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29 marzo 2012 4 29 /03 /marzo /2012 12:07

Se c’è un motivo per cui il governo tecnico è stato messo dal presidente della Repubblica Napolitano al comando dell’Italia è per migliorare la situazione economica e superare la crisi. Secondo i dati di Adusbef e Federconsumatori il governo Monti ha registrato la più consistente crescita mensile del debito pubblico, pari a 15,4 miliardi. Questi ed altri segnali dimostrano che le ricette del liberismo economico dettati dalla BCE e dal Fondo Monetario Internazionale non funzionano e servono esclusivamente a distruggere un sistema di diritti costruito attraverso anni di lotte democratiche. Eppure non manca a sinistra chi crede ancora alla favoletta che Monti e la sua superministra Fornero riusciranno a portare fuori l’Italia dalla crisi. Io non mi iscrivo al partito degli ottimisti a tutti i costi, anche perché fior di economisti altrettanto bravi rispetto a Monti ed ai suoi superministri, dichiarano il contrario e che cioè questo tipo di politica economica ci porterà soltanto ad un avvitamento dalla crisi e ad una mancanza di una crescita economica che nelle parole viene da tutti evocata ma che nei fatti viene contrastata con misure inefficaci ed antipopolari e soprattutto mortificanti per la democrazia. In questi giorni si è aperta a Buenos Aires il “Congresso d’Economisti Eterodossi”, organizzato dall’Università di Quilmes con la partecipazione di economisti di ogni estrazione e fra cui sarà presente anche  il nostro Sergio Cesaratto, l’unico italiano, accademico dell’Università di Siena studioso del pensiero di Sraffa e considerato un esperto internazionale sui fondi pensioni.Cesaratto è stato anche redattore di alcuni articoli molto importanti apparsi sul nostro giornale scritti a quattro mani con il compagno Turci. La domanda alla quale cercheranno di rispondere questi economisti è quella di sapere se esiste una strategia alternativa ed una soluzione diversa da quella che si sta praticando in Europa e che ha condannato la Grecia ad un default controllato e sta affondando l’Italia la Spagna ed il Portogallo. Sappiamo tutti che l’Argentina nel 2001 chiuse le porte al FMI ed intraprese una strada alternativa che la portò  ad uscire dal deficit fiscale e commerciale. E’ possibile fare come l’Argentina? Probabilmente no, ma certamente una soluzione alternativa esiste e dovrebbe potersi applicare alla Grecia come all’Italia ed ai paesi in crisi dell’eurozona.   

Parliamo della Grecia. Con il nuovo accordo che il governo greco ha firmato con l'Europa, per prendere il secondo prestito di 130 miliardi, si è impegnato a votare delle leggi che riducono lo stipendio dei neo-impiegati, sia statali che privati a 490 € lordi. E non finisce qui. Il governo seguendo le indicazioni provenienti dall’Europa  ha eliminato tutte le leggi che proteggevano i lavoratori ed il  lavoro. Non ci saranno più accordi firmati dai sindacati e dalla Confindustria  Greca. La Grecia si appresta a diventare una zona di commercio libero, dove i lavoratori prenderanno stipendi a livello della Bulgaria senza mutua e con contratti personali giornalieri o mensili. Praticamente una Cina fuori dalla porta di casa.

Queste misure, probabilmente non basteranno, per cui a giugno saranno adottate delle altre più pesanti.

E la democrazia? I partiti che sostengono il governo di Papadimos non rappresentano neanche il 25% del corpo elettorale. Le elezioni si faranno soltanto quando saranno sicuri che il nuovo governo formato da altre forze politiche, non potrà cambiare le leggi già votate.

Vogliono cambiare la legge costituzionale e inserire un articolo che obbligherà il governo greco ad avere  un aumento annuo del prodotto nazionale del 3-4% e il debito nazionale non superare il 103%. Se questo la Grecia non lo potrà attuarlo, sarà obbligata a essere sempre sotto il controllo dell'Europa cioè dei Tedeschi.La Grecia non potrà, ovviamente fare niente di tutto questo.

Tutte le attività del governo saranno sotto il diretto controllo dei Tedeschi. In tutti i ministeri ci sarà un commissario Europeo, il quale avrà la possibilità di intervenire e dettare e imporre leggi e scelte politiche a favore dei prestatori.

L' EUROGRUP ha chiesto, e il governo Greco ha accettato, di creare  un conto speciale, dove si  depositeranno tutti i soldi del prestito, e se questi non basteranno, la Grecia sarà obbligata di togliere dei soldi necessari per la sopravvivenza del popolo, per metterli nel conto speciale. Molto probabilmente la Grecia uscirà dalla zona euro.  Tutto questo basterà? Probabilmente no!

E che succederà se la sinistra greca si presenterà unita e cancellerà gli accordi sottoscritti dall’attuale governo? E se Francosis Hollande dovesse vincere in Francia?  Questo difficile equilibrio politico economico  creato da Merkel e Sarkozy potrebbe essere spazzato da un mutato orientamento politico di due paesi importanti e strategici per l’Europa: la Grecia e la Francia.

E l’Italia? 

In Italia con più precauzioni e con il contrasto di un sindacato importante come la CGIl, si stanno adottando misure analoghe a quelle della Grecia. Ci dicono tutti “stavamo facendo la fine della Grecia, ma lo abbiamo evitato con le misure salvaitalia” E se non fosse vero? Federico Rampini nel suo recente libro “Alla mia sinistra” Afferma “Il mercato e laglobalizzazione sono stati al centro di un grande disegno egemonico, nato nel cuore della destra americana e dei grandi centri del potere capitalistico, che hanno smantellato senza pietà diritti e tutele dei lavoratori, rendendoci tutti più isolati e più deboli. Ho voluto sfogliare il mio album di famiglia, la storia che ho vissuto con un pezzo della sinistra italiana, europea, americana dagli anni Settanta a oggi, con cui ho condiviso utopie, lotte, abbagli, sbandate e illusioni, per capire le ragioni delle nostre sconfitte, quindi aprire una pagina nuova.” E allora nella mente mi frulla in testa l’idea “e se facessimo come l’Islanda” Giustamente Rampini ci ammonisce dal non farci prendere dalla sindrome del declino. Allora come fare? E che fare? L’Argentina come l’Islanda, ma soprattutto quest’ultima  è la dimostrazione che il sistema capitalistico non è l’ultima risposta allo sviluppo  economico e sociale di un paese.

L’Islanda è la prova vivente che dalla crisi si può uscire semplicemente imboccando una strada diversa. Eppure nessuno parla dell’Islanda e l’osservazione che mi viene fatta anche da compagni qualificati è che l’Islanda è un’isola di soli trecentocinquantamila abitanti e come tale non è significativa. Se ciò fosse vero non si spiegherebbe perché l’Inghilterra la Francia e la Germania si sono dannati l’anima per impedire al governo Islandese di assumere quelle decisioni che hanno assunto. Anche in Islanda come oggi da noi, i media battevano sul terribile concetto della necessità: “bisogna farlo per il bene comune”, “ce lo chiede l’Europa”, “bisogna fare sacrifici”, “la catastrofe che si scatenerebbe ci impone di assumere decisioni impopolari”. Lo hanno detto ai greci, lo stanno dicendo a noi, agli spagnoli, ai portoghesi, così come lo dicevano agli islandesi.

Maèvero?
Ad un certo punto della storia gli abitanti dell’Islanda hanno ritenuto che tutto questo non fosse vero ed hanno attuato una pacifica ribellione.
Nel gennaio del 2009 il popolo islandese ha promosso  manifestazioni pacifiche che hanno provocato la caduta del governo conservatore di Geir Haarde. La sinistra, minoritaria in parlamento, è tornata al potere e ha convocato nuove elezioni per il mese di aprile. L'Alleanza socialdemocratica di Jóhanna Sigurdardóttir e il Movimento sinistra verde hanno ottenuto la maggioranza assoluta.  Nell’autunno in seguito a un referendum d'iniziativa popolare, l'Islanda ha affidato alle assemblee cittadine la redazione di una nuova costituzione. Nel 2010 il governo ha proposto la creazione di un consiglio nazionale costituente, i cui membri sarebbero stati eletti a sorteggio. Due referendum (il secondo nell'aprile 2011) hanno respinto il piano di salvataggio per le banche e il rimborso del debito estero. Nel settembre 2011 l'ex primo ministro Geeir Haarde è stato processato per le sue responsabilità nella crisi economica.

