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25 aprile 2012 3 25 /04 /aprile /2012 19:52

La  segreteria provinciale del PSI guidata da Marco Riccio ha scritto un’altra pagine di vergogna nella sua breve e tormentata storia. Non ce n’era  bisogno. Con un articolo apparso sui quotidiani locali i vertici provinciali del Psi sconfessano i  quattro giovani compagni di Solofra iscritti e facenti parte della sezione locale del PSI  e appoggiano una candidata nella lista Vignola, peraltro  non iscritta al partito.  Non solo, viene anche contestato il capogruppo regionale del PSI, Gennaro Oliviero. I compagni Alesssandro De Stefano, Alessandro Iannone, Rosa Brescia e Ariosto Guacci sono colpevoli di proclamarsi socialisti e di rivendicare un’autonomia che lo statuto del PSI gli riconosce.  Eppure un partito senza giovani muore e piuttosto che contrastarli Marco Riccio avrebbe dovuto cercare il dialogo, mostrando solidarietà appoggiandoli in una battaglia che probabilmente dal punto di vista meramente elettorale perderanno, ma che sarebbe servita come esperienza formativa per  il futuro non solo loro, ma anche nostro. Il rapporto fra i socialisti e la sinistra in genere è costituito da appuntamenti persi, delusioni, incomprensioni, diffidenze e questo avviene da troppi anni ormai. E vero però che la gioventù è stato sempre uno dei fondamenti  di vittorie storiche della sinistra. Tutti parlano della necessità di dover rispondere alle aspettative dei giovani, ma al momento opportuno se non rispondono alle nostre scelte li demonizziamo, li rinneghiamo. Per i giovani non è facile adattarsi al tipo di società in cui viviamo, moliti di essi non l’accettano e si ribellano nei modi più diversi. Il dato comune è che essi non accettano il nostro modello di società  e rifiutano regole che alla luce dei fatti e dei risultati della politica appaiono insoddisfacenti.

La gioventù è in difficoltà, ma nella nostra società, in cui la concorrenza viene ritenuta come un valore fondamentale, come potrebbe essere altrimenti? Per fortuna, alcuni giovani ed è il caso dei giovani compagni di Solofra, non si sentono pronti per giocare con queste regole e pretendono di cambiarle o di non giocare affatto. A questi giovani non si può rispondere con cinismo eliminando quelli che non accettano regole ormai morte. La diagnosi è implacabile, la sinistra e non solo il PSI  oggi non è in grado di fornire ai giovani una prospettiva di speranza. Intorno a parole  vuote si nasconde una rassegnazione allo stato attuale delle cose e della politica. Dietro queste posizioni di rifiuto,  che non è solo del PSI   Irpino, si dimentica che l'azione politica per servire la collettività chiede coraggio e audacia. La sinistra che oggi festeggi la festa della Liberazione dal fascismo dovrebbe ricordare che attraverso i suoi giovani ha creato punti di svolta. Così è caduto il fascismo, così si sono rigenerati i momenti più salienti della nostra storia repubblicana. Questi eventi sono tutti eventi che non solo da un punto di vista politico erano caratterizzati da una presenza incredibile di giovani, e sono eventi che sono  anche riusciti  a permeare tutte le speranze dei giovani di un cambiamento imminente e di una vita migliore per tutti. Anche se le aspettative sono state spesso deluse, chi può negare che la vita degli uomini e delle donne grazie a questi eventi è stata notevolmente migliorata?

Il Psi Irpino, non solo, ma tutti noi dovremmo avere il coraggio di riconoscere le nostre responsabilità  e trovare un percorso coraggioso per definire le linee guida di una nuova società, che oggi non solo non cambia le profonde disuguaglianze ma cerca di aumentarle e di cancellare diritti conquistati con anni di  lotte dalla sinistra e dai suoi giovani migliori. Le promesse che i padri fondatori della nostra repubblica, dopo il nero ventennio fascista, hanno fatto approvando la Carta Cosituzionale, non sono state mantenute e in nome di uno stato di necessità, solo in parte reale, si cerca di dimenticare o ancora peggio di cancellare.
E grazie ai giovani come quelli della sezione PSI di Solofra ed alla solidarietà concreta che sapremo dimostrare nei loro confronti   che potremo ancora sperare in un cambiamento e che il Psi e la sinistra apparirà di nuovo come alternativa stimolante al liberalismo.
Senza questa solidarietà è  inutile dire che il Psi viene meno alla sua ragione di esistere e si assume la responsabilità di non  rispondere alla sofferenza di questi giovani, che si affacciano per fare politica in  un mondo crudele e spietato.
Senza la solidarietà nei confronti dei giovani è inutile pensare ad una possibile rinascita della sinistra che se ci fosse sarebbe effimera e destinata a perire nel breve spazio di un mattino.

Beppe Sarno

 

Coordinatore provinciale del Network per il socialismo europeo.

 

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21 aprile 2012 6 21 /04 /aprile /2012 15:35

(Riceviamo e pubblichiamo)

 

 

COPPIE “INVISIBILI”, FAMIGLIE “DI FATTO”…

FAMIGLIA O “FAMIGLIE”?

Sono in aumento le convivenze “more uxorio”, “famiglie di fatto” a tutti gli effetti ma che, per lo Stato italiano, semplicemente “non esistono”, sono “invisibili”.
“881mila” le coppie di fatto in Italia (di cui oltre “100 mila” unioni gay); “100 mila” i figli che ogni anno nascono al di fuori del matrimonio (e “100 mila” i bambini già cresciuti da coppie omosessuali); “2,5 milioni”, nel complesso, i componenti delle nuove famiglia “non convenzionali” (dati Censis).

