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2 marzo 2012 5 02 /03 /marzo /2012 11:45

 

 

 

 

No Tav, Sel
e sinistra di governo

di Emanuele Macaluso (dal "Riformista")

Nella foto: Nichi Vendola

La lotta dei No-Tav volta a impedire l’avvio di una grande opera pubblica ha riportato la mia memoria agli anni 40-50, quando si svolsero lotte asprissime per avviare lavori pubblici di piccola o grande dimensione. Quelle lotte furono definite “sciopero a rovescio”. I lavoratori disoccupati, con attrezzi rudimentali, iniziavano a lavorare per fare strade progettate e mai realizzate. Il tema del lavoro era al centro di tutto, particolarmente nel Mezzogiorno, e la Cgil di Di Vittorio, con l’aiuto di valenti economisti e tecnici, mise in campo il “Piano del Lavoro” fondato su grandi, medie e piccole opere pubbliche.
Il Piano fu sostenuto da sindaci, parroci, associazioni di commercianti e di imprenditori in tanti centri del Sud. Ma anche al Nord. Oggi il mondo sembra rovesciato: ci sono sindaci e cittadini della Val di Susa che vogliono impedire l’attuazione di un’opera pubblica, finanziata anche dall’Europa e sostenuta con convinzione non solo dai governi di Francia e Italia (di centrodestra o di centrosinistra), ma anche da larghi strati di popolo che non la pensano come gran parte degli abitanti della valle.
L’Italia è cambiata, non è più quella che conoscemmo negli anni cinquanta, ma il tema delle grandi infrastrutture è correlato proprio ai cambiamenti economici sociali che si sono verificati in Italia e in Europa. E il tema del Lavoro è tornato centrale. Sia chiaro, io rispetto chi su questo tema ha opinioni diverse da quelle espresse dai governi e dalle forze politiche che hanno deciso o sostenuto la Tav. Ma può una piccola minoranza, con la quale le istituzioni hanno ripetutamente trattato, sopraffare la maggioranza? La protesta è legittima, come ogni lotta di minoranza, ma a un certo punto le decisioni vanno attuate. O no?
E quando dalla protesta composta e pacifica si passa ad atti di violenza, occorre che ognuno assuma le proprie responsabilità. In questo contesto non mi stupisce il comportamento di piccole minoranze che non hanno alcuna prospettiva politica e una cultura di governo: i centri sociali o i partitini “comunisti”. Mi stupisce invece, e molto, il comportamento di Sel e particolarmente di Niki Vendola. Il quale è anche presidente di una grande regione.
Mi chiedo: se la Giunta pugliese avesse deciso, col consenso del Consiglio regionale, di aprire i cantieri per una importante opera pubblica e una minoranza del comunello in cui è ubicato il cantiere, con il sostegno di persone che vengono da fuori, contestassero violentemente l’avvio dei lavori, cosa farebbe il presidente Vendola? Tratterebbe? È quello che è stato fatto, ma la decisione finale spetta a quella piccola minoranza o al Consiglio pugliese? Vendola ha proposto una “moratoria”. Cioè sospendere i lavori delle Tav e ricominciare tutto daccapo. Questo è governare? Scherziamo?
Cari compagni e amici di Sel, non si può giuocare su più tavoli: quello del governo e quello della contestazione radicale e anche violenta a decisioni democraticamente assunte dalla maggioranza. Altro che foto di Vasto!
Forse in questa occasione i media hanno esagerato nel modo di dare le notizie e nei commenti, ma i fatti sono i fatti. E su questi le forze politiche debbono assumere chiare responsabilità.
Ps - La gazzarra inscenata ieri dinanzi alla sede romana del Pd conferma i connotati sempre più eversivi assunti dal “movimento”.

giovedì, 1 marzo 2012

 

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29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 18:52

 

 

 

Sostegno alla castanicoltura: Finalmente è legge!!!!

 

 

 

 

Napoli, 22.2.2012

 

Nonostante i ritardi da parte della Regione Campania nell’affrontare l’emergenza del settore castanicolo determinata dall’infestazione del cinipide galligeno, oggi finalmente abbiamo approvato la Legge presentata a giugno - che mi ha visto primo firmatario della proposta dello scorso anno - a sostegno dell’intero comparto castanicolo, dopo la grave emergenza del cinipide galligeno che nei tempi addietro aveva provocato ingenti danni ai produttori di tutta la Regione Campania.