Quello che il governo Monti cerca di dimostraci è che uno stato se ben governato, e lui sarebbe il bravo governante, può prescindere dal popolo dalle sue necessità e anche perché no? Dai suoi umori. Ma è veramente così? L’esperienza dell’Islanda ci dimostra il contrario. Dopo tre anni l’Islanda ha terminato l’anno 2011 con una crescita economica del 2,1% e secondo le previsioni della Commissione Europea, realizzerà u n tasso di crescita triplo rispetto alla media dei paesi dell’eurozona (la crescita dell’UE è prevista allo 0,5% con tendenza al ribasso contro l’1,5% dell’Islanda) Per il 2013 la crescita è prevista intorno al 2,7% soprattutto grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro.  Si parla poco nei telegiornali di ciò che succede in Islanda mentre per tutti i tg della domenica ci hanno detto soltanto quanto è bravo Monti, quanto è bravo Napolitano e Gasparri a blaterare contro la Camusso. Poi c’è stato un bellissimo servizio sui cartoni animati e lo sport. E’ chiaro che ciò che succede in islanda deve passare sotto silenzio perché si potrebbe creare un contagio. Siamo stati traditi da una classe politica incompetente ed irresponsabile a partire da  Prodi che ha smantellato un patrimonio pubblico fatto di banche, industrie, autostrade. Nell’interland napoletano, prima che Prodi regalasse l’Alfa Romea alla Fiat, , esistevano centinaia di aziende qualificatissime che davano lavoro a centinai di migliaia di operai. Oggi al posto di quelle aziende ci sono ottocento centri commerciali costruiti molto probabilmente con i soldi della camorra.  

Gli Islandesi hanno preso il loro destino nelle loro mani e si sono  dati la possibilità di rilanciare la propria economia. Si sono sacrificati per riappropriarsi del futuro  per impedire a un pugno di speculatori senza scrupoli e senza morale di arricchirsi col sangue di una nazione.

Certo la situazione Italiana, come pure quella greca è molto diversa da quella Islandese, ma è difficile pensare che quella esperienza non abbia in se dei contenuti positivi e non sia espressione di un concetto di democrazia che noi abbiamo dimenticato dopo venti anni di dominio della destra più corriva con qualche interruzione di una sinistra smarrita e senza idee. Ha detto lo storico spagnolo Miguel Sanz Loroño“Con il rifiuto opposto al salvataggio delle banche i cittadini islandesi hanno dimostrato al mondo che la democrazia può ancora salvarsi dalle spietate leggi del capitalismo internazionale.” Questo è il motivo per cui non si parla dell’Argentina, come dell’Islanda.

Allora torna la domanda: bisogna fare come l’Islanda? Non lo so! So però che l’Islanda ci ha insegnato alcune cose: primo il 93% della popolazione ha imposto il rifiuto del rimborso del debito, senza nessuna violenza. ed ecco perché i media internazionali non ne parlano. Si tratta di una rivoluzione democratica anticapitalista che dimostra che ai mercati finanziari si può rispondere usando l’arma della democrazia. Ci arriveremo presto perché il cappio che i mercati ci stanno stringendo alla gola diventerà troppo stretto da sopportare. "L’insegnamento che può essere ricavato dall’uscita dalla crisi per l’Islanda è che è importante far sostenere il meno possibile il costo della crisi finanziaria ai contribuenti e dalle finanze dello stato” ha detto  l’analista finanziario Jon Bjarki Bentsson, della banca Islandsbanki. Il premio Nobel dell’economia americano Paul Krugman ha condiviso il parere di  Jon Bjarki Bentsson. “"Salvare le banche significa far pagare la crisi ai cittadini” e recentemente ha scritto  sul New York Times  "Dove tutti gli altri hanno salvato le banche e lasciato che i cittadini pagassero  la crisi, l'Islanda ha lasciato fallire le banche e ha di fatto aumentato la sua rete di sicurezza sociale".

L’Islanda non è certamente l’unica soluzione possibile, ma è la prova che non tutto deve essere fatto seguendo il principio di necessità. Lungi dall’essere un modello l’Islanda è una alternativa possibile ed una alternativa sostenuta da una moltitudine  che lotta democraticamente è una risposta concreta allo stato di necessità. Gli Islandesi ci hanno insegnato che un altro futuro è possibile  che esistono delle alternative e che queste sono dentro la nostra coscienza di essere popolo libero capace di autodeterminarci. A noi spetta definire ciò che è utile e necessario per uscire dalla crisi, a noi spetta  raggiungere l’isola  che non c’è e in essa trovare la motivazione per una vita che meriti di essere vissuta senza padroni che ci dicono che cosa fare e che cosa è buono e giusto per noi.

Beppe Sarno

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14 marzo 2012 3 14 /03 /marzo /2012 16:50

 

Pur non essendo più iscritto al Partito Socialista guidato da Nencini, in quanto socialista, rivendico il diritto di commentare quello che è capitato ad un gruppo di giovani compagni di Solofra che si ispirano nella loro azione politica al mai compianto abbastanza compagno Aniello De Chiara. Questi giovani compagni, in vista delle prossime elezioni amministrative di maggio, rivendicano piena autonomia organizzativa e decisionale all’interno del territorio di Solofra in vista di questa competizione elettorale.   Questa scelta ha determinato la reazione stizzita della dirigenza provinciale che rivendica la propria autorità in quanto organo gerarchicamente superiore. No so con esattezza cosa affermi lo statuto del PSI, ma certamente una logica di buon senso  ed uno spirito sinceramente democratico dovrebbe far desistere i compagni del direttivo provinciale dall’affermare principi di autorità che mal si addicono ad un partito che affonda le sue radici nella lotta per la libertà e la democrazia. D’altronde la logica che si applica al sistema democratico, in cui noi viviamo, dovrebbe applicarsi anche agli affari interni delle organizzazioni di partiti politici. Lo scopo della democrazia è che le persone hanno il diritto di scegliere. Attraverso le elezioni, seleziona e controlla i suoi responsabili politici. Proprio come i cittadini di una nazione hanno il diritto di esprimere le loro opinioni con i  loro voti alle elezioni, così gli iscritti di  un partito politico dovrebbero avere il diritto di selezionare e rifiutare i loro leader, i loro rappresentanti e scegliere nel loro ambito territoriale i candidati alle funzioni pubbliche.

In Italia questo principio è sancito nella Carta Costituzionale, in Germania la  Legge fondamentale del 1949 prevede che  nell’organizzazione interna i partiti politici devono attenersi a principi democratici "(art. 21. 1). Negli Stati Uniti i riformatori del Partito Progressista hanno sostenuto lotte epocali per affermare questo principio che è alla base di ogni democrazia moderna.

L’istituzione delle primarie promosso dal Partito Democratico tende proprio ad consolidare la necessità della democrazia interna del PD come strumento di verifica  delle realtà territoriali. Marco Riccio è diventato segretario Provinciale sulla base di un congresso basato su regole di democrazia scritte nello statuto del partito, perché queste regole non dovrebbero applicarsi ai compagni di Solofra nel momento che le loro scelte potrebbero determinare la vita politico-amministrativa del Comune di Solofra?

La carta dei diritti fondamentali riconosce il diritto di autodeterminazione dei popoli. Anche questo principio deve necessariamente essere applicato alle organizzazioni interne dei partiti.

Nell’esprimere la solidarietà del Network per il Socialismo Europeo ai giovani compagni di Solofra, li invito a riaffermare con forza la loro autonomia ed indipendenza. A Marco Riccio mi permetto di dare un consiglio: cerchi il consenso attraverso il dialogo perchè non è con i diktat che si fa crescere un partito.

