo. Ma senza costruire un progetto organicamente socialdemocratico (del resto chiedere a Rifondazione di fare la socialdemocrazia era troppo!)
Per cui la progressiva deriva della sinistra ha prodotto due disastri : Il PD centrista di Veltroni (a vocazione maggioritaria) ed il sinistrismo senza progetto dell’Arcobaleno.
Ed ecco il quadro attuale. La crisi profonda della politica ha prodotto questo governo “tecnico” che certamente non è amico dei lavoratori e dei ceti deboli. Ma che tutti hanno vissuto come uno stato di necessità. E comunque la necessaria opposizione alla politica sociale ed economica di questo governo deve avvenire sul terreno di un riformismo forte e di una sinistra di governo.
A nostro avviso oggi SeL può svolgere un ruolo importante e propulsivo, a patto che cessi di essere pura proiezione di un leader (che ha svolto un ottimo compito). Si dia una identità e si radichi.

OGGI UNA SCELTA DI SEL DI ENTRARE NEL PSE E NELL’INTERNAZIONALE SOCIALISTAsarebbe una mossa che muoverebbe in positivo il quadro politico, e soprattutto accelererebbe l’esplosione delle contraddizioni nel PD: questo del resto sarebbe il detonatore vero di una ricomposizione della sinistra su un progetto di socialismo democartico.
Vedete, compagni: il socialismo democratico non è il capitalismo più il welfare come un vecchio comunismo settario l’ha dipinto. Questo al massimo può essere il progetto di un partito liberal-democratico.
No il socialismo democratico, come lo abbiamo appreso fin dagli anni 30, è riforma strutturale dei rapporti di potere economico e sociali generati dal capitalismo. IL socialismo democratico non ha le velleità palingenetiche del comunismo e non pretende di essere un modello perfettamente compiuto o la fine della storia, ma è processo che modifica la realtà.
Socialismo democratico significa welfare di qualità ma anche economia mista che prevede la gestione pubblica (aperta alla partecipazione dei lavoratori e dei cittadini ) dei beni comuni e collettivi, nonché dei settori strategici dell’economia, democrazia economica e codeterminazione nel settore privato (con la responsabilità sociale dell’impresa), spazio ad una economia cooperativa e mutualistica, incentivi alla piccola impresa, nel quadro di una generale programmazione democratica dello sviluppo (che oggi necessariamente include il tema della compatibilità ambientale dello stesso).

Peppe Giudice

Firme: Peppe Giudice . SEL Potenza; Stefano Buffone, SeL Udine; Augusto Da Rin , SEL Padova; Fabio Mischi SEL Piombino; Mario Francese SEL Aversa; Damiano Ignone, SeL Mesagne (Br); Luigi Fasce, SeL Genova: Montauti Luciano, SeL Livorno; Roberto D'Ambra SEl Livorno; Franco Maltinti SEL LIvorno; Matteo Saracino, SEL Potenza; Vincenzo Lorè, SEL Palagiano (TA); Baggiani Francesca SeL Livorno; Montauti Erika, SEL Livorno; Franzon Massimo, SeL Livorno ; Paolini Alessandro SeL Livorno; Giorgio Righetti, SeL Verona; Luciano Fantini SeL Genova; Anna Maria Pagano, SeL Genova; Claudio Bergomi, SeL Milano; Luciano Conti,Ottavio Herbstritt,Livio Pacini,Maurizio Berni,Franco Marianelli,Massimiliano Turrini e Giuseppe Scannapieco (tutti iscritti a SeL LIVORNO); Andrea Pisauro, SeL Londra (UK); Francesco Berni, SeL Venezia; Elena Brunetti SeL Roma - Ostia; Giuseppe Onorati, SeL Potenza;Lorenzo Balducci SEL Livorno; Gianluca Lisci SEL PISA

Firme al 21-12-11

Ultima modifica il Venerdì, 23 Dicembre 2011 05:50

 

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4 febbraio 2012 6 04 /02 /febbraio /2012 12:10

IV Sett. Vigilanza - AVVISO

 