 

Da una parte la legge sarà in grado di contrastare l’emergenza fitosanitaria dall’altra, invece, si prevedono interventi che rappresenteranno linfa vitale per l’intero settore castanicolo. Dunque contrasteremo efficacemente il cinipide con la “lotta biologica”.

 

Il mio sguardo positivo va a sostegno e dei sacrifici compiuti sopportati dagli operatori del settore che nonostante la crisi e la gravità della problematica hanno garantito la commercializzazione anche su mercati internazionali.

 

Se accanto a questa notevole importanza economica, si considera anche la funzione che la castanicoltura assume nei settori boschivo e paesaggistico, la necessaria conclusione è di considerare questa risorsa naturale di importanza nevralgica per l’intera collettività campana.

Gennaro Oliviero.

Presidente del Gruppo Consiliare del PSE della Regione Campania

http://olivierogennaro.blogspot.com/

 

 

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29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 17:33

 

 

Caldoro rispetti le Comunità Montane 

 

 

 

 

 

 

 

 

Napoli, 27.2.2012

 

Caldoro rispetti le Comunità Montane

 

La miope strategia amministrativa del Governatore campano, On.le Stefano Caldoro, mette in ginocchio e ridicolizza l’opera delle Comunità Montane, portata avanti con dedizione e sacrificio. Una gestione insensata che, per mezzo di tagli illogici ed indiscriminati, rischia di compromettere le attività legate alla tutela del paesaggio e dell’intero ecosistema regionale.

 

La richiesta di convocazione urgente per il “Tavolo Forestale in Commissione Ambiente, da parte mia e del collega di Gruppo, Consigliere MUCCIOLO, diviene momento imprescindibile per individuare le risorse che coprano il Progetto Forestale 2012/2013. L’ennesimo offesa, da parte di Caldoro, al lavoro portato avanti con passione, dignità e regolarità dai lavoratori e dalle loro Comunità Montane, non deve passare sotto silenzio.

 

E' nostro preciso dovere porre rimedio ai disastri amministrativi del Centrodestra. Le sabbie mobili di questa gestione che subiamo, conducono unicamente alla compromissione di paesaggio ed ecosistema della Regione Campania.

 

La convocazione del “Tavolo Forestale” in Commissione Ambiente è cosa doverosa e urgente. Ciò è assolutamente necessario per individuare le risorse necessarie alla copertura finanziaria del Progetto Forestale 2012/2013. L’assoluta mancanza di programmazione, ha permesso che si tralasciasse, sia l’individuazione degli interventi prioritari, che quelli di ordinaria manutenzione. Questo è il riconoscimento, da parte del Centrodestra campano, al meritorio operato dei forestali!

Se tutto questo non fosse sufficiente, saremo chiamati a subire, oltre al danno, la beffa. Le casse regionali dovranno affrontare ulteriori esborsi economici, sotto forma di spese legali. "Infatti, le rappresentanze delle Comunità Montane, sono pronte a tutelare i loro giusti diritti all’interno delle sedi giudiziarie.”

 

 

Gennato Oliviero

Presidente del Gruppo Consiliare del PSE alla Regione Campania

 

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24 febbraio 2012 5 24 /02 /febbraio /2012 10:59

Per non dimenticare un grande UOMO e un grande PRESIDENTE.

 

Ciao Sandro 

 

 


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15 febbraio 2012 3 15 /02 /febbraio /2012 15:55

 

 

«Gli interventi che D’Alema ha fatto sul socialismo europeo contengono pari pari tutti quegli elementi di ambiguità e di doppiezza ideologica che poi hanno portato al fallimento (o meglio all’aborto) della Cosa 2. Insomma per D’Alema il socialismo di per sé è incompleto ed ha bisogno di allargarsi e di fondersi con non meglio precisate altre esperienze progressiste. Quando poi precisa meglio la definizione di questo progressismo lo colloca, non in Europa, ma ai tropici : il Partito del Congresso Indiano ed il PT Brasiliano.
A parte il fatto che il PT brasiliano (non aderisce alla IS ma ne è osservatore) si definisce statutariamente un partito del socialismo democratico. In Brasile in realtà ci sono tre partiti socialisti: il PT, il PDT (demo-laburista, in parte confluito nel PT – l’attuale presidentessa Roussef di lì proviene) ed il PSB (partito socialista brasiliano). Il PDT ed il PSB aderiscono alla IS . Il PT ha il 17% dei voti, il PDT il 5 ed il PSB il 6. Insieme arrivano intorno al 28%.
Sulla presunta incompletezza del socialismo potrei rispondere che qualsiasi cultura politica è incompleta. Se ce ne fosse una che riassume il sapere assoluto ne avrei sincero timore. Ogni movimento politico rappresenta un punto di vista che non può essere totalizzante (addio dialettica democratica conflittuale!). Così come è evidente che ogni partito ha bisogno di costruire alleanze. Ma lo può fare in quanto non perde la sua autonomia politica e di rappresentanza sociale.
La società capitalistica è di per se una realtà segnata dall’antagonismo strutturale. Lo aveva capito Ricardo prima ancora di Marx. Proprio per il fatto di essere fondato sulla accumulazione e la produzione per la produzione, il capitalismo produce continui squilibri che a loro volta generano antagonismi. Che sono necessari a bilanciare la forza disgregante, sul piano sociale, del capitalismo stesso.
La funzione del socialismo democratico è stata sempre quella di trasferire su un piano democratico e socialmente costruttivo questo antagonismo strutturale, affinché esso fosse motore di un processo di trasformazione sociale nel pieno sviluppo della democrazia e della libertà.
Qui sta la ragione della autonomia della posizione socialista, che non rifiuta alleanze (anzi le ricerca) ma senza abdicare alla sua missione permanente (Bad Godesberg).
La posizione di D’Alema è un po’ “annacquatutto”. E non perché vuole includere il partito del Congresso Indiano. Ma semplicemente perché vuole nascondere il sostanziale fallimento del progetto del PD. Il polo progressista europeo serve ad un PD che non debba fare alcuna autocritica e serve un PSE che “si allei” con il PD , non che lo assorba.
E si capisce. Per D’Alema, Reichlin, Vacca il PD è in certo qual modo la prosecuzione del togliattismo con altri mezzi. Di quel disegno nazional-popolare che è in continuità con l’asse Cavour-De Santis-Labriola-Gramsci. E non è un caso che D’Alema è uno di quelli che ha sempre disconosciuto la importanza della cultura socialista nella sinistra italiana. A differenza di Piero Fassino, ad esempio.

Insomma con D’Alema non si va verso il PSE ma si ritorna al provincialismo di un certo PCI.
E del resto non tutto il PCI si può riassumere dentro lo schema togliattiano. I compagni comunisti della CGIL avevano una altra cultura politica, molto più aderente ai filoni centrali della socialdemocrazia. Di Vittorio, Lama, Trentin ne sono un esempio. Soprattutto Trentin con la sua ricchissima elaborazione culturale.
Perciò io dico ai compagni Orfini, Fassina, Orlando: va benissimo la vostra azione volta a costruire una area “socialdemocratica” dentro il PD. Ma senza le obliquità dalemiane. Con D’Alema si va in direzione affatto diversa da quella socialdemocratica. E non si può costruire una socialdemocrazia mantenendo il silenzio sul riscatto dell’autonomismo socialista indispensabile se si vuol fare un partito del socialismo europeo. Così come è necessario evidenziare i limiti strutturali su cui è nato e si è sviluppato il PD.
Ma oltre ai fatti ideologici, il dalemismo è stato un forte elemento di corruzione della politica. Al di là della stessa volontà di D’Alema. Un partito di ispirazione socialista non lo si potrà certo costruire con le maleodoranti carcasse dalemiane feudatarie nel Sud. Come non lo si può costruire con le carcasse post-craxiane, alla Nencini.

Peppe Giudice (tratto da - melogranorosso.eu )

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8 febbraio 2012 3 08 /02 /febbraio /2012 09:45

 

 

 

Perche' oggi e' importante per l’intera sinistra riscattare la migliore tradizione del socialismo italiano

 

  • Scritto da Peppe Giudice Lunedì, 09 Gennaio 2012 18:14

 


«Sul sito di SeL c’è stato, finora, un interessante dibattito sulla ipotesi di SeL dentro al PSE (che traspare da un articolo di Migliore) . Devo sottolineare che la maggioranza degli interventi mi è parsa chiaramente favorevole alla ipotesi, sia pure con articolazioni di giudizio. I contrari non fanno che ripetere i soliti stereotipi contro la socialdemocrazia tipica di una consunta cultura funeral-comunista. Ma costoro, probabilmente non sono iscritti a SeL. Spesso il sito di SeL diviene il campo di battaglia in cui si inseriscono gli elementi più ottusi di Rifondazione per cercare di tirare dalla propria parte gli eventuali delusi da Vendola. E certo: il tema del PSE è pregnante in tal senso.
E’ comunque positivo che si sviluppi un dibattito serio ed intenso, anche contrastato. Solo in tal modo la eventuale scelta del PSE si sottrae ad una specie di obbligo burocratico e diventa scelta politica condivisa.
Nel dibattito non sono mancati accenni al dover andare oltre gli attuali steccati della sinistra europea e che SeL potrebbe favorire questo processo dando magari indicazioni al PSE ed alla GUE.
Mi permetto di dissentire da tali affermazioni.

 

Non perché non pensi che il PSE si debba magari allargare (a sinistra e non al centro) ad esperienze di sinistra socialista e libertaria che oggi non sono nel PSE. Ma perché sinceramente credo che la sinistra italiana (soprattutto quella di oggi) non sia proprio in grado di dare lezioni a nessuno.
Non dimentichiamo che nel 2008 la sinistra italiana è stata azzerata con la sua dissoluzione nel centro clerical-confindustriale con il PD di Veltroni e con la marginalizzazione minoritaria nell’Arcobaleno.
In nessuna altra parte di Europa è successo ciò. E non a caso.
Il fallimento della sinistra italiana è in larga parte frutto del fallimento politico del post-comunismo della II Repubblica. Nel senso, che pur avendone avuto occasione ed opportunità, la classe politica ed un pezzo stesso della militanza del PDS-DS da un lato e di Rifondazione dall’altro non sono stati in grado di affrontare, dirimere e sciogliere quei nodi politici, culturali ed ideologici che era loro dovere compiere per essere una sinistra credibile.
Dopo il 93 prevalse il seguente “racconto” (uso questa efficace espressione di Vendola) sulla sinistra. Racconto scritto a più mani da Occhetto, Veltroni e D’Alema.
Ecco il racconto: “nella sinistra italiana c’era una parte marcia che era rappresentata dal PSI. La storia (magari tramite magistratura) ha liberato l’Italia da questa sinistra degenerata ed ha affidata agli eredi della “vera” sinistra mai esistita in Italia (il PCI naturalmente) il compito di costruire una nuova Italia liberata dal malcostume, dalla P2, dalla mafia, dalla corruzione…. Certo il PCI nominalmente era comunista. Ma diciamo che era comunista per finta , non veramente. Allora c’era la contrapposizione dei blocchi e qualcuno doveva pur far finta di prendere le parti della Unione Sovietica. Insomma era un gioco delle parti necessario a mantenere in piedi il gioco della democrazia. Già prima dell’89 il PCI aveva preso le distanze dal “comunismo cattivo” (anzi loro volevano redimere l’URSS ma poiché erano troppo cattivi non vi è riuscito) e dopo l’89 gli ex comunisti italiani prendono in mano la bandiera di una sinistra tutta nuova che va oltre sia il comunismo che la socialdemocrazia – entrambi ruderi del 900. I socialisti italiani sono stati puniti perché erano o erano massimalisti-anarcoidi o erano senza spina dorsale, per cui alla fine è arrivato il cattivissimo Craxi che ha preso in mano il partito e lo ha riempito di delinquenti, magari anche di gente che stava nella banda della Magliana. E comunque il Psi ha fatto la fine che si meritava (si salvava solo Pertini – perché era stato al funerale di Berlinguer). Così alla fine gli eredi del PCI e gli eredi della DC insieme si adopereranno per salvare l’Italia dalle grinfie di Berlusconi amico di Craxi”.

 

La mia ovviamente è una ricostruzione molto caricaturale con elementi di evidente sarcasmo.

 

Però il succo, il nucleo di questo “racconto” è entrato nella testa e nella identità politica di diversi militanti e dirigenti postcomunisti di allora. Certo non di tutti. Vi sono molti compagni che non solo non si riconoscono affatto in questa rappresentazione ma la contestano.
E però degli elementi fondanti di questo racconto sono passati e comunque hanno fortemente condizionato il modo di essere.
Riprenderemo dopo il ragionamento su questo punto.
Oggi molti (ed io dico giustamente) contestano l’operato di Napolitano che di fatto ha costruito il governo Monti ed ha difeso nel suo messaggio di fine anno una concezione tipicamente liberal-liberista della economia (richiamando addirittura l’eredità di Einaudi). Io personalmente non credo che le elezioni sarebbero state una soluzione. Un centrosinistra con un PD spaccato su temi rilevanti e Di Pietro non sarