Partito Socialista Italiano Sezione "Ferdinando Cianciulli" di Montella
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Nella recensione del libro di Alessandro Orsini “Gramsci e Turati: le due sinistre” (Rubbettino, euro 12,00 ), apparso il 28 febbraio, su “La Repubblica”, ad
opera di Roberto Saviano, emerge, oltre a quello di Gramsci e di Turati, anche il caso di Saviano, che si presenta nelle nuove vesti di riformista e di turatiano di ferro.
Non lo avevo finora sempre compreso e dunque me ne rallegro, perché le affermazioni di Saviano sono non solo condivisibili, ma anche illuminanti sul piano storico
e politico. Intanto la condivisione che in Italia sono state due solo le sinistre e non cento o una sola. Due, perché tante sono le correnti politiche che traggono origine della cultura
riformista e da quella rivoluzionaria (ora anarco-insurrezionalista, ora sindacalista rivoluzionaria, ora massimalista, ora comunista). Che Gramsci sia stato (non è giusto dare di lui una sola
versione che finisce per divenire anche un po’ caricaturale) anche uno dei più strenui e fanatici esponenti del filone massimalistico-rivoluzionario e comunista non v’è dubbio alcuno. Uno dei
più violenti verbalmente, almeno nel periodo della redazione del suo Ordine Nuovo, come ci ricorda Orsini. Vi aggiungerei il linguaggio col quale, dalle colonne dell’Ordine Nuovo del 28 agosto
del 1920, giudicò Camillo Prampolini e l’esperienza dei riformisti reggiani: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito moralmente ripugnante il metodo leninista) è inutile
continuare una discussione teorica. I moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare alla
psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra. E’ inutile sperare che un barlume d’intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di fra Galdino alla
ricerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale (….). Tra Lenin e questi sinistri idioti che è più ripugnante moralmente? A Reggio Emilia si apre lo spaccio della moralità da
sacrestani ubriachi. Perché questi cooperatori (…), questi ingrassatori di porci con la biada governativa, perché questi concorrenti della plutocrazia siderurgica nel domandare la protezione
dello stato borghese, non hanno avuto il coraggio di uscire dal partito dopo il congresso di Bologna?”. Gramsci parlava così di Prampolini, di Zibordi dei socialisti di Reggio Emilia, autentico
modello del socialismo italiano per fede, dirittura morale, concretezza e coerenza. Saviano ricorda la differenza di linguaggio, e dunque di tolleranza e di rispetto per le opinioni altrui, dei
riformisti. E in particolare, naturalmente, di Turati del quale il libro di Orsini sottolinea lo spirito eretico, e vi aggiungerei anche l’ironia laica. In realtà l’amore dell’eresia è il
frutto della fede per l’antidogma. I riformisti non sono mai convinti di possedere la verità, credono che la via migliore sia quella gradualista, di conquiste parziali e successive come disse
Turati “nelle cose e nelle teste”.
Il socialismo in divenire, un processo più che un obiettivo finale. “Perché altro non c’è”, lo sottolineò il leader riformista a Livorno nel gennaio del 1921.
Imputato numero uno al congresso di Roma del 1918, per avere intuito che dopo Caporetto la guerra era diventata di difesa del nostro territorio e non si poteva restare con le mani in mano,
imputato al congresso di Bologna del 1919, perché non favorevole ad impiantare i soviet in Italia e alla dittatura del proletariato, imputato a Livorno nel 1921, perché sensibile all’idea di
collaborare coi popolari contro la reazione fascista, Turati se ne uscì con il famoso e illuminante avvertimento profetico: “Quand’anche aveste impiantato i soviet in Italia se uscirete salvi
dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualcosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati a ripercorrere
completamente la nostra via, la via dei socialtraditori di una volta e dovrete farlo perché essa è la via del socialismo che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimanga dopo queste
nostre diatribe, perché tutto il resto è clamore, è sangue, terrore, reazione, delusione. E dovendo percorrere questa strada voi dovrete fare opera di ricostruzione sociale (...). La via lunga
è la sola breve”.
Mauro del Bue martedì 6 marzo 2012