AD HORAS E' DISPOSTA L'IMMEDIATA INTERRUZIONE DELLA CIRCOLAZIONE DI TUTTI GLI AUTOVEICOLI LUNGO TUTTE LE STRADE DEL CENTRO URBANO. N° 05/2011 Reg. Gen. Ordinanze Ordinanza N° 03 PM - 2012 IL SINDACO VISTA LA SITUAZIONE CONTINGIBILE ED URGENTE, DERIVANTE DALL’EVOLVERSI DEGLI EVENTI ATMOSFERICI ED IL PERDURARE DI UNA SITUAZIONE DI ALLERTA E PERICOLO CAUSATA DALLE INGENTI PRECIPITAZIONI NEVOSE; RITENUTO NECESSARIO ED URGENTE IL DOVER PROCEDERE IN MERITO, AL FINE DI GARANTIRE LA SICUREZZA PUBBLICA E CONSENTIRE DI EFFETTUARE TUTTI GLI INTERVENTI NECESSARI ALLA MESSA IN SICUREZZA ED AL RIPRISTINO DELLA VIABILITA’; VISTO IL TESTO UNICO DELLE LEGGI SULL’ORDINAMENTO DEGLI ENTI LOCALI, APPROVATO CON DECRETO LEGISLATIVO 18 AGOSTO 2000, N. 267; VISTI GLI ARTICOLI 6 E 7 DEL CODICE DELLA STRADA D.TO L.VO 30 APRILE 1992, N. 285 E RELATIVO REGOLAMENTO D’ATTUAZIONE ED ESECUZIONE D.P.R. 16 DICEMBRE 1992, N. 495; O R D I N A 1. L’IMMEDIATA INTERRUZIONE DELLA CIRCOLAZIONE DI TUTTI GLI AUTOVEICOLI LUNGO TUTTE LE STRADE DEL CENTRO URBANO, AD ECCEZIONE DEI VEICOLI IN SERVIZIO DI PUBBLICA UTILITÀ; DI SOCCORSO; DELLE FORZE DELL’ORDINE E DELLE MACCHINE OPERATRICI CHE EFFETTUANO LE OPERAZIONI DI SGOMBERO DELLE STRADE; E’ IN FACOLTÀ DEGLI OPERATORI DELLA POLIZIA MUNICIPALE, DI ANTICIPARE O POSTECIPARE GLI ORARI PREDETTI, SECONDO LE NECESSITÀ ED ESIGENZE DI TRAFFICO O ANCHE ESTENDERE I DIVIETI, DI SOSTA E CIRCOLAZIONE, AD ALTRE STRADE, PER URGENTI MOTIVI DI VIABILITÀ E PER LA SICUREZZA DEGLI UTENTI, CON INTERRUZIONE MANUALE DEL TRAFFICO. I TRASGRESSORI SARANNO PUNITI A NORMA DI LEGGE; IL PERSONALE OPERANTE DELLA POLIZIA MUNICIPALE È INCARICATO DELLA SORVEGLIANZA ED ESECUTIVITÀ DELLA PRESENTE ORDINANZA, OLTRE A TUTTI I SOGGETTI INDIVIDUATI DALL’ART. 12 CDS; ED IL SETTORE TECNICO COMUNALE DELL’APPOSIZIONE DELLA PRESCRITTA SEGNALETICA; DISPONE - CHE IL PRESENTE ATTO SIA INVIATO AL SIG. PREFETTO DI AVELLINO, AI SIGG. SINDACI DEI COMUNI LIMITROFI, AL COMANDO DI POLIZIA MUNICIPALE DI MONTELLA; AL SETTORE TECNICO, AL LOCALE COMANDO DEI CARABINIERI, AL LOCALE COMANDO VIGILI DEL FUOCO, AL SERVIZIO DI EMERGENZA SANITARIA “118” ALL’AZIENDA TRASPORTI IRPINI E AL MESSO COMUNALE PER LA PUBBLICAZIONE ALL'ALBO PRETORIO ON-LINE E L’AFFISSIONE, IN LUOGHI PUBBLICI. DALLA RESIDENZA COMUNALE, LÌ 4 FEBBRAIO 2012 IL SINDACO

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2 febbraio 2012 4 02 /02 /febbraio /2012 15:56

Non sono stato presente al seminario del 21 gennaio a Roma  ma le belle relazioni che ho letto dimostrano la qualità degli interventi e l’attenzione dei compagni di area socialista a ridefinirsi idealmente. D’altronde per noi socialisti “anagrafici”la definizione sembra scontata e questo ci porta molto spesso ad una pigrizia mentale che ci impedisce di farci quelle domande che invece p necessario porsi di tanto in tanto per capire chi siamo e se stiamo bene dove siamo. D’altronde se un uomo come Tremonti si definisce socialista, se un cialtrone come Brunetta si definisce socialista e se tanta gente a dir poco strana ama riferirsi al socialismo evidentemente un problema c’è a va risolto. Il problema da alcuni posto è appunto sapere cosa significa oggi essere socialista e se tale definizione e l’ideologia che la sorregge sia da sottoporre ad analisi critica per l’elaborazione di un uovo concetto di socialismo adattato ai tempi.