Numeri che fanno impressione e che ci impongono molti interrogativi:
Che cos’è la “famiglia” oggi?
Ha senso continuare a parlare di “famiglia” nel senso tradizionale del termine o, piuttosto, bisognerebbe parlare di “famiglie”?
Ha senso far discendere dal solo vincolo matrimoniale una serie di diritti, benefici, tutele, “privilegi” preclusi ad ogni altra forma di stabile convivenza?
Perché non offrire l’opportunità alle stabili convivenze di esser in qualche forma riconosciute (senza per questo maturare gli stessi diritti delle coppie sposate)?
E se è nel pieno diritto di ogni coppia eterosessuale accedere al matrimonio, perché condannare ogni coppia omosessuale all’“inesistenza giuridica” solo in ragione del proprio diverso orientamento sessuale?
E perché, per una coppia di giovani che decida di costituire una famiglia “al di fuori del matrimonio”, vivere in Italia piuttosto che in Francia, Svizzera, Germania o Spagna deve ancor oggi fare una grossa differenza?

Questi alcuni dei temi dibattuti nelle due seguenti analisi (tratte dal blog “Panta Rei”) che pongo cortesemente alla vostra attenzione:

- il saggio breve “FAMIGLIE, DI FATTO”, che trovate alla pagina:
http://gaspareserra.blogspot.it/2012/04/famiglie-di-fatto.html

- e il dossier di denuncia “COPPIE, INVISIBILI”, che potete leggere al link:
http://gaspareserra.blogspot.it/2012/04/coppie-invisibili.html 

 

Cordiali saluti

Gaspare Serra

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18 aprile 2012 3 18 /04 /aprile /2012 17:33
L’adesione al Pse è la strada maestra, non è un’alternativa
Luigi Iorio - ‘Socialismo’ la parola che fa venire l’orticaria agli ex Pci del Pd
mercoledì 18 aprile 2012 - tratto dall' "Avanti della domenica"

 

“IIn Europa non c’è alternativa al PSE”, questo è il titolo inequivocabile di un articolo apparso su “l’Unità” il giorno di Pasqua, scritto dall’ eurodeputato Leonardo Domenici. Un articolo che già dal titolo evidenzia come il tema della collocazione europea metta in difficoltà lo stato maggiore dei Democrats, poiché il titolo giusto per un partito riformista e progressista quale è, o dovrebbe essere il Pd, sarebbe dovuto essere: In Europa la collocazione naturale del Pd è il PSE. Ma veniamo a delle considerazioni.
Il già sindaco di Firenze ha affermato senza mezzi termini che il Pd dovrebbe aderire al Partito del socialismo europeo già dal prossimo congresso che si terrà a Bucarest il prossimo ottobre, rafforzando le tesi di Sergio Cofferati che, sempre dalle colonne dell’ Unità, ha riaperto l’amletico dibattito sull’ adesione del Pd al Pse, che però non ha trovato consenso tra i neo guelfisti del partito.
Da militante del PSI, partito da sempre facente parte del PSE, la cosa che mi lascia perplesso è però l’errata convinzione che emerge da ciò che afferma Domenici e cioè che lo stare a pieno titolo nel Pse non ha a che fare con ragioni ideologico-identitarie, ma risponderebbe ad una esigenza di carattere politico-funzionale che riguarderebbe l’efficacia della presenza e dell’iniziativa del Pd a livello europeo.
Ecco, l’errore di fondo è proprio in questa visione del socialismo europeo. Aderire al PSE o essere membri del PSE è una questione tutta identitaria ed ideologica.
Aderire alla piattaforma del socialismo europeo implica infatti riconoscersi in valori cardini come quelli della solidarietà,dell’inclusione, dei diritti, in sintesi riconoscersi in quell’umanesimo chiamato “socialismo” che per milioni di persone ha significato ed ancora continua a significare : progresso e dignità.
La verità è però un’altra: nel Pd in molti forse credono, come lo stesso Domenici, che l’appartenenza alla famiglia europea serva solo come mera presenza tattica e non strategica, evidenziando nuovamente, se mai ce ne fosse bisogno, che l’attuale classe dirigente del PD, ex Pci-Pds-Ds ha da sempre l’orticaria quando si parla di socialismo libertario e liberale, coordinate principali del socialismo europeo ed italiano.
Ecco perché se il Pd avesse davvero intenzione di approdare finalmente ad un progetto socialdemocratico in Italia, facendo naufragare quello incerto attuale, non si parlerebbe di alternativa per il Pd nel PSE, dicendola alla Domenici, né del socialismo europeo dell’ultimo ventennio, come un’”esperienza discutibile”.
Una riflessione più ampia per questo dovrebbe partire proprio dalla mai avvenuta presa d’atto che lo scioglimento del Pci avrebbe dovuto far approdare tutto il gruppo dei quarantenni di allora, D’Alema, Veltroni, Fassino tanto per intenderci, ad un revisionismo ideologico che sfociasse nel fiume socialista.
Dopo più di venti anni però, gli ex Pci, oggi Pd e che in passato con i Ds erano a pieno titolo nel Pse, non riescono a pronunciare la parola “socialismo”; ma nulla è perduto, ecco perché sin da subito dovremmo impegnarci, senza acredini del passato, a costruire in Italia un partito unico della sinistra progressista e socialista, che possa a pieno titolo ed in modo naturale essere il punto di riferimento per tutti i partiti europei all’interno del PSE. Il momento è propizio, la seconda Repubblica è naufragata lì da dove era partita nel mare del giustizialismo e della menzogna. A voi la scelta.

