Gerardo Labellarte - Il PD rischia amare sorprese
L’ennesimo calvario. Le primarie all’italiana, tanto care al Partito democratico, non cessano di causare dispiaceri ai dirigenti PD ed in particolare a Pierluigi
Bersani.
Nel caso di Palermo era chiaro fin dall’inizio, fatto di incertezze e ripensamenti, passi avanti e retromarce, che non ci fosse da aspettarsi niente di buono. Ed è
facile ora prevedere che l’esito, ben lungi dal creare le condizioni per una riappacificazione, sarà foriero di ulteriori polemiche e divisioni. Con il rischio di sprecare un’occasione unica di
strappare quel comune alle pessime amministrazioni di centro destra che lo hanno governato negli ultimi anni.
Noi abbiamo da tempo manifestato una serie di critiche di fondo al meccanismo delle primarie, aldilà del fatto che in qualche caso esse siano riuscite ad essere
reale momento di positiva partecipazione popolare alle scelte.
La prima riguarda l’assoluta incertezza e assenza di regole sulle modalità di svolgimento. Le decisioni sul se, quando e come celebrarle sono soggette alle
convenienze di questo o quel partito o gruppo locale e le decisioni in merito vengono spesso assunte in sedi ristrette, il che ne inficia il valore democratico.
La seconda considerazione riguarda la possibilità, proprio per la assenza di regole e garanzie, di consentire alla coalizione avversa di avere un ruolo determinante
nell’esito della consultazione. E’ difficile infatti, a prescindere da accordi o “inciuci” sotterranei, che i sostenitori di un candidato Sindaco avversario possano resistere alla tentazione di
indirizzare la scelta verso il candidato potenzialmente più debole e inoffensivo. Questi argomenti, ed altri, fanno parte da tempo del dibattito sul tema. Tuttavia il PD non pare tenerne conto e
continua a perseverare diabolicamente negli errori. Salvo dichiarare, dopo ogni disastro che “il meccanismo va ripensato”. In realtà l’incertezza dei Democratici sul tema è figlia della stessa
schizofrenia che sta caratterizzando il loro atteggiamento sulla riforma elettorale. Si finge di voler “ridare la parola ai cittadini nella scelta dei loro rappresentanti” ma in realtà si pongono
in essere (o si prova a porre in essere) meccanismi che rendano le scelte assolutamente imposte dall’alto.
Il rifiuto del PD ad ogni apertura sul voto di preferenza e la ferma volontà di continuare a privilegiare le liste bloccate nella scelta dei candidati al Parlamento
nazionale derivano da questa cultura, che viene però respinta duramente dai cittadini, i quali vogliono realmente riappropriarsi della possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
Il PD farà bene a tenere nel dovuto conto questi umori quando, dopo le elezioni amministrative, il dibattito sulla legge elettorale uscirà dalla diplomazia degli
incontri dei saggi ed entrerà finalmente nel vivo. Sono umori e sensibilità forti e diffuse. Il PD, e Bersani in particolare, le valutino con attenzione. Se non vogliono andare incontro ad
ulteriori, e molto amare, sorprese.