Beppe Sarno

Portavoce Provinciale del

Network per il Socialismo Europeo

 

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12 marzo 2012 1 12 /03 /marzo /2012 17:31

Il Network per il socialismo europeo rivolge un appello ai Senatori
della Repubblica affinchè sia salvaguardato il diritto del popolo di
intervenire sulle modifiche della Costituzione. Com’è noto a tempi
brevissimi il Senato sarà chiamato ad approvare in seconda lettura le
modifiche all’art. 81 della Costituzione in materia di pareggio di
bilancio. Si tratterà dell’ultimo passaggio previsto dall’art. 138
C.dal momento che la Camera del Deputati ha già effettuato le due
votazioni previste e il Senato ha già votato in prima lettura il 15
dicembre scorso. Le modifiche si ispirano alle dottrine dominanti in
questa fase della politica europea guidata dalle destre conservatrici
e neoliberiste. Qualcuno ha scritto che queste modifiche equivalgono
all’abolizione per legge del pensiero di Keynes. Altri hanno osservato
che si tratta dell’ultimo omaggio offerto alle “idee fallite” che
stanno alla base dell’attuale crisi. Non c’è dubbio che le
implicazioni delle nuove norme proposte saranno molto rilevanti e
ridurranno di molto le possibilità future di scelta delle politiche
economiche e di sviluppo del nostro paese. Non vogliamo comunque qui
entrare nella discussione di merito circa i contenuti di questi
cambiamenti costituzionali, che pure stanno sollevando in altri paesi
europei discussioni e confronti assai più vasti di quanto non sia
colpevolmente avvenuto finora nel nostro paese. Poniamo però ai
Senatori una questione di coscienza e di democrazia. Riapprovando il
nuovo articolo 81 con la maggioranza di due terzi escluderebbero la
possibilità del pronunciamento del popolo attraverso il referendum
confermativo. E’ ammissibile che ciò avvenga su un tema così
importante? E’ ammissibile che ciò avvenga per opera di un Parlamento
delegittimato dalla crisi politica e morale che sta squassando le
nostre istituzioni? E’ ammissibile che i due terzi siano calcolati su
assemblee parlamentari che, elette con una legge ipermaggioritaria,
non rappresentano milioni di elettori che non hanno potuto far pesare
il loro voto alle ultime elezioni politiche? Chiediamo dunque ai
Senatori di evitate la maggioranza dei due terzi per lasciare la
scelta finale al popolo sovrano.


Network per il socialismo europeo

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22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 10:22

Con l’approvazione del finanziamento di centotrentamiliardi di euro  alla Grecia alle condizioni richieste si può senza dubbio parlare di una effettiva abolizione della sovranità nazionale di questa nazione. Che ci crediate o no, l'Unione europea ha posto in essere una pacifica occupazione della Grecia, mettendo in buona sostanza  l'economia del paese sotto tutela diretta dei paesi del nord europee in difesa dei loro potenti interessi finanziari.

Terrorizzati dalla prospettiva di un default della Grecia - il che significherebbe una perdita  del 50-70 per cento per alcune grandi banche tedesche e francesi, che sono esposte nei confronti del debito greco per la somma di $ 119 miliardi - I leader dell'UE hanno spinto per una soluzione della vicenda a  condizioni così gravi da abolire in modo reale e concreto la sovranità greca.

Possiamo senza dubbio affermare che l’intervento dell’Europa ha portato, ad un intervento esterno senza precedenti nell'economia greca, compreso il coinvolgimento internazionale nella riscossione e nella privatizzazione dei beni statali. Il “Financial Times” aveva previsto quanto è successo oggi da mesi. Il problema adesso è di sapere fino a che punto il popolo greco accetterà tali misure e se le elezioni, ovemai non fossero rinviate, riusciranno a ribaltare la situazione.

Ma esistono  opzioni o quello che è successo o era una via obbligata? Per capire come uscire da questa crisi, dobbiamo capire in primo luogo come ci siamo entrati. Troppe bugie e falsità sono state diffuse dai media e continuano a cadere sulle nostre teste senza una efficace controinformazione.
Da quando è stato introdotto l'euro, la Germania ha tratto enormi benefici da una moneta sottovalutata sistematicamente, rendendo i suoi prodotti molto più economici per i consumatori stranieri e quindi ha notevolmente aumentato le sue esportazioni. Questo ha permesso ai tedeschi di accumulare eccedenze finanziarie di grandi dimensioni. E’ sotto gli occhi di tutti che la Germania è la nazione più ricca dell’eurozona. Mentre tutti allegramente compravamo le belle Golf della Volkswagen le Banche Tedesche si incaricavano di investire in maniera redditizia le eccedenze patrimoniali accumulate, la Grecia,  aveva il problema opposto. Con la sua moneta in modo permanente sopravvalutata e l'appartenenza ad un mercato unico europeo, la Grecia non è riuscita a competere con l’alta tecnologia della Germania né  con la bassa tecnologia della Cina.

il risultato è stato che i tassi di crescita sono stati troppo lenti e il deficit ha cominciato a correre a dismisura. Sembra la fotografia dell’Italia. La Germania e la Francia hanno fatto man bassa dei lavori per le Olimpiadi di Atene e si sono continuate ad arricchire vendendo forniture militari di cui non c’era bisogno. Una macchina burocratica lenta, inefficace e corrotta ha fatto il resto.  Il popolo greco ha vissuto al di sopra delle sue possibilità. Ignominiosa bugia!

In entrambi i casi, al fine di finanziare il proprio  deficit, la Grecia ha dovuto vendere le obbligazioni agli investitori stranieri. Inizialmente, qualcuno lo ricorderà,  Standard & Poor ha dato alle obbligazioni greche una tripla A di rating. A nessuno faceva comodo in quella fase suonare campanelli di allarme e alla festa partecipavano tutti e le banche europee aumentavano il loro potere facendo profitti acquistando il  debito sovrano greco. La Grecia era ormai assuefatta e le banche operavano come veri e propri spacciatori di droga.
Ora, col senno di poi, è sotto gli occhi di tutti quanto siano state  criminali queste scelte sia da parte del governo greco che da parte delle banche del Nord Europa. Ora, però, gli unici a pagare sono i Greci.
Leader europei, fra cui i nostri Draghi e Monti attraverso media fin troppo compiacenti  hanno attaccato la Grecia per avere un welfare eccessivo  dichiarando che quello era la radice della crisi. Non è vero come non è vero che i greci sono troppo pigri: è un’accusa che rasenta il razzismo.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel invita i popoli mediterranei a “Lavorare di più". La verità e che queste dichiarazioni servono alla Merkel per placare il suo elettorato e che questa propaganda che coinvolge anche l’Italia serve a nascondere il fatto che le Banche europee sono insolventi  cioè che malgrado le iniezioni di liquidità che stanno avendo, sono senza soldi. Al posto dei soldi hanno una montagna di titoli tossici dei quali non si sono ancora sbarazzati.
Il salvataggio della Grecia servirà soltanto a tentare di salvare le banche vere e proprie spacciatori di droga. I greci continueranno ad essere inadempienti  e questo salvataggio servirà soltanto a farli diventare più schiavi dei loro nuovi padroni europei, che stanno comprando tutto ciò che in Grecia ha un valore commerciale a prezzi di realizzo.
Qualcuno dice che oggi la Merkel stia facendo economicamente ciò che la Germania non riuscì a raggiungere militarmente 70 anni fa: annettere  la periferia europea, tra cui l’Italia, malgrado Monti, nel tentativo di servire gli interessi nazionali della Germania. Distruggendo la sovranità greca, Merkel rischia di incendiare l’Europa e far morire la democrazia.

Nel frattempo, le due uniche opzioni reali di liberarsi dal debito della Grecia vengono sistematicamente ignorate. Forse il default della Grecia che è nei fatti dovrebbe essere consentito in maniera formale e non mi sento di condannare quei cittadini greci che vogliono uscire dalla zona euro per affrontare elezioni democratiche  elegger un governo che affronti una drastica politica di redistribuzione permanente dei redditi.

Se questo avverrà ce lo diranno solo le elezioni prossime venture perché in Grecia come in Europa deve essere ripristinata la democrazia sia attraverso misure  nazionali che tramite istituzioni transnazionali. La situazione attuale, in cui gli interessi finanziari del Nord hanno precedenza rispetto alle crisi dei paesi dell'Unione europea, è profondamente antidemocratica e irresponsabile e non tiene conto delle esigenze reali dei cittadini europei.

Purtroppo quello che è successo al popolo greco potrebbe essere  solo l’inizio di una crisi che coinvolgerà sempre più paesi: Portogallo, Italia, Spagna.

In questa folle danza sull’orlo di un precipizio nessuno si preoccupa di fermare una emorragia inarrestabile che solo i popoli così come è successo alla fine della seconda guerra mondiale sapranno fare. Ancora una volta c’è bisogno di una  nuova resistenza.

Beppe Sarno

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2 febbraio 2012 4 02 /02 /febbraio /2012 15:56

Non sono stato presente al seminario del 21 gennaio a Roma  ma le belle relazioni che ho letto dimostrano la qualità degli interventi e l’attenzione dei compagni di area socialista a ridefinirsi idealmente. D’altronde per noi socialisti “anagrafici”la definizione sembra scontata e questo ci porta molto spesso ad una pigrizia mentale che ci impedisce di farci quelle domande che invece p necessario porsi di tanto in tanto per capire chi siamo e se stiamo bene dove siamo. D’altronde se un uomo come Tremonti si definisce socialista, se un cialtrone come Brunetta si definisce socialista e se tanta gente a dir poco strana ama riferirsi al socialismo evidentemente un problema c’è a va risolto. Il problema da alcuni posto è appunto sapere cosa significa oggi essere socialista e se tale definizione e l’ideologia che la sorregge sia da sottoporre ad analisi critica per l’elaborazione di un uovo concetto di socialismo adattato ai tempi.

E vero infatti che dopo il fallimento del partito socialista  seguito allo scandalo di mani pulite, che vide Bettino Craxi esule e fuggiasco in Tunisia, vecchi leader  e  militanti socialisti dispersi  e variamente nascosti sotto sigle vecchie e nuove si interrogano  sul come  "rinnovare" o "ricostruire"l’identità socialista.

Per poter giungere ad una definizione o ad una semplice individuazione nell’attualità del concetto di socialismo sarà necessario far piazza pulita di due secoli di pensiero socialista e reinventare tutto, oppure  provare a reinventarlo sulla base di alcuni concetti fondamentali  elaborati  nel corso dell'Ottocento usando quelli che appaiono più attinenti all’attualità? Se la rottura con alcune idee socialiste sviluppate in passato sembra ovviamente necessaria, appare tuttavia ribadire una continuità di pensiero  rielaborando alcune teorie confrontandole con la realtà contemporanea.

Certamente per definirsi socialisti  è necessario porre dei paletti, partendo, prima di tutto,  dalla difesa dei principi nati dallo spirito della resistenza e sanciti nella Carta Costituzionale. Oggi in Italia come in Europa  assistiamo al contrario a rivendicazioni localistiche, razziste , etniche o religiose e queste rivendicazioni lungi dal dare soluzioni rischiano di rompere il patto sociale come l’avventura della Lega Nord dimostra. E anche importante che si continui a difendere il principio di laicità dello stato, continuamente messo in discussione, rifiutando  la supremazia del potere spirituale sul temporale, in un momento in cui le religioni, soprattutto nella forma più fondamentalista, acquistano particolare vigore  e cercano di minare principi che sembravano patrimonio comune della società.  Inoltre, sembra pleonastico,  il concetto di democrazia, vale a dire, il sistema multipartitico, il voto democraticamente espresso e la libertà di espressione e di opposizione a qualsiasi forma di dittatura o autoritarismo  non può che rimanere come uno degli obiettivi fondamentali del socialismo, perché  il populismo e l'estremismo di destra sono tutt’altro che estinti  e stanno ancora cercando di destabilizzare le democrazie in Europa, soprattutto in questo periodo di crisi economica e di  disgregazione sociale.

I Socialisti non dovrebbero, come purtroppo spesso accade, cedere alla demagogia ed al populismo, sarà pertanto necessario creare una demarcazione con certi ambienti che per opportunismo hanno preferito allearsi con la destra berlusconiana e con un centro politico espressione di una borghesia conservatrice e reazionaria.  Forse sarebbe meglio rinchiudersi in un massimalismo inteso come difesa del sistema parlamentare in alternativa a forme di governo autoritario che tendono al presidenzialismo. Come socialisti abbiamo il diritto ed il dovere di sognare una società di eguali, e fare dell’uguaglianza e della solidarietà il nostro cavallo di battaglia. La lotta contro le ineguaglianze sociali, che in questo momento storico sta raggiungendo i massimi livelli,  deve incarnare l'essenza del socialismo.

Infine, è necessario che i socialisti siano critici nei confronti di questo capitalismo finanziario, con cui non è possibile alcun compromesso,  difendendo l'idea che il governo dell’economia  è patrimonio di tutta la collettività compreso lo Stato, inteso nella sua accezione più nobile e dei lavoratori stessi, che invece vengono espulsi dai sistemi produttivi senza alcun diritto di intervento. Vanno rigettate le ricette Tatcheriane e il modo di intendere la produzione come un modo di conciliare lavoro e capitale, vale a dire il modo che è stato di Blair. La differenza fra Berlusconi e Monti è di stile ma le scelte vanno nella stessa direzione.

Allora i socialisti dovrebbero riferirsi ad altre esperienze produttive mettendo particolare enfasi sulle associazioni dei lavoratori, sui sindacati, che hanno difeso i diritti dei lavoratori,  sul sistema delle cooperative mai veramente attuate, magari rielaborando in chiave moderna il sistema delle partecipazioni statali recuperando in qualche modo le aziende abbandonate dai loro proprietari. Al contrario di quello che sta succedendo, l’intervento dello stato e il favorire forme associative di lavoratori dovrebbe essere privilegiato rispetto alla vergognosa corsa alle privatizzazioni, che nessun valore aggiunto crea per la collettività.

A livello ideologico, i socialisti di oggi farebbero bene a restare fedeli a  certe correnti di pensiero del XIX secolo ed anche del secolo scorso, facendo battaglie per farle metter in pratica respingendo altre impostazioni di pensiero che lungi dal risolvere i problemi della crisi attuale dimostrano tutta la loro inefficacia.

Gianni De Michelis è stato per ben cinque volte Ministro delle partecipazioni statali  e questo dimostra l’impegno dei socialisti su un’idea di industria che colma i vuoti dell’industria privata e ne diventa supporto indispensabile o addirittura ne diventa apripista. Non dobbiamo dimenticare che la rinuncia alle partecipazioni statali non fu fatta a seguito di un fallimento del principio ma a seguito di idee neoliberiste nate dal desiderio di applicare le direttive del  cd “Washington Consensus”, espressione coniata nel 1989dall'economista John Williamson per descrivere le  10 direttive di politica economica destinate ai paesi che si trovino in stato di crisi economica, e che costituiscono un pacchetto di riforme "standard" indicato da organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, quindi vera e propria ideologia neoliberale condensato del pensiero della famosa  "Scuola di Chicago ". Non a caso in Italia uno dei promotori di questo pensiero libero fu l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Quelle direttive sono oggi alla base del disastro europeo cui stiamo assistendo impotenti.

Certamente impedire la privatizzazione delle industrie di stato e dei  servizi pubblici essenziali dovrebbe essere una lotta socialista, non una battaglia di retroguardia volte a mantenere o privilegi acquisiti, ma una battaglia di principio in nome della giustizia sociale e dell’uguaglianza davanti alla risorse economiche.

I socialisti dovrebbero anche farsi carico di garantire il diritto ad un voto libero ed a scelte politiche consapevoli. Ciò consentirebbe  alle  classi sociali meno abbienti,  ove se ne creassero le condizioni di prendere il potere, non come si pensava ai tempi della Prima Internazionale  mediante  l'insurrezione armata, ma attraverso la pacifica lotta democratica. Questo potrebbe succedere nel momento in cui i movimenti cioè quelle organizzazioni spontanee di studenti, precari, cassintegrati, licenziati, emigranti attraverso le spontanee manifestazioni si riconoscessero in  una  politica che li attrae  e li salda diventando un corpo unico, come testimoniano tutte le esperienze in cui la classe politica è riuscita ad essere avanguardia del movimento. Ci si domanda perché la sinistra non riesce ad attrarre consensi: la risposta è una sola: non c’è una sinistra unita e l'unità della sinistra  sarà possibile soltanto quando questa riuscirà ad  offrire un'alternativa credibile all’attuale sistema di governo.

Oggi, i sindacati difendono, molto spesso in totale isolamento e a volte infruttuosamente le  conquiste sociali e i diritti sanciti contrattualmente. Attualmente assistiamo inermi all’attacco al sistema del cd. mercato del lavoro ed al desiderio del capitale di smontare tutte le conquiste guadagnate con decenni di lotte sindacali. Emblematica è la richiesta di abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Ciononostante da parte di alcune parti del sindacato e di autorevoli membri della sinistra si leggono segni di cedimento ed una certa volontà di integrazione nel sistema, perché la classe politica di sinistra non riesce  sufficientemente a motivare gli operai con  un ideale, con una critica più radicale, o proponendo un progetto di  società futura.

Molti pensatori del  diciannovesimo secolo potrebbero essere riferimento di noi socialisti contemporanei nella misura in cui ci rendiamo conto che il capitale finanziario internazionale indirizza il governo degli stati  in modo egoistico e retrogrado, e che la "classe industriale " composta di datori di lavoro  e operai, impiegati e artigiani, è stata espropriata dalla impresa “multinazionale”. 

Nel primo ottocento vi era, stranamente, una situazione economica abbastanza simile ad oggi, nella misura in cui l’imprenditore globale si cura poco della sorte dei propri dipendenti e del  loro lavoro, ma piuttosto dei profitti che realizzano e delle remunerazioni ai loro azionisti. L’idea di dare potere ai dipendenti e di farli partecipare alla vita dell’impresa sarebbe più attuale che mai ed anche questo è un concetto che si potrebbe riprendere dai padri del pensiero socialista.

Noi  socialisti del terzo millennio potremmo renderci conto che come già facevano i pensatori socialisti del secolo scorso che i contadini sono stati privati ​​di una parte della loro ricchezza tramite intermediari e che la loro produttività è bassa a causa della frammentazione della proprietà.

 Per un programma socialista potremmo prendere in prestito  alcune idee di Proudhon: quello della subordinazione della proprietà, come parte di un nuovo sistema economico, e la teoria della mutualità, che specula sulla possibilità di un contratto tra produttori e consumatori. In effetti, ripensare il concetto di  proprietà oggi potrebbe essere un'idea interessante che i socialisti potrebbero prendere in prestito, non cercando  espropri generalizzati, ma sviluppando la proprietà pubblica. Altro che privatizzazioni.

Non andrebbe neppure dimenticato il cd.”solidarismo” corrente di pensiero nata in Francia all’inizio del secolo ventesimo che si dedicava alla ricerca della "terza via", alla ricerca cioè di una forma di convivenza sociale che rifuggiva tanto dall'individualismo capitalista, quanto dal collettivismo comunista. Questo corrente di pensiero se rivalutata potrebbe farci ben confutare non solo i limiti della esperienza sovietica e del comunismo di stato, ma anche i difetti del liberismo che è un’ideologia che si fonda sulla disuguaglianza.

I Socialisti non dovrebbero dimenticare  l'importanza del socialismo cristiano attualmente molto forte in America Latina e che in Italia ha trovato uno dei suoi massimi esponenti in Lucio Schirò, che tentò con esiti interessanti di conciliare Cristianesimo e socialismo in un Socialismo evangelico. I "socialisti  cristiani", soprattutto negli anni sessanta e settanta, erano considerati i cristiani che aderivano al pensiero marxista, nella sua accezione socialista, depurandolo dagli eccessi rivoluzionari, dall'estremismo di sinistra e dalle posizioni anticlericali. In Francia Philippe Buchez,  faceva  appello alle associazioni dei lavoratori, contro la  soluzione comunista che a suo avviso privava il popolo della libertà in nome dell’uguaglianza.

Non si possono nemmeno dimenticare quei pensatori che denunciavano che il principio della concorrenza era da considerare la prima causa della disorganizzazione sociale  e moltiplicatore di povertà.  Sulla base di queste idee socialiste si potrebbero ben contrastare le direttive europee di ispirazione liberista e che invece mettono la concorrenza al centro delle loro preoccupazioni, spingendo i governi nazionali alle cd. liberalizzazioni che altro non sono che un’aspirina data ad un malato di cancro terminale.

Al contrario un programma socialista potrebbe sostenere con buone probabilità di successo che l’uguaglianza potrebbe essere l’idea guida per l’organizzazione di una società in cui il profitto sia una delle componenti ma non l’unica.

Oggi non è necessario ripensare il concetto di socialismo perché sarebbe sufficiente recuperare le idee principali dei vari  teorici del socialismo per alimentare la  critica del liberalismo e della globalizzazione, ma anche per un approccio  alle teorie più recenti dell'economia solidale che non si basa sul profitto.

Grazie a questo patrimonio di pensiero che è nella nostra storia si può pensare ad una economia alternativa, il cui progetto sia l'ecologia, lo sviluppo della comunità locali, l’ utilità sociale e di cui l’autogestione sarebbe una forma di organizzazione.

A questo punto sorge spontanea la domanda se si deve  dividere definitivamente la teoria socialista da quella teoria socialista maggioritaria che fu il marxismo, perché le previsioni marxiste non sono state realizzate e i regimi comunisti, che essa ha generato, hanno fallito, oppure bisogna ispirarsi  allo " spirito di Marx", confrontando però  la sua teoria alla realtà di oggi, e possibilmente modificandola. In altre parole, i socialisti dei primi anni del ventunesimo secolo dovrebbero essere socialdemocratici o rivoluzionari? 

Fermo restando la critica al Marxismo soprattutto perché il comunismo è cultura politica di una sola classe, quella operaia, oggi invece si deve parlare a più strati della società senza però dimenticare la genialità del metodo marxista. Per parlare a costoro non è necessario inventare niente perché tutto o quasi tutto è conservato in quel grande scrigno che è la storia del pensiero socialista, basta saperci mettere le mani con umiltà e mostrarlo alla gente.

Al giorno d’oggi non si può più pensare ad una rivoluzione ed alla presa del potere da parte di una sola classe, perché i socialisti del ventunesimo secolo debbono essere più che mai  fedeli ai principi espressi nella Carta Costituzionale, laici, democratici e favorevoli al progresso, sia esso  scientifico, sia esso inteso come progresso sociale. I socialisti debbono sentirsi investiti della  missione di trasformare la società e pronti a  lottare sempre dalla parte dei più deboli contro ogni forma  di resistenza organizzata dalla reazione. I socialisti di oggi non debbono mai dimenticare che esiste un'altra società possibile rispetto all’organizzazione sociale attuale. Ci dovrà per questo essere da parte nostra atteggiamento partecipe contro l’ingiustizia diffusa, diffondere la solidarietà come arma di lotta politica  e avere come obiettivo principale quello di  sradicare la povertà di strati sempre maggiori della società creando al contempo una società di eguali e liberi.

Utopia, sogni? Forse, ma se i sogni diventano di tutti molto spesso si trasformano in realtà.

Beppe Sarno

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29 gennaio 2012 7 29 /01 /gennaio /2012 17:08

In seguito all’appello lanciato dal Gruppo di Volpedo(GdV) il 24 settembre2011 i primi destinatari dell’appello,lo stesso GdV, Lega dei Socialisti(LdS), Movimento di Azione Laburista(MAL) e Network per il Socialismo Europeo(NSE) hanno organizzato il 21 gennaio u.s. un seminario preparatorio di un Convegno dal titolo provvisorio “La Sinistra dopo Monti”, invitando le Fondazioni Nenni, Brodolini, Buozzi e Di Vagno e, a titolo individuale, esponenti di PD( Damiano e Pittella) e SEL(Bandoli e Gianni).
Sono convenuti 73 compagne e compagni delle associazioni promotrici, i rappresentati delle Fondazioni al massimo livello, intervenuti a titolo personale Bartocci( Brodolini), Benvenuto(Buozzi) e Tamburrano (Nenni), che come ospite del seminario ha aperto i lavori, presieduti dal compagno Geppino Vetrano. Le relazioni introduttive sono state svolte dai compagni Felice Besostri (portavoce GdV, DN PSI), Franco Bartolomei(segretario nazionale LdS, Segr. Naz. PSI), Lanfranco Turci( portavoce NSE) e Valdo Spini ( presidente MAL). Complessivamente hanno preso la parola 29 intervenuti, tra i quali Bartocci e Benvenuto delle Fondazioni socialiste e gli invitati Bandoli, Gianni e Damiano. Il presidente della Fondazione DI Vagno, Mastroleo e Luigi Fasce, segretario del GdV e del coordinamento del NSE, hanno inviato contributi scritti.
Alla conclusione dei lavori si è deciso che i relatori si costituiscano in gruppo di lavoro permanente per organizzare la conferenza che si intitolerà, salvo diversa decisione “La Sinistra durante e oltre Monti: come si deve organizzare e con quali riferimenti europei, come deve essere, cosa deve proporre e sulla base di quali valori” per sottolineare che fin da ora si deve dare corpo ad una proposta programmatica della sinistra con la quale presentarsi alle elezioni e chiedere di governare il Paese. Sulla legge elettorale è netta la contrarietà ad un voto anticipato con la legge elettorale vigente, che presenta diversi profili di incostituzionalità. Al Convegno nazionale, da tenersi prima della tornata amministrativa di questa primavera ,saranno invitati i partiti PD, PSI e SEL ed anche della FDS, che si vogliano confrontare come sinistra di governo e le Fondazioni socialiste e di sinistra interessate. Altra decisione unanime è un’iniziativa nei confronti del PSE, per una sua trasformazione in un partito europeo transnazionale, cui possano aderire con diverse modalità, tutti coloro, singoli o associati, che condividano lo Statuto e la Dichiarazione dei Principi del PSE. . L’adesione al PSE anche del PD e di SEL oltre al PSI è un obiettivo condiviso, per innescare un processo di aggregazione di una sinistra italiana espressione del socialismo europeo. Il Gruppo di lavoro permanente può decidere di nominare un portavoce e di allargarsi con altri esponenti delle associazioni promotrici, delle Fondazioni o dei Partiti interlocutori, organizzandosi in sottogruppi con compiti specifici. Le associazioni promotrici assumono l’impegno di ritrovarsi con cadenza regolare prima della Conferenza sull’oggi e il domani della sinistra italiana.