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18 aprile 2012 3 18 /04 /aprile /2012 17:25

 

 

Le interviste di Nencini e Pastorelli su politica e rimborsi elettorali
Finanziamento, la grande truffa dei ‘grandi’ partiti
mercoledì 18 aprile 2012 - tratto dall' "Avanti della domenica"


Ci sono partiti, come la Lega, che hanno ottenuto un rimborso per spese elettorali pari al 1308%.
Ma ci sono anche dei partiti, come il Psi, che invece hanno avuto un rimborso pari alla metà delle spese effettivamente sostenute. “Nel 2008 – risponde Riccardo Nencini in un’intervista a QN di venerdì 13 - abbiamo speso 4 milioni e mezzo per la campagna elettorale mentre abbiamo ottenuto solo 2 milioni e mezzo di rimborso ripartito in cinque anni. È la conseguenza di quanto sia sbagliata la legge in vigore”. Nencini però, a ragione, teme che le modifiche di cui si è parlato nei giorni scorsi (un ddl di Pdl, Pd e Terzo Polo) salverebbero i partiti presenti in parlamento perché l’eventuale sospensione di cui si parla, riguarderebbe le elezioni politiche e regionali, e non guarda caso, le europee. In parole povere a rimanere senza fondi sarebbero tutti i partiti minori fino a SeL mentre per i ‘grandi’ non cambierebbe nulla.
“Secondo la bozza di accordo – aggiunge infatti nella stessa intervista - si prevede di bloccare, in attesa di controllo, il rimborso dei finanziamenti delle politiche e delle regionali, non delle elezioni europee. Questo significa che il denaro derivante da quel rimborso finirà nelle casse dei partiti più grandi, a discapito dei piccoli partiti, come noi, che non hanno superato la soglia del 4%”. “Siamo stati i primi – sottolinea il segretario del PSI a proporre una modifica della legge nel 2008 durante la conferenza di Napoli quando facemmo nostre le proposte del professor Stefano Merlini. Per quanto mi riguarda, io sono d’accordo con l’esistenza di un finanziamento pubblico, ma il rimborso deve essere un rimborso vero, non un meccanismo per cui milioni di euro finiscono nelle casse dei partiti, anche di quelli che nulla hanno speso per far politica”.
Che le difficoltà già grandi rischino di divenire insormontabili, lo conferma Oreste Pastorelli. Il tesoriere del PSI spiega in un’intervista all’Avantionline, che una gestione corretta è simile a quella di una qualunque famiglia italiana, ovvero non si spende mai di più di quello che si ha e si prevede di avere in cassa.
“I soldi si spendono sulla base di quanto si possiede senza lasciare debiti in giro. E questo risulta ancora più semplice nel momento in cui si realizza un bilancio preventivo dell’anno: in tal modo si conosce immediatamente di quanti soldi si può disporre, attraverso il finanziamento e il tesseramento degli iscritti al partito”.
Le spese principali nella gestione del Psi sono principalmente “spese di struttura, oltre che per le attività politiche in giro per l’Italia e per la società Nuova Editrice Operaio, a cui fanno capo le attività editoriali. Tutto passa attraverso l’approvazione del bilancio preventivo, da parte della direzione nazionale e di un collegio di revisori contabili che controlla i conti e dà il parere sul bilancio consuntivo che si presenta a luglio di ogni anno alla Camera e si pubblica attraverso due quotidiani nazionali”.
“Per quel che riguarda il Psi il bilancio è costituito per il 50% da rimborsi elettorali e la parte restante dalle sottoscrizioni provenienti dal tesseramento”. “Sono convinto – aggiunge - che il rimborso elettorale debba andare alla lista che ha superato lo sbarramento per accedere ai contributi, e che debba essere relativo alle spese reali effettuate e contabilizzate”. “E quando un partito non raggiunge il quorum per acceder al rimborso elettorale, non vi deve essere in nessun caso una ripartizione delle finanze residue tra tutti quelli che invece hanno superato la soglia. Anzi, sarebbe opportuno che della parte restante non assegnata ai partiti se ne faccia un uso migliore, destinandola magari ad attività sociali”.
Quanto alla crescente pressione dell’opinione pubblica che sull’onda degli scandali che hanno coinvolto il Pd e la Lega, reclamano pesanti tagli se non l’abolizione di ogni finanziamento, secondo il tesoriere del PSI, si può rispondere soprattutto attenendosi in maniera ferrea alle regole della chiarezza e della trasparenza. “E’ naturale che finché non vi sarà da parte di tutti un’assoluta precisione sulla gestione economica dei partiti il malumore della gente non cesserà.
Quello che deve essere assolutamente rispettato da tutti è che i rimborsi devono essere effettuati in base alle spese realmente sostenute. Questo farebbe sì che le persone continuino, o riprendano a credere, nella buona politica, in chi la fa e in chi si adopera affinché i soldi pubblici non vengano sprecati. Oggi più che mai l’essere attenti all’uso delle risorse economiche deve essere in politica un imperativo categorico”.

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6 aprile 2012 5 06 /04 /aprile /2012 10:37

 

 manifesto poste

 

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4 aprile 2012 3 04 /04 /aprile /2012 16:41

 

Incatenati per solidarietà verso i nostri forestali!