E vero infatti che dopo il fallimento del partito socialista  seguito allo scandalo di mani pulite, che vide Bettino Craxi esule e fuggiasco in Tunisia, vecchi leader  e  militanti socialisti dispersi  e variamente nascosti sotto sigle vecchie e nuove si interrogano  sul come  "rinnovare" o "ricostruire"l’identità socialista.

Per poter giungere ad una definizione o ad una semplice individuazione nell’attualità del concetto di socialismo sarà necessario far piazza pulita di due secoli di pensiero socialista e reinventare tutto, oppure  provare a reinventarlo sulla base di alcuni concetti fondamentali  elaborati  nel corso dell'Ottocento usando quelli che appaiono più attinenti all’attualità? Se la rottura con alcune idee socialiste sviluppate in passato sembra ovviamente necessaria, appare tuttavia ribadire una continuità di pensiero  rielaborando alcune teorie confrontandole con la realtà contemporanea.

Certamente per definirsi socialisti  è necessario porre dei paletti, partendo, prima di tutto,  dalla difesa dei principi nati dallo spirito della resistenza e sanciti nella Carta Costituzionale. Oggi in Italia come in Europa  assistiamo al contrario a rivendicazioni localistiche, razziste , etniche o religiose e queste rivendicazioni lungi dal dare soluzioni rischiano di rompere il patto sociale come l’avventura della Lega Nord dimostra. E anche importante che si continui a difendere il principio di laicità dello stato, continuamente messo in discussione, rifiutando  la supremazia del potere spirituale sul temporale, in un momento in cui le religioni, soprattutto nella forma più fondamentalista, acquistano particolare vigore  e cercano di minare principi che sembravano patrimonio comune della società.  Inoltre, sembra pleonastico,  il concetto di democrazia, vale a dire, il sistema multipartitico, il voto democraticamente espresso e la libertà di espressione e di opposizione a qualsiasi forma di dittatura o autoritarismo  non può che rimanere come uno degli obiettivi fondamentali del socialismo, perché  il populismo e l'estremismo di destra sono tutt’altro che estinti  e stanno ancora cercando di destabilizzare le democrazie in Europa, soprattutto in questo periodo di crisi economica e di  disgregazione sociale.

I Socialisti non dovrebbero, come purtroppo spesso accade, cedere alla demagogia ed al populismo, sarà pertanto necessario creare una demarcazione con certi ambienti che per opportunismo hanno preferito allearsi con la destra berlusconiana e con un centro politico espressione di una borghesia conservatrice e reazionaria.  Forse sarebbe meglio rinchiudersi in un massimalismo inteso come difesa del sistema parlamentare in alternativa a forme di governo autoritario che tendono al presidenzialismo. Come socialisti abbiamo il diritto ed il dovere di sognare una società di eguali, e fare dell’uguaglianza e della solidarietà il nostro cavallo di battaglia. La lotta contro le ineguaglianze sociali, che in questo momento storico sta raggiungendo i massimi livelli,  deve incarnare l'essenza del socialismo.

Infine, è necessario che i socialisti siano critici nei confronti di questo capitalismo finanziario, con cui non è possibile alcun compromesso,  difendendo l'idea che il governo dell’economia  è patrimonio di tutta la collettività compreso lo Stato, inteso nella sua accezione più nobile e dei lavoratori stessi, che invece vengono espulsi dai sistemi produttivi senza alcun diritto di intervento. Vanno rigettate le ricette Tatcheriane e il modo di intendere la produzione come un modo di conciliare lavoro e capitale, vale a dire il modo che è stato di Blair. La differenza fra Berlusconi e Monti è di stile ma le scelte vanno nella stessa direzione.

Allora i socialisti dovrebbero riferirsi ad altre esperienze produttive mettendo particolare enfasi sulle associazioni dei lavoratori, sui sindacati, che hanno difeso i diritti dei lavoratori,  sul sistema delle cooperative mai veramente attuate, magari rielaborando in chiave moderna il sistema delle partecipazioni statali recuperando in qualche modo le aziende abbandonate dai loro proprietari. Al contrario di quello che sta succedendo, l’intervento dello stato e il favorire forme associative di lavoratori dovrebbe essere privilegiato rispetto alla vergognosa corsa alle privatizzazioni, che nessun valore aggiunto crea per la collettività.

A livello ideologico, i socialisti di oggi farebbero bene a restare fedeli a  certe correnti di pensiero del XIX secolo ed anche del secolo scorso, facendo battaglie per farle metter in pratica respingendo altre impostazioni di pensiero che lungi dal risolvere i problemi della crisi attuale dimostrano tutta la loro inefficacia.

Gianni De Michelis è stato per ben cinque volte Ministro delle partecipazioni statali  e questo dimostra l’impegno dei socialisti su un’idea di industria che colma i vuoti dell’industria privata e ne diventa supporto indispensabile o addirittura ne diventa apripista. Non dobbiamo dimenticare che la rinuncia alle partecipazioni statali non fu fatta a seguito di un fallimento del principio ma a seguito di idee neoliberiste nate dal desiderio di applicare le direttive del  cd “Washington Consensus”, espressione coniata nel 1989dall'economista John Williamson per descrivere le  10 direttive di politica economica destinate ai paesi che si trovino in stato di crisi economica, e che costituiscono un pacchetto di riforme "standard" indicato da organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, quindi vera e propria ideologia neoliberale condensato del pensiero della famosa  "Scuola di Chicago ". Non a caso in Italia uno dei promotori di questo pensiero libero fu l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Quelle direttive sono oggi alla base del disastro europeo cui stiamo assistendo impotenti.

Certamente impedire la privatizzazione delle industrie di stato e dei  servizi pubblici essenziali dovrebbe essere una lotta socialista, non una battaglia di retroguardia volte a mantenere o privilegi acquisiti, ma una battaglia di principio in nome della giustizia sociale e dell’uguaglianza davanti alla risorse economiche.

I socialisti dovrebbero anche farsi carico di garantire il diritto ad un voto libero ed a scelte politiche consapevoli. Ciò consentirebbe  alle  classi sociali meno abbienti,  ove se ne creassero le condizioni di prendere il potere, non come si pensava ai tempi della Prima Internazionale  mediante  l'insurrezione armata, ma attraverso la pacifica lotta democratica. Questo potrebbe succedere nel momento in cui i movimenti cioè quelle organizzazioni spontanee di studenti, precari, cassintegrati, licenziati, emigranti attraverso le spontanee manifestazioni si riconoscessero in  una  politica che li attrae  e li salda diventando un corpo unico, come testimoniano tutte le esperienze in cui la classe politica è riuscita ad essere avanguardia del movimento. Ci si domanda perché la sinistra non riesce ad attrarre consensi: la risposta è una sola: non c’è una sinistra unita e l'unità della sinistra  sarà possibile soltanto quando questa riuscirà ad  offrire un'alternativa credibile all’attuale sistema di governo.

Oggi, i sindacati difendono, molto spesso in totale isolamento e a volte infruttuosamente le  conquiste sociali e i diritti sanciti contrattualmente. Attualmente assistiamo inermi all’attacco al sistema del cd. mercato del lavoro ed al desiderio del capitale di smontare tutte le conquiste guadagnate con decenni di lotte sindacali. Emblematica è la richiesta di abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Ciononostante da parte di alcune parti del sindacato e di autorevoli membri della sinistra si leggono segni di cedimento ed una certa volontà di integrazione nel sistema, perché la classe politica di sinistra non riesce  sufficientemente a motivare gli operai con  un ideale, con una critica più radicale, o proponendo un progetto di  società futura.

Molti pensatori del  diciannovesimo secolo potrebbero essere riferimento di noi socialisti contemporanei nella misura in cui ci rendiamo conto che il capitale finanziario internazionale indirizza il governo degli stati  in modo egoistico e retrogrado, e che la "classe industriale " composta di datori di lavoro  e operai, impiegati e artigiani, è stata espropriata dalla impresa “multinazionale”. 

Nel primo ottocento vi era, stranamente, una situazione economica abbastanza simile ad oggi, nella misura in cui l’imprenditore globale si cura poco della sorte dei propri dipendenti e del  loro lavoro, ma piuttosto dei profitti che realizzano e delle remunerazioni ai loro azionisti. L’idea di dare potere ai dipendenti e di farli partecipare alla vita dell’impresa sarebbe più attuale che mai ed anche questo è un concetto che si potrebbe riprendere dai padri del pensiero socialista.

Noi  socialisti del terzo millennio potremmo renderci conto che come già facevano i pensatori socialisti del secolo scorso che i contadini sono stati privati ​​di una parte della loro ricchezza tramite intermediari e che la loro produttività è bassa a causa della frammentazione della proprietà.

 Per un programma socialista potremmo prendere in prestito  alcune idee di Proudhon: quello della subordinazione della proprietà, come parte di un nuovo sistema economico, e la teoria della mutualità, che specula sulla possibilità di un contratto tra produttori e consumatori. In effetti, ripensare il concetto di  proprietà oggi potrebbe essere un'idea interessante che i socialisti potrebbero prendere in prestito, non cercando  espropri generalizzati, ma sviluppando la proprietà pubblica. Altro che privatizzazioni.

Non andrebbe neppure dimenticato il cd.”solidarismo” corrente di pensiero nata in Francia all’inizio del secolo ventesimo che si dedicava alla ricerca della "terza via", alla ricerca cioè di una forma di convivenza sociale che rifuggiva tanto dall'individualismo capitalista, quanto dal collettivismo comunista. Questo corrente di pensiero se rivalutata potrebbe farci ben confutare non solo i limiti della esperienza sovietica e del comunismo di stato, ma anche i difetti del liberismo che è un’ideologia che si fonda sulla disuguaglianza.

I Socialisti non dovrebbero dimenticare  l'importanza del socialismo cristiano attualmente molto forte in America Latina e che in Italia ha trovato uno dei suoi massimi esponenti in Lucio Schirò, che tentò con esiti interessanti di conciliare Cristianesimo e socialismo in un Socialismo evangelico. I "socialisti  cristiani", soprattutto negli anni sessanta e settanta, erano considerati i cristiani che aderivano al pensiero marxista, nella sua accezione socialista, depurandolo dagli eccessi rivoluzionari, dall'estremismo di sinistra e dalle posizioni anticlericali. In Francia Philippe Buchez,  faceva  appello alle associazioni dei lavoratori, contro la  soluzione comunista che a suo avviso privava il popolo della libertà in nome dell’uguaglianza.

Non si possono nemmeno dimenticare quei pensatori che denunciavano che il principio della concorrenza era da considerare la prima causa della disorganizzazione sociale  e moltiplicatore di povertà.  Sulla base di queste idee socialiste si potrebbero ben contrastare le direttive europee di ispirazione liberista e che invece mettono la concorrenza al centro delle loro preoccupazioni, spingendo i governi nazionali alle cd. liberalizzazioni che altro non sono che un’aspirina data ad un malato di cancro terminale.

Al contrario un programma socialista potrebbe sostenere con buone probabilità di successo che l’uguaglianza potrebbe essere l’idea guida per l’organizzazione di una società in cui il profitto sia una delle componenti ma non l’unica.

Oggi non è necessario ripensare il concetto di socialismo perché sarebbe sufficiente recuperare le idee principali dei vari  teorici del socialismo per alimentare la  critica del liberalismo e della globalizzazione, ma anche per un approccio  alle teorie più recenti dell'economia solidale che non si basa sul profitto.

Grazie a questo patrimonio di pensiero che è nella nostra storia si può pensare ad una economia alternativa, il cui progetto sia l'ecologia, lo sviluppo della comunità locali, l’ utilità sociale e di cui l’autogestione sarebbe una forma di organizzazione.

A questo punto sorge spontanea la domanda se si deve  dividere definitivamente la teoria socialista da quella teoria socialista maggioritaria che fu il marxismo, perché le previsioni marxiste non sono state realizzate e i regimi comunisti, che essa ha generato, hanno fallito, oppure bisogna ispirarsi  allo " spirito di Marx", confrontando però  la sua teoria alla realtà di oggi, e possibilmente modificandola. In altre parole, i socialisti dei primi anni del ventunesimo secolo dovrebbero essere socialdemocratici o rivoluzionari? 