Felice Besostri Gruppo di Volpedo
Franco Bartolomei Lega dei Socialisti
Lanfranco Turci Network per il Socialismo Europeo
Valdo Spini Movimento di Azione Laburista

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26 gennaio 2012 4 26 /01 /gennaio /2012 09:41

Network

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30 dicembre 2011 5 30 /12 /dicembre /2011 11:57

«L’impressione che si consolida – in un’europeista convinto come me – è che la crisi che investa l’area Euro, non a caso concentrata verso un modello sociale ed economico certo non paradisiaco ma –ancora oggi – unica alternativa alle versioni neoliberiste della società statunitense e di quella cinese (magari con la benedizione del Partito Comunista, ma sostanzialmente simile all’accumulazione primaria della prima rivoluzione industriale inglese), sia utilizzata dalla destra europea – in modo particolare da quella “seria” – per un regolamento dei conti ideologico con il carattere inclusivo delle nostre società.
Come leggere altrimenti la corsa a spingere verso il massacro sociale Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia giocata al rischio di far risultare “scoperte” le esposizioni dei creditori (in particolar modo le istituzioni bancarie tedesche)? Oppure i ritardi in una regolamentazione del rapporto con il mondo finanziario internazionale ( a cominciare col ritardo nell’autocertificazione finanziaria contrapposta alle agenzie di rating)?
In questo quadro la sinistra si divide tra chi gioca a ricostruirsi una verginità di lotta, che rischia di trasformare in jacquerie il conflitto sociale ed una sinistra incapace di confrontarsi con la realtà da un proprio punto di vista. I danni provocati dai troppi New degli anni ottanta o dalla rincorsa al centro (ricordate il Neue Mitte di Schroeder?), l’ incapacità di elaborare un punto di vista autonomo, quasi ubriachi di una possibile fine della storia e delle ideologie (cantata da chi proponeva una monocultura ideologica), la disattenzione rispetto al proprio sapere, la politica costruita come cosa aliena rispetto alle relazioni sociali, fanno balbettare la sinistra europea davanti alla crisi.
L’Italia condivide questa situazione.
Appare per questo interessante seguire il lavoro difficile – a tratti contraddittorio -, sicuramente oscurato dalla nostra informazione così provinciale, che i compagni del PSF e della SPD, in incontri bilaterali delle due segreterie (quasi per richiamare il PES alla responsabilità della sua inadeguatezza) svolgono oramai da tempo. La Lega dei Socialisti di Livorno, così come i compagni del Circolo Rosselli di Milano, hanno avuto il merito di pubblicare il documento delle due segreterie di questa estate. 
Questo documento ha il merito di riporre al centro del dibattito la costruzione di un governo democratico e sociale dell’economia, anticipando proposte di cui sentiamo balbettare, in particolare la tassa sulle transazioni finanziarie, il finanziamento della crescita, gli eurobond, la riduzione del sistema bancario a sistema di servizio, la base fiscale comune, il patto di stabilità sociale.
Questo documento ha il merito di aver riportato il PES a prendere posizioni come quella successiva al Consiglio Europeo di dicembre. Il giudizio sulla pericolosità delle misure di stabilità adottate (che rendono impossibile l’uscita dalla crisi), in contrasto anche con gli indirizzi della Corte europea di Giustizia, ripongono un punto di vista autonomo sulla spesa e l’indebitamento, coerente con una politica di redistribuzione dei redditi e di rimozione degli ostacoli che limitano la parità tra i cittadini e le cittadine.
Credo che la nostra riflessione, troppo spesso localista, debba ripartire da questi tentativi, riconsiderando le riflessioni degli altri non per rivendicare identità nominaliste o per avere la “linea” dall’esterno, ma per mettere in rete osservazioni ed elementi di confronto, per ricostruire un modo di vedere il mondo capace di influenzare lo spirito dei tempi.
Credo che questo sia coerente con la missione di SEL.

Andrea Ghilarducci  - Coordinatore SEL Livorno

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20 dicembre 2011 2 20 /12 /dicembre /2011 15:57

«Credo che nessuno di noi si aspettasse miracoli da Monti. Ma le misure prese sono molto più inique e squilibrate socialmente di quello che forse qualcuno si aspettava. E’ una manovra che colpisce, per far cassa, la parte più debole del paese, quella che ha già pagato tanto in termini di riduzione di diritti sociali, di precarietà, di abbassamento del tenore di vita. Non c’è traccia di una vera imposta patrimoniale che vada a riequilibrare il dato vergognoso di un 10% della popolazione che è in possesso del 45% della ricchezza.
E’ una manovra recessiva (e questo non farà che ri-scatenare la speculazione), che mette il paese in ginocchio.
Quindi i socialisti non possono che stare in prima fila contro questa politica. Ma ci devono stare non per fare la solita lagna di sinistra che non serve a niente, ma per aiutare a dare uno sbocco positivo nel senso della costruzione di un progetto di riformismo forte socialista alla deriva attuale.
Per questo oggi è essenziale il pieno sostegno alla CGIL della compagna Camusso perché è l’unico punto di riferimento di chi vuole fare una battaglia di sinistra; ma non di una sinistra qualunque: di una sinistra incardinata in una prospettiva di socialismo democratico. Per questo motivo occorre che il malcontento non sia gestito da forze demagogiche (Lega e Di Pietro) e che SeL si mobiliti (pur con i suoi limiti organizzativi) a sostegno della Cgil.
Ma al tempo stesso occorre costruire un rapporto serio con l’ala del PD che certo non si entusiasma per Monti. Penso non solo a Fassina, ma anche a Damiano.
Stamattina un autorevole dirigente del PD mi diceva che comunque difficilmente il partito uscirà indenne da questa fase che ridisegna probabilmente la geografia politica nazionale.
Insomma il governo Monti accentua la crisi e le profonde contraddizioni del PD.
Ho sempre detto che la rottura del PD è la via maestra per ricostruire una sinistra con una chiara identità socialista democratica, con il grosso di SeL e l’area socialista dispersa.
Ma dobbiamo riconoscere che la situazione attuale è il corollario di una profonda crisi della politica che ha caratterizzato tutta la II Repubblica; non solo per colpa del centrodestra, ma anche del centrosinistra.
Alla fine degli anni 80 avevamo in Italia una sinistra al 45% (solo la somma tra PCI e PSI giungeva al 41%). Nel 1996 (vittoria dell’Ulivo) la sinistra era al 30% (-15 rispetto a dieci anni prima). Nel 2006 era al 25%. La scomparsa del Psi si è sentita eccome, insieme alla migrazione a destra di vasti settori di elettorato popolare ed operaio.
Il carattere moderato e centrista del CS di Prodi e D’Alema è in larga parte frutto di questo declino inarrestabile della sinistra politica. Si cercò di porre rimedio a questo declino con la “Cosa 2”. Ma il suo aborto paradossalmente spinse sempre di più i Ds verso quella deriva centrista che ha poi dato origine al PD.
Ma tale deriva è stata favorita dall’assenza di un progetto seriamente socialdemocratico. L’alternativa alla deriva a destra dei Ds infatti è stata rappresentata dal bertinottismo. E dalla subcultura che ha prodotto: un sinistrismo movimentista senza progetto, fondato sulla proiezione mediatica del leader (e quindi su una personalizzazione esasperata), che esiste e si riproduce solo per denunziare la magagne dei “riformisti” . Intendiamoci di questo sinistrismo è stato interprete non solo Bertinotti, ma su altri piani, i “girotondini” , i verdi di Pecoraro Scanio.
Insomma centrismo strisciante veltroniano e sinistrismo insieme hanno congiurato per liquidare ogni prospettiva di sinistra di governo.
Per cui nel 2008 abbiamo da un lato il PD a “vocazione maggioritaria” (che però si carica Di Pietro) e dall’altro il confuso sinistrismo dell’Arcobaleno. La disfatta della sinistra era inevitabile.
L’esperienza storica serve anche per non commettere gli stessi errori. Per ricostruire una sinistra di governo nel socialismo europeo (dopo mi soffermerò) si dovrà uscire dai circoli viziosi del passato recente.
Oggi il PD ha una componente moderata molto forte. In essa non ci sono solo gli ex DC , ma una parte considerevole di post-comunisti: Veltroni, Morando, Ichino, Fassino, più D’Alema ed i suoi fedelissimi (soprattutto al sud). La feudalizzazione del partito (dove governa soprattutto) ha prodotto al demo cristianizzazione di fatto di molti post-comunisti. Così come sono molti (ma già l’abbiamo visto) gli ex comunisti diventati “liberal”.
Questa area centrista del PD (insieme al III Polo) è quella più entusiasta del governo Monti, perché esso favorisce l’aggregazione di una grande forza centrale (la DC del XXI secolo) arbitro della politica.
Le difficoltà di Bersani si comprendono. Se si arrivasse ad una scissione nel PD, l’ala sinistra non prenderebbe più del 15% dei voti. Sommati a quelli di SeL si arriverebbe intorno al 20% (faccio proiezioni molto arbitrarie sia ben chiaro). Ma probabilmente oggi tanto è il peso della sinistra. Se comunque questa nuova sinistra nasce su un chiaro progetto socialdemocratico avrebbe la capacità di espanderli partendo da una base non proprio disprezzabile.
Abbandonando la fanta-politica, è comunque evidente che se la sinistra del PD (Bersani, Damiano, Fassina) non desse battaglia proprio ora, essa verrebbe risucchiata in un vortice da cui sarebbe impossibile uscire fuori.