 

 

 

Napoli 27.3.2012

Il Consiglieri regionali, Gennaro OLIVIERO e Gennaro MUCCIOLO del PSI, assieme al Consigliere dell’IdV, Eduardo GIORDANO, si incatenano prima dell’inizio dei lavori odierni del Consiglio regionale della Campania, per protestare sull’assurda vicenda che si trovano a vivere i dipendenti delle Comunità Montane della nostra Regione. (n.d.r.)

“Mancanza di programmazione, di interventi e soprattutto fondi per i pagamenti delle mensilità dei lavoratori forestali delle Comunità Montane in Campania - esordiscono i Consiglieri, nel motivare il provocatorio gesto di protesta dell’incatenamento, prima dell’inizio del Consiglio regionale di oggi, come gesto di solidarietà per i forestali campani". Le zone interne della Campania, su cui operano le Comunità Montane, stanno soffrendo maggiormente di altre per l’attuale crisi economica, alla quale il Governo Caldoro non riesce a porre freno in maniera efficace".

Il Governatore campano, dimostra un tale disinteresse da lasciare sgomenti! Parla di oltre 10000 lavoratori, mentre si tratta di oltre 4000 unità. Probabilmente, i forestali portano avanti il loro lavoro con tale passione da far sembrare doppio il loro impegno. Un dato che, per l’ennesima volta sfugge all’attenzione dell’On.le Stefano Caldoro, che continua a mortificare chi, con competenza ed abnegazione, dedica la propria attività ad oltre i due terzi del territorio campano.

Un’attività fondamentale che, se non adeguatamente supportata, rischia di compromettere il patrimonio paesaggistico-ambientale della Campania. Non possiamo permettere che tutto questo passi sotto silenzio: alle buone intenzioni devono seguire fatti! Alla congiuntura economica non si risponde con le chiacchiere!

Per tale motivo riteniamo necessario il nostro gesto. E' Inaccettabile che non vengano pagati stipendi da oltre dieci mesi. In questo modo si rischia unicamente di continuare ad affondare, concludono i Consiglieri regionali OLIVIERO, MUCCIOLO e GIORDANO. (Comunicato Stampa) http://www.olivierogennaro.it/

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4 aprile 2012 3 04 /04 /aprile /2012 16:33

 

Psi: quello che in tanti non capiscono (o fanno finta di non capire)

 

In tanti continuano, legittimamente, a sperare in una resurrezione socialista in Italia. Per la verità è dal 1994 che questo auspicio è nel cuore di molti militanti. Eppure in pochi si sono chiesti, in questi diciotto anni, di quale resurrezione parlassero e di quale socialismo. In una prima fase l’aspettativa prevalente era quella della resurrezione del vecchio Psi (magari senza il vecchio gruppo dirigente), che però si è scontrata con la necessità di una netta scelta di campo, richiesta dalle nuove norme maggioritarie. I socialisti del Psi erano infatti tendenzialmente anticomunisti e soprattutto antigiustizialisti, e dunque preferivano votare a destra piuttosto che a sinistra, ma un partito socialista (il Si e poi lo Sdi di Boselli) era ovviamente collocato dov’era collocata la forza e la tradizione del socialismo europeo, e cioè a sinistra. 

Così si formarono partiti socialisti senza voti (ma con un discreto numero di parlamentari, grazie alla rendita del maggioritario e a un’allenza sul proporzionale che mai metteva in evidenza un ‘identità socialista). Si tentò allora, l’anno dopo la morte di Craxi, nel 2001, di formare un soggetto d’impronta socialista e alleato, sia pur solo elettoralmente e non politicamente, col centro-destra, per tentare di togliere voti a Forza Italia. Il progetto naufragò per i veti di Berlusconi, e per l’indisponibilità dell’elettorato socialista anche solo a deberlusconizzarsi parzialmente, anche se il Nuovo Psi raggiunse alle europee del 2004 un positivo 2,1%, subito vanificato da nuove divisioni e scissioni. La Rosa nel pugno fu il primo tentativo, operato nel 2006, di abbandonare una scelta tattica ed elettorale in cambio di un progetto politico. E il progetto non era la costituzione di un soggetto socialista, ma di un soggetto liberalsocialista, con radicali, laici, liberali e socialisti. Anche questo tentativo naufragò (oltre che per responsabilità di Pannella), per la decisione dello Sdi di scegliere la Costituente socialista a partire dal 2007. Si pensò che si sarebbe potuto puntare sulla formazione di un un soggetto socialista europeo in Italia composto dai vecchi aderenti al Psi, dunque dallo Sdi, da una parte del Nuvo Psi, da socialisti variamente collocati, i quali si dovevano alleare con una parte di ex comunisti e poi diessini che non intendevano aderire al Partito democratico in funzione del mantenimento dell’identità del socialismo europeo. Poi la maggioranza di costoro preferì, invece, allearsi con soggetti che nulla avevano a che spartire col socialismo europeo tornando nell’alveo originario. Così la costituente venne svolta solo dallo Sdi, da una parte del Nuovo Psi e da una piccola componente di ex diessini che facevao capo a Gavino Angius. Il mancato apparentamento veltroniano provocò la messa al bando del nuovo partito che in splendida autonomia, anzichè essere premiato da coloro che sempre avevano sollecitato una simile coraggiosa, temeraria scelta (no ai posti, sì alla difesa dell’identità) dovette innalzare da solo, e senza il supporto neppure del voto militante, il suo rogo politico. Gli ultimi tre anni sono quelli del più difficile dei tentativi. Quello di vivere senza vita parlamentare e spesso anche senza vita televisiva. Un tentativo ai limiti dell’impossbile. Vita artificiale e vita passionale sono elementi sufficienti per mantenere un organismo politico? Se il problema fosse quello di una resurrezione qualsiasi per un socialismo qualsiasi la strada percorsa nel 2009 con l’alleanza di Sinistra e libertà doveva essere portata a fondo. Avrebbe consentito di partecipare a un progetto dato per vincente anche oggi e portato a Montecitorio un buon numero di socialisti. Ma era quella la strada? La mia no.