Fermo restando la critica al Marxismo soprattutto perché il comunismo è cultura politica di una sola classe, quella operaia, oggi invece si deve parlare a più strati della società senza però dimenticare la genialità del metodo marxista. Per parlare a costoro non è necessario inventare niente perché tutto o quasi tutto è conservato in quel grande scrigno che è la storia del pensiero socialista, basta saperci mettere le mani con umiltà e mostrarlo alla gente.

Al giorno d’oggi non si può più pensare ad una rivoluzione ed alla presa del potere da parte di una sola classe, perché i socialisti del ventunesimo secolo debbono essere più che mai  fedeli ai principi espressi nella Carta Costituzionale, laici, democratici e favorevoli al progresso, sia esso  scientifico, sia esso inteso come progresso sociale. I socialisti debbono sentirsi investiti della  missione di trasformare la società e pronti a  lottare sempre dalla parte dei più deboli contro ogni forma  di resistenza organizzata dalla reazione. I socialisti di oggi non debbono mai dimenticare che esiste un'altra società possibile rispetto all’organizzazione sociale attuale. Ci dovrà per questo essere da parte nostra atteggiamento partecipe contro l’ingiustizia diffusa, diffondere la solidarietà come arma di lotta politica  e avere come obiettivo principale quello di  sradicare la povertà di strati sempre maggiori della società creando al contempo una società di eguali e liberi.

Utopia, sogni? Forse, ma se i sogni diventano di tutti molto spesso si trasformano in realtà.

Beppe Sarno

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2 febbraio 2012 4 02 /02 /febbraio /2012 12:07

Avrebbero aggredito i colleghi che non volevano prendere parte al blocco. Nei guai sono finiti quattro autostrasportatori della Valle Caudina. I carabinieri li hanno denunciati a piede libero. Secondo quanto emerso dalle indagini condotte dai militari dell'Arma, i quattro avrebbero aggredito due autisti durante la protesta dello scorso 24 gennaio lungo via Appia alla località Paolisi. I due autotrasportatori picchiati hanno rimediato ferite guaribili in 10 e 15 giorni.

 

Fonte: Irpiniaoggi

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2 febbraio 2012 4 02 /02 /febbraio /2012 12:03

fa_gelo_e_neve_in_arrivo_italia.jpg

 

 

Tra martedi e mercoledì passerà un impulso freddo in quota dalla Francia e porterà con se nevicate su Alpi e Prealpi, in estensione verso le pianure in giornata. Tempo in peggioramento al centro sud con piogge e temporali e nevicate sui rilievi sino a quote collinari. La neve imbiancherà le pianure di Toscana, Umbria, Marche sino ad arrivare alle porte di Roma. 

Tra giovedì e venerdì si acutizzerà il flusso siberiano, il Mediterraneo risponderà con la genesi di una perturbazione  che si arriccerà attorno ad un minimo di bassa pressione in spostamento dal Golfo di Biscaglia verso l'Adriatico. Avremo tanta neve sino al piano al Nord e sulla Toscana, sino a quote basse sul resto del CentroSud ove imperverserà il maltempo. Gelo nel fine settimana al Nord con temperature che in Pianura Padana, complice anche l'effetto albedo potrebbero raggiungere la soglia dei -15°C.    

Aurelio Basile info:  http://meteointernet.blogspot.com/

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1 febbraio 2012 3 01 /02 /febbraio /2012 10:40

AVELLINO - Dietrofront dei sindacati che ammettono i propri errori sulle spettanze che devono ancora ricevere dalla Provincia. 

La FAI-CISL, FLAI-CGIL, UILA-UIL «evidenziano che, per mero errore materiale di trascrizione, nel comunicato trasmesso agli organi di stampa questa mattina, è stato indicato quale saldo ancora dovuto dalla Provincia di Avellino alle quattro Comunità Montane Irpine l’importo di € 1.200.000,00 in luogo dell’importo effettivo pari ad € 412.633,00». 

La contabilità portata dalla Provincia di Avellino era dunque quella giusta. 

fonte: Il corriere dell'Irpinia

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