Ma si può aiutare questa parte del PD se ci si impegna (e SeL dovrebbe farlo in prima persona) in direzione del PSE. Ho già parlato della convenzione del Pse a Bruxelles e della conferma del pieno superamento del blairismo. E del chiaro ritorno di un progetto socialdemocratico.
I problemi che abbiamo di fronte sono di natura europea e solo a livello sovranazionale possono essere affrontati e risolti alla radice. Oggi il Pse è l’unica forza della sinistra in grado di costruire una alternativa organica al neoliberismo su scala continentale. La sinistra neocomunista è archeologia; altre forze della sinistra radicale rappresentano anche pezzi importanti di  società (in alcuni paesi), ma hanno vocazione minoritaria, possono essere alleati ma è difficile prospettare una strategia comune.
In SeL ho visto pezzi importanti dare grosso significato all’adesione al Pse. Altri sono recalcitranti ed ancora pensano di poter costruire arcobaleni. Altri vogliono le elezioni subito (e magari con questa legge) perché pensano di poter  essere eletti in parlamento.
Vendola è persona saggia e sa che è più importante ricostruire la sinistra che approfittare di un vantaggio virtuale.
Ma anche lui deve sciogliere il nodo Pse nel più breve tempo possibile. Proprio per stanare e stimolare la sinistra del PD. Da questo punto di vista io ed altri compagni (per quel che può valere); socialisti iscritti a seL ci faremo promotori di un documento dei socialisti in SeL per chiedere l’adesione del partito al PSE.
E comunque la situazione attuale richiede che quel patto di unità di azione tra le associazioni dei socialisti di sinistra sia al più presto attivato.

Peppe Giudice

 

Network Per il Socialismo Europeo

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15 dicembre 2011 4 15 /12 /dicembre /2011 10:40

«Siamo iscritti a SeL che si riconoscono nella tradizione e nella cultura politica del socialismo italiano.

La nostra scelta è stata motivata dalla comprensione  che la suddetta tradizione, essenziale per la sinistra e la democrazia italiana e con tratti di stringente attualità, non poteva essere rinchiusa in recinti stretti ed angusti di micro-soggettività politiche ad uso e consumo di un ceto politico marginale, incapace di elaborazione culturale.Essa, p iuttosto, va messa a disposizione di un più generale processo di ricostruzione di una sinistra larga, popolare e di ispirazione socialista. SeL si è concepita come soggetto transitorio. Ebbene proprio questa sua caratteristica ha convinto noi ad aderirvi, per portare il nostro contributo di idee e di lavoro politico.

Un soggetto transitorio non è l’equivalente di un partito senza precisa  identità politica. Un soggetto politico non identitario non esiste (parliamo di identità politica e culturale non di senso di appartenenza organizzativo). Esso sarebbe effimero e fondamentalmente legato agli impulsi emozionali che un leader mediaticamente bravo è in grado di suscitare. Quando il leader si appanna inevitabilmente il soggetto stesso declina.

Anche se formazione transitoria, SeL non può continuare ad essere un mero contenitore di coloro che hanno cercato rifugio dalla scomparsa della sinistra dal parlamento. Deve diventare un soggetto in grado di essere riconoscibile per tratto identitario ed organicità del progetto, in grado di radicarsi sul territorio. Certo, capiamo che è difficile aprire una discussione sulla identità. Essa (a causa di tutta una serie di rimozioni e nodi storici non risolti dalla sinistra italiana) è passibile di provocare lacerazioni. Ma ad un certo momento  diventa cruciale affrontare con un serio dibattito democratico temi anche spinosi.

La storia della sinistra del 900 non è uniforme. Le due grandi correnti in cui si è diviso il movimento operaio e socialista dopo la rivoluzione bolscevica (socialismo democratico e comunismo)non hanno affatto avuto il medesimo destino: il socialismo democratico , pur avendo vissuto le sue contraddizioni e pur avendo realizzato solo parzialmente il suo programma, esce a testa alta dal 900, avendo realizzato, in Europa, il modello sociale più avanzato mai sperimentato (la reazione del capitalismo neoliberista è stata tutta rivolta contro le conquiste della socialdemocrazia). Il comunismo dove è stato al potere ha prodotto il cosiddetto “socialismo reale” che ha rappresentato la più netta negazione dei valori emancipatori del socialismo e della democrazia; dietro la falsa coscienza ideologica della contrapposizione tra “campo socialista” e  “campo capitalista” si è messo al servizio della logica imperiale sovietica simmetrica a quella americana. Le due potenze vincitrici della II Guerra Mondiale hanno entrambi usufruito di  una copertura ideologica al proprio imperialismo. “la difesa del mondo libero” da parte degli Stati Uniti, quella del “proletariato e del campo socialista” da parte dell’Urss. L’Europa e l’America Latina sono le aree che più hanno sofferto di questo bipolarismo condiviso .

Il crollo del socialismo reale non ha affatto rappresentato una sconfitta del movimento operaio. Nei regimi comunisti vigeva lo sfruttamento sistematico da  parte del capitalismo di stato. Oggi in Cina dietro il modello politico comunista c’è il capitalismo più brutale mai visto. L’identificazione tra modello sovietico e socialismo è stato piuttosto controproducente per la sinistra e per il socialismo.

E quel sistema non è stato semplicemente il frutto delle terribili degenerazioni dello stalinismo. Chi proviene dalla tradizione socialista sa bene che è nella concezione leninista e bolscevica del partito e della rivoluzione (esse rappresentano una vera e propria degenerazione “giacobina” ed autoritaria del pensiero di Marx ed Engels), che si annidano i germi del totalitarismo. Del resto esponenti del marxismo democratico e libertario (sia pur diversi tra loro) come Karl Kautsky e Rosa Luxembourg, avevano già ampiamente intravisto il carattere dispotico della rivoluzione bolscevica ai suoi albori (1918-1919). Stalin aveva fatto precipitare il sistema in una paranoica e terroristica dittatura personale ma le premesse di tale degenerazione stanno tutte nel regime di partito unico e di collettivismo burocratico imposto da Lenin e Trotrzky.

Sappiamo bene che il PCI ha una sua storia peculiare non riducibile (quantunque storicamente dipendente) al comunismo realizzato. Ma l’elaborazione del PCI era originale rispetto alla III Internazionale, ma non certo alla socialdemocrazia tedesca ed austriaca a cui per alcuni aspetti si avvicinava magari inconsapevolmente e comunque senza il coraggio di ammetterlo. Di qui nasce la famosa “doppiezza” di un partito ne’ comunista ortodosso né socialista ma orgogliosamente “italocomunista”. Una doppiezza che è certo servita negli anni 50 per far radicare un grande partito d massa indispensabile al consolidamento della democrazia. Ma che in seguito è divenuto un grosso peso, soprattutto nella fase in la democrazia italiana sarebbe dovuta passare dalla fase della consociazione a quella dell’alternativa.

IL fallimento del comunismo italiano sta essenzialmente nella incapacità di superamento della doppiezza. La sintesi auspicata tra comunismo e socialismo democratico era impossibile e infatti non è mai giunta. Parliamo di fallimento (o se vogliamo di esaurimento)  di una esperienza (che comunque ha avuto incontestabili meriti storici, sia pur nelle contraddizioni che l’hanno caratterizzata) in quanto lo stesso corpo del partito lo ha nei fatti  riconosciuto nel 1990 decretando lo scioglimento del PCI. Certo quella operazione fu dimezzata , perché insieme alla esigenza giusta di fuoriuscire completamente dall’esperienza comunista non si indicò con chiarezza la direzione di marcia. Quel vuoto ha pesato per tutta la seconda repubblica.

Siamo socialisti, ma siamo consapevoli che anche la nostra storia ha i suoi punti oscuri e comunque da criticare con decisione. La esperienza del PSI degli ani 80 è stata controversa e costellata da errori e colpe politiche che hanno prodotto processi degenerativi gravi; non possiamo nasconderlo. Pur nella articolazione del giudizio, non possiamo non stigmatizzare il rampantismo edonista ed amorale che si impossessò di vasti settori del partito, l’allontanamento dai valori e principi del socialismo da parte dei Martelli e dei DE Michelis. Ma non si può gettare il bambino con l’acqua sporca. Pur nelle degenerazioni (che poi negli anni 90 hanno coinvolto anche il resto della sinistra) c’era una vasta platea di militanti, dirigenti, sindacalisti ed amministratori socialisti onestissimi, con grande passione civile ed interpreti di un socialismo autentico. Il processo stupido ed autolesionista di demonizzazione a 360° dei militanti  e della stessa tradizione socialista ha terribilmente mutilato ideologicamente e politicamente la sinistra della II Repubblica. Fiaccandone la forza. Nel 1987 la sinistra aveva il 45% dei voti, nel 96 era scesa al 30%, nel 2006 al 25%. Non c’è alcun dubbio che il forte indebolimento elettorale della sinistra ha pesato sul carattere moderato che il centrosinistra della II Repubblica ha manifestato.

Come critichiamo alcuni periodi del socialismo italiano, siamo allo stesso modo critici verso quelle derive moderate e neoliberali di un pezzo di socialdemocrazia europea che vanno sotto il nome di III Via. In realtà queste derive avevano l’obbiettivo di uscire fuori dalla socialdemocrazia e di imporre un modello di riformismo corrotto e subalterno al liberismo. Questo pezzo di socialdemocrazia, un po’ per pigrizia intellettuale, un po’ una tendenza intrinseca alla subalternità rispetto all’avversario, si era convinto che il modello di capitalismo liberale (o turbo-capitalismo) sarebbe durato a lungo negli anni, per cui il riformismo avrebbe dovuto limitarsi ad  attenuare le conseguenze più devastanti del liberismo, senza metterne in discussione il meccanismo strutturale.

Come ha ben spiegato un intellettuale socialista come Giorgio Ruffolo, questo modello economico e sociale capitalistico-liberista inizia negli anni 80 con la liberalizzazione dei movimenti di capitale e con la riorganizzazione della grande impresa capitalista che ha utilizzato le innovazioni tecnologiche per modificare fortemente i rapporti di forza  tra lavoro e capitale a vantaggio di quest’ultimo. Questo mutamento è stato fortissimo nei paesi anglosassoni, dove la forza del movimento sindacale è stata praticamente annullata , già a metà degli anni 80. Molto meno in quelle realtà dove c’era una socialdemocrazia ed un sindacato forti e con modelli economici poco influenzati dal processo di finanziarizzazione (paesi del Nord-Europa). Il combinato disposto tra liberalizzazione del capitale, e la modifica dei rapporti di forza tra capitale e lavoro ha prodotto la finanziarizzazione quale elemento strutturale del processo di accumulazione capitalistica e la divaricazione crescente tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Come nota Ruffolo, il meccanismo keynesiano-socialdemocratico si fondava su una implicita politica dei redditi che legava strettamente l’andamento dei salari a quello della produttività del lavoro. Ma ciò presupponeva rapporti di forza equilibrati. Quando essi si squilibrano a favore del capitale, i salari ed  redditi da lavoro crescono molto meno della produttività. Ma poiché la base di massa della domanda è fornita dai redditi da lavoro, ed il loro peso decresce, ecco un nuovo impulso alla finanziarizzazione: la crescita dei consumi viene finanziata dalle bolle speculative e dall’indebitamento privato. La gravissima crisi scoppiata nel 2008 (e che si sta aggravando ed avvitando) ha questa radici. In ultima analisi è la divaricazione tra capitale e lavoro la sua origine primaria.

Gli anni 90 hanno ancor più dato forza alla finanziarizzazione globale. Sia per la possibilità dell’uso della moneta elettronica, sia perché il crollo del comunismo ha fatto entrare nel mercato globale la Russia , la Cina ecc.  Ed ha fornito armi ideologiche a chi voleva far passare ogni socialismo possibile come un attentato alla modernizzazione ed all’innovazione. Il centrosinistra italiano è stato molto subalterno a tale “racconto”. La crisi della socialdemocrazia degli anni '90 (e primi anni del decennio trascorso) non è affatto crisi del socialismo democratico e dei suoi valori, ma, a parte il fatto che va analizzata da paese a paese (vi sono differenze non marginali), è stata la conseguenza della sua  chiusura nei recinti dello stato nazionale mentre il capitalismo ne metteva in discussione il ruolo (oggi mette in discussione il ruolo stesso della democrazia).

Non c’è stata fino ad oggi una vittoria del capitalismo. IL capitalismo senza antagonismi politici e sociali produce forze autodistruttive (come la crisi attuale dimostra). Il guaio è che il capitalismo potrebbe trascinare  nella sua catastrofe ogni conquista democratica e di civiltà. Il socialismo europeo ha svolto una seria autocritica dei propri errori e delle proprie derive. Qualcuno eccessivamente esigente potrà dire che non è sufficiente. E’ comunque importante che l’abbia avviata. In Italia non l’ha fatto nessuno.

La sinistra della II Repubblica è stata perdente: strutturalmente perdente. Perché dalla scomparsa del PSI e dalla trasformazione del PCI non è venuto fuori nessun progetto serio. La sinistra, già indebolita elettoralmente (rispetto alla I Repubblica)ha vissuto  dal un lato il riformismo corrotto e subalterno dell’Ulivo prima e del PD Veltroniano poi; dall’altro lato il sinistrismo di Bertinotti o di Pecoraro Scanio. Che viveva unicamente in funzione della creazione di una rendita elettorale di soggetto minoritario denunziando i “tradimenti” del riformismo. Ma senza costruire un progetto organicamente socialdemocratico (del resto chiedere a Rifondazione di fare la socialdemocrazia era troppo!)

Per cui la progressiva deriva della sinistra ha prodotto due disastri : Il PD centrista di Veltroni (a vocazione maggioritaria) ed il sinistrismo senza progetto dell’Arcobaleno. Ed ecco il quadro attuale. La crisi profonda della politica ha prodotto questo governo “tecnico” che certamente non è amico dei lavoratori e dei ceti deboli. Ma che tutti hanno vissuto come uno stato di necessità. E comunque la necessaria opposizione alla politica sociale ed economica di questo governo deve avvenire sul terreno di un riformismo forte e di una sinistra di governo. A nostro avviso oggi SeL può svolgere un ruolo importante e propulsivo, a patto che cessi di essere pura proiezione di un leader (che ha svolto un ottimo compito). Si dia una identità e si radichi.

OGGI UNA SCELTA DI SEL DI ENTRARE NEL PSE E NELL’INTERNAZIONALE SOCIALISTA sarebbe una mossa che muoverebbe in positivo il quadro politico, e soprattutto accelererebbe l’esplosione delle contraddizioni nel PD: questo del resto sarebbe il detonatore vero di una ricomposizione della sinistra su un progetto di socialismo democartico. Vedete, compagni: il socialismo democratico non è il capitalismo più il welfare come un vecchio comunismo settario l’ha dipinto. Questo al massimo può essere il progetto di un partito liberal-democratico.

No il socialismo democratico, come lo abbiamo appreso fin dagli anni 30, è riforma strutturale dei rapporti di potere economico e sociali generati dal capitalismo. IL socialismo democratico non ha le velleità palingenetiche del comunismo e non pretende di essere un modello perfettamente compiuto o la fine della storia, ma è processo che modifica la realtà.

Socialismo democratico significa welfare di qualità ma anche economia mista che prevede la gestione pubblica (aperta alla partecipazione dei lavoratori e dei cittadini ) dei beni comuni e collettivi, nonché dei settori strategici dell’economia, democrazia economica e codeterminazione nel settore privato (con la responsabilità sociale dell’impresa), spazio ad una economia cooperativa e mutualistica, incentivi alla piccola impresa, nel quadro di una generale programmazione democratica dello sviluppo (che oggi necessariamente include il tema della compatibilità ambientale dello stesso).

Peppe Giudice

Firme:

Peppe Giudice . SEL Potenza

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