La mia resurrezione socialista è una resurerzione che legge la storia del riformismo e del socialismo liberale, che combatte gli estremismi e i massimalismi, e anche le figure messianiche e populiste. Mi fa piacere che alla fine l’intero Psi mi abbia dato ragione. Dunque non è vero che i dirigenti del Psi hanno voluto fare solo quello che loro conveniva. Anzi, con l’uscita da Sel sapevano di fare una scelta difficile e che avrebbe potuto riportarli nell’isolamento. Adesso che si profila una nuova legge con sbarramento al 4-5% il cammino è ancora più in salita. Vedremo quali scelte operare. Però quello che non accetto è questo continuo nevrotico chiacchiericcio su Nencini, sulle dimissioni del segretario, magari dell’intera segreteria, e anche su Boselli (oggi, perchè fino a ieri era in minoranza sempre chi lo contestava), come se la mancata resurrezione dipendesse da un segretario, dal suo vice, da un dirigente, da un ex dirigente. Esiste oggi il Pci? Rifondazione i comunisti italiani vengono dati insieme poco oltre l’1%. Esiste la Dc? La Dc è allo 0,4% con Rotondi. Esiste il Pri? Oggi è allo 0,2% perché anche La Malfa è uscito. Esiste il Psdi? Non riesco e rintracciarne resti. Perchè dovrebbe esistere il Psi con più dell’1%? Qualcuno me lo spiega? Altra cosa è invece la questione socialista, che rinascerà con l’Europa e con il ritorno al proporzionale. Ma a prescindere da chi sarà segretario del Psi, suo vice, o membro della segreteria, da chi sciverà male su facebook e da chi invece facebook non saprà neppure cosa sia, ve lo assicuro.  

Mauro Del Bue (tratto dall'Avanti online)  http://www.avantionline.it/blog/mauro-del-bue/

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29 marzo 2012 4 29 /03 /marzo /2012 12:07

Se c’è un motivo per cui il governo tecnico è stato messo dal presidente della Repubblica Napolitano al comando dell’Italia è per migliorare la situazione economica e superare la crisi. Secondo i dati di Adusbef e Federconsumatori il governo Monti ha registrato la più consistente crescita mensile del debito pubblico, pari a 15,4 miliardi. Questi ed altri segnali dimostrano che le ricette del liberismo economico dettati dalla BCE e dal Fondo Monetario Internazionale non funzionano e servono esclusivamente a distruggere un sistema di diritti costruito attraverso anni di lotte democratiche. Eppure non manca a sinistra chi crede ancora alla favoletta che Monti e la sua superministra Fornero riusciranno a portare fuori l’Italia dalla crisi. Io non mi iscrivo al partito degli ottimisti a tutti i costi, anche perché fior di economisti altrettanto bravi rispetto a Monti ed ai suoi superministri, dichiarano il contrario e che cioè questo tipo di politica economica ci porterà soltanto ad un avvitamento dalla crisi e ad una mancanza di una crescita economica che nelle parole viene da tutti evocata ma che nei fatti viene contrastata con misure inefficaci ed antipopolari e soprattutto mortificanti per la democrazia. In questi giorni si è aperta a Buenos Aires il “Congresso d’Economisti Eterodossi”, organizzato dall’Università di Quilmes con la partecipazione di economisti di ogni estrazione e fra cui sarà presente anche  il nostro Sergio Cesaratto, l’unico italiano, accademico dell’Università di Siena studioso del pensiero di Sraffa e considerato un esperto internazionale sui fondi pensioni.Cesaratto è stato anche redattore di alcuni articoli molto importanti apparsi sul nostro giornale scritti a quattro mani con il compagno Turci. La domanda alla quale cercheranno di rispondere questi economisti è quella di sapere se esiste una strategia alternativa ed una soluzione diversa da quella che si sta praticando in Europa e che ha condannato la Grecia ad un default controllato e sta affondando l’Italia la Spagna ed il Portogallo. Sappiamo tutti che l’Argentina nel 2001 chiuse le porte al FMI ed intraprese una strada alternativa che la portò  ad uscire dal deficit fiscale e commerciale. E’ possibile fare come l’Argentina? Probabilmente no, ma certamente una soluzione alternativa esiste e dovrebbe potersi applicare alla Grecia come all’Italia ed ai paesi in crisi dell’eurozona.   

Parliamo della Grecia. Con il nuovo accordo che il governo greco ha firmato con l'Europa, per prendere il secondo prestito di 130 miliardi, si è impegnato a votare delle leggi che riducono lo stipendio dei neo-impiegati, sia statali che privati a 490 € lordi. E non finisce qui. Il governo seguendo le indicazioni provenienti dall’Europa  ha eliminato tutte le leggi che proteggevano i lavoratori ed il  lavoro. Non ci saranno più accordi firmati dai sindacati e dalla Confindustria  Greca. La Grecia si appresta a diventare una zona di commercio libero, dove i lavoratori prenderanno stipendi a livello della Bulgaria senza mutua e con contratti personali giornalieri o mensili. Praticamente una Cina fuori dalla porta di casa.

Queste misure, probabilmente non basteranno, per cui a giugno saranno adottate delle altre più pesanti.

E la democrazia? I partiti che sostengono il governo di Papadimos non rappresentano neanche il 25% del corpo elettorale. Le elezioni si faranno soltanto quando saranno sicuri che il nuovo governo formato da altre forze politiche, non potrà cambiare le leggi già votate.

Vogliono cambiare la legge costituzionale e inserire un articolo che obbligherà il governo greco ad avere  un aumento annuo del prodotto nazionale del 3-4% e il debito nazionale non superare il 103%. Se questo la Grecia non lo potrà attuarlo, sarà obbligata a essere sempre sotto il controllo dell'Europa cioè dei Tedeschi.La Grecia non potrà, ovviamente fare niente di tutto questo.

Tutte le attività del governo saranno sotto il diretto controllo dei Tedeschi. In tutti i ministeri ci sarà un commissario Europeo, il quale avrà la possibilità di intervenire e dettare e imporre leggi e scelte politiche a favore dei prestatori.

L' EUROGRUP ha chiesto, e il governo Greco ha accettato, di creare  un conto speciale, dove si  depositeranno tutti i soldi del prestito, e se questi non basteranno, la Grecia sarà obbligata di togliere dei soldi necessari per la sopravvivenza del popolo, per metterli nel conto speciale. Molto probabilmente la Grecia uscirà dalla zona euro.  Tutto questo basterà? Probabilmente no!

E che succederà se la sinistra greca si presenterà unita e cancellerà gli accordi sottoscritti dall’attuale governo? E se Francosis Hollande dovesse vincere in Francia?  Questo difficile equilibrio politico economico  creato da Merkel e Sarkozy potrebbe essere spazzato da un mutato orientamento politico di due paesi importanti e strategici per l’Europa: la Grecia e la Francia.

E l’Italia? 

In Italia con più precauzioni e con il contrasto di un sindacato importante come la CGIl, si stanno adottando misure analoghe a quelle della Grecia. Ci dicono tutti “stavamo facendo la fine della Grecia, ma lo abbiamo evitato con le misure salvaitalia” E se non fosse vero? Federico Rampini nel suo recente libro “Alla mia sinistra” Afferma “Il mercato e laglobalizzazione sono stati al centro di un grande disegno egemonico, nato nel cuore della destra americana e dei grandi centri del potere capitalistico, che hanno smantellato senza pietà diritti e tutele dei lavoratori, rendendoci tutti più isolati e più deboli. Ho voluto sfogliare il mio album di famiglia, la storia che ho vissuto con un pezzo della sinistra italiana, europea, americana dagli anni Settanta a oggi, con cui ho condiviso utopie, lotte, abbagli, sbandate e illusioni, per capire le ragioni delle nostre sconfitte, quindi aprire una pagina nuova.” E allora nella mente mi frulla in testa l’idea “e se facessimo come l’Islanda” Giustamente Rampini ci ammonisce dal non farci prendere dalla sindrome del declino. Allora come fare? E che fare? L’Argentina come l’Islanda, ma soprattutto quest’ultima  è la dimostrazione che il sistema capitalistico non è l’ultima risposta allo sviluppo  economico e sociale di un paese.

L’Islanda è la prova vivente che dalla crisi si può uscire semplicemente imboccando una strada diversa. Eppure nessuno parla dell’Islanda e l’osservazione che mi viene fatta anche da compagni qualificati è che l’Islanda è un’isola di soli trecentocinquantamila abitanti e come tale non è significativa. Se ciò fosse vero non si spiegherebbe perché l’Inghilterra la Francia e la Germania si sono dannati l’anima per impedire al governo Islandese di assumere quelle decisioni che hanno assunto. Anche in Islanda come oggi da noi, i media battevano sul terribile concetto della necessità: “bisogna farlo per il bene comune”, “ce lo chiede l’Europa”, “bisogna fare sacrifici”, “la catastrofe che si scatenerebbe ci impone di assumere decisioni impopolari”. Lo hanno detto ai greci, lo stanno dicendo a noi, agli spagnoli, ai portoghesi, così come lo dicevano agli islandesi.

Maèvero?
Ad un certo punto della storia gli abitanti dell’Islanda hanno ritenuto che tutto questo non fosse vero ed hanno attuato una pacifica ribellione.
Nel gennaio del 2009 il popolo islandese ha promosso  manifestazioni pacifiche che hanno provocato la caduta del governo conservatore di Geir Haarde. La sinistra, minoritaria in parlamento, è tornata al potere e ha convocato nuove elezioni per il mese di aprile. L'Alleanza socialdemocratica di Jóhanna Sigurdardóttir e il Movimento sinistra verde hanno ottenuto la maggioranza assoluta.  Nell’autunno in seguito a un referendum d'iniziativa popolare, l'Islanda ha affidato alle assemblee cittadine la redazione di una nuova costituzione. Nel 2010 il governo ha proposto la creazione di un consiglio nazionale costituente, i cui membri sarebbero stati eletti a sorteggio. Due referendum (il secondo nell'aprile 2011) hanno respinto il piano di salvataggio per le banche e il rimborso del debito estero. Nel settembre 2011 l'ex primo ministro Geeir Haarde è stato processato per le sue responsabilità nella crisi economica.

Quello che il governo Monti cerca di dimostraci è che uno stato se ben governato, e lui sarebbe il bravo governante, può prescindere dal popolo dalle sue necessità e anche perché no? Dai suoi umori. Ma è veramente così? L’esperienza dell’Islanda ci dimostra il contrario. Dopo tre anni l’Islanda ha terminato l’anno 2011 con una crescita economica del 2,1% e secondo le previsioni della Commissione Europea, realizzerà u n tasso di crescita triplo rispetto alla media dei paesi dell’eurozona (la crescita dell’UE è prevista allo 0,5% con tendenza al ribasso contro l’1,5% dell’Islanda) Per il 2013 la crescita è prevista intorno al 2,7% soprattutto grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro.  Si parla poco nei telegiornali di ciò che succede in Islanda mentre per tutti i tg della domenica ci hanno detto soltanto quanto è bravo Monti, quanto è bravo Napolitano e Gasparri a blaterare contro la Camusso. Poi c’è stato un bellissimo servizio sui cartoni animati e lo sport. E’ chiaro che ciò che succede in islanda deve passare sotto silenzio perché si potrebbe creare un contagio. Siamo stati traditi da una classe politica incompetente ed irresponsabile a partire da  Prodi che ha smantellato un patrimonio pubblico fatto di banche, industrie, autostrade. Nell’interland napoletano, prima che Prodi regalasse l’Alfa Romea alla Fiat, , esistevano centinaia di aziende qualificatissime che davano lavoro a centinai di migliaia di operai. Oggi al posto di quelle aziende ci sono ottocento centri commerciali costruiti molto probabilmente con i soldi della camorra.  

Gli Islandesi hanno preso il loro destino nelle loro mani e si sono  dati la possibilità di rilanciare la propria economia. Si sono sacrificati per riappropriarsi del futuro  per impedire a un pugno di speculatori senza scrupoli e senza morale di arricchirsi col sangue di una nazione.

Certo la situazione Italiana, come pure quella greca è molto diversa da quella Islandese, ma è difficile pensare che quella esperienza non abbia in se dei contenuti positivi e non sia espressione di un concetto di democrazia che noi abbiamo dimenticato dopo venti anni di dominio della destra più corriva con qualche interruzione di una sinistra smarrita e senza idee. Ha detto lo storico spagnolo Miguel Sanz Loroño“Con il rifiuto opposto al salvataggio delle banche i cittadini islandesi hanno dimostrato al mondo che la democrazia può ancora salvarsi dalle spietate leggi del capitalismo internazionale.” Questo è il motivo per cui non si parla dell’Argentina, come dell’Islanda.

Allora torna la domanda: bisogna fare come l’Islanda? Non lo so! So però che l’Islanda ci ha insegnato alcune cose: primo il 93% della popolazione ha imposto il rifiuto del rimborso del debito, senza nessuna violenza. ed ecco perché i media internazionali non ne parlano. Si tratta di una rivoluzione democratica anticapitalista che dimostra che ai mercati finanziari si può rispondere usando l’arma della democrazia. Ci arriveremo presto perché il cappio che i mercati ci stanno stringendo alla gola diventerà troppo stretto da sopportare. "L’insegnamento che può essere ricavato dall’uscita dalla crisi per l’Islanda è che è importante far sostenere il meno possibile il costo della crisi finanziaria ai contribuenti e dalle finanze dello stato” ha detto  l’analista finanziario Jon Bjarki Bentsson, della banca Islandsbanki. Il premio Nobel dell’economia americano Paul Krugman ha condiviso il parere di  Jon Bjarki Bentsson. “"Salvare le banche significa far pagare la crisi ai cittadini” e recentemente ha scritto  sul New York Times  "Dove tutti gli altri hanno salvato le banche e lasciato che i cittadini pagassero  la crisi, l'Islanda ha lasciato fallire le banche e ha di fatto aumentato la sua rete di sicurezza sociale".

L’Islanda non è certamente l’unica soluzione possibile, ma è la prova che non tutto deve essere fatto seguendo il principio di necessità. Lungi dall’essere un modello l’Islanda è una alternativa possibile ed una alternativa sostenuta da una moltitudine  che lotta democraticamente è una risposta concreta allo stato di necessità. Gli Islandesi ci hanno insegnato che un altro futuro è possibile  che esistono delle alternative e che queste sono dentro la nostra coscienza di essere popolo libero capace di autodeterminarci. A noi spetta definire ciò che è utile e necessario per uscire dalla crisi, a noi spetta  raggiungere l’isola  che non c’è e in essa trovare la motivazione per una vita che meriti di essere vissuta senza padroni che ci dicono che cosa fare e che cosa è buono e giusto per noi.

Beppe Sarno

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27 marzo 2012 2 27 /03 /marzo /2012 14:45

I socialisti Irpini attraversano una crisi lacerante che da una parte vede la segreteria provinciale attestata su una difesa del proprio potere ormai svuotato da contenuti programmatici e politici e da un’altra parte un’opposizione scomposta senza capacità organizzativa basata più sul volontarismo ad ogni costo, ma senza un vero elemento aggregatore, un programma politico autonomo. Si corre il rischio così di impantanarsi in una lotta fratricida che ha contraddistinto il PSI degli anni recenti, riducendolo ad una realtà politica insignificante. Di contro esiste una destra aggressiva, disinibita ed incoraggiata dalle lacerazioni che hanno fortemente indebolito la realtà provinciale del PD, che squassato da lotte intestine, per lo più personalistiche, naviga nella realtà provinciale confuso e lacerato senza veri punti di riferimento unificanti. Oggi più che mai in vista delle scadenze elettorali amministrative e politiche sarebbe necessario invece nel PSI Irpino e in tutti i socialisti che ormai non militano più nel partito per stanchezza o disaffezione un momento di confronto, di dibattito e ridefinizione di valori chiari e obbiettivi unificanti al fine di verificare la eventualità di un ricompattamento, come unica opzione vincente in una realtà difficile come è quella della nostra provincia. Non è pensabile che avvengano episodi come quello di Solofra dove la Federazione si schiera contro i giovani, forse inesperti, ma sicuramente onesti, schierando il partito in due distinte liste. Come Socialista sento il dovere di richiamare l’attenzione di chi vuole il bene del socialismo in Irpinia ad aprire un confronto serio per evitare di commettere errori di analisi o di metodo, riaccendendo la speranza in coloro che si identificano con il pensiero socialista. La federazione PSI da una parte e le opposizioni che sono nate sul territorio hanno il dovere e noi del Network per il Socialismo Europeo di Avellino ci proponiamo come mediatori interessati, per riunire i compagni che, come noi, vogliono partecipare a questo progetto di ricostruzione del Partito Socialista Irpino. Prima di parlare di alleanze con questo o quel partito proviamo a riproporre l’unità dei socialisti sotto una sola bandiera nel rispetto dell’autonomia politica di ognuno. Con questo appello chiamiamo a unirsi i compagni e le compagne che condividono la nostra analisi e vogliono lavorare per questa rinascita, restituendo al pensiero socialista unificato il proprio ruolo nella cultura, nella politica, nelle istituzioni e cosa più importante nel dibattito delle idee.

   Beppe Sarno

Coordinatore Provinciale del Network per il socialismo europeo 

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27 marzo 2012 2 27 /03 /marzo /2012 08:30

Addio a Keynes, nel silenzio assordante dei media                                   

 


«Mentre negli Stati Uniti alcuni premi nobel per l’economia hanno scritto un appello (*) contro l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, in Italia mercoledì 28 marzo il Senato voterà per l’ultima volta il DDL 3047 -B, una modifica della Costituzione Italiana che prevede per l’appunto l’inserimento del vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione. Sui media non c’è traccia di questa importantissima notizia, si preferisce parlare dell’eventuale modifica dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, ignorando completamente il provvedimento che più di tutti inciderà sul futuro dell’Italia.

I crociati anti-liberismo del Pd hanno perso la parola – anzi hanno votato compatti per la modifica -, eppure non c’è nulla di più liberista del pareggio di bilancio in Costituzione. Solo l’assemblea congressuale dei GD ha approvato all’unanimitá un Odg contro il vincolo di pareggio di bilancio in costituzione, come ci informa Michele Grimaldi.

Giustamente scrive Emilio Prinzo: “L’idea – apparentemente ragionevole ad un analisi superficiale- di porre un vincolo a salvaguardia dei conti è in realtà un’ esiziale pastoia all’intervento regolatore dello Stato nell’economia: una ferita mortale allo Stato sociale, alla prima parte della Costituzione che rischia di rimanere così inapplicata e a tutti i sacrosanti principi keynesiani di intervento delle istituzioni pubbliche a sostegno dell’economia in periodi di recessione”.

(*) Appello dei Premi Nobel contro il pareggio di bilancio in Costituzione

Cari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell,

noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero è che il Paese è alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l’economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.

1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni.

2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. Le aziende private e le famiglie ricorrono continuamente al credito per finanziare le loro spese. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impedirebbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell’istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell’ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione.

3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria delegando gli stati, gli enti locali e le aziende private trovare le risorse finanziarie al posto del governo federale. Inoltre favorirebbe dubbie manovre finanziarie (quali la vendita di terreni demaniali e di altri beni pubblici contabilizzando i ricavi come introiti destinati alla riduzione del deficit) e altri espedienti contabili. Le controversie derivanti dall’interpretazione del concetto di pareggio di bilancio finirebbero probabilmente dinanzi ai tribunali con il risultato di affidare alla magistratura il compito di decidere la politica economica. E altrettanto si verificherebbe in caso di controversie riguardanti il modo in cui rimettere in equilibrio un bilancio dissestato nei casi in cui il Congresso non disponesse dei voti necessari per approvare tagli dolorosi.

4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l’attività dell’esecutivo.

5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle proposte di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacita’ del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori gia’ previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perche’ gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessita’, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza.

6. Per pareggiare il bilancio non è necessario un emendamento costituzionale. Il bilancio non solo si chiuse in pareggio, ma fece registrare un avanzo e una riduzione del debito per quattro anni consecutivi dopo l’approvazione da parte del Congresso negli anni ’90 di alcuni provvedimenti che riducevano la crescita della spesa pubblica e incrementavano le entrate. Lo si fece con l’attuale Costituzione e senza modificarla e lo si può fare ancora. Nessun altro Paese importante ostacola la propria economia con il vincolo di pareggio di bilancio. Non c’è alcuna necessità di mettere al Paese una camicia di forza economica. Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai bisogni e alle priorità, così come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti.

7. Nell’attuale fase dell’economia è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole.

Firmato:

KENNETH ARROW, premio Nobel per l’economia 1972
PETER DIAMOND, premio Nobel per l’economia 2010
WILLIAM SHARPE, premio Nobel per l’economia 1990
CHARLES SCHULTZE, consigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda
ALAN BLINDER, direttore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University
ERIC MASKIN, premio Nobel per l’economia 2007
ROBERT SOLOW, premio Nobel per l’economia 1987
LAURA TYSON, ex direttrice del National Economic Council

 

Fonte: La Corrente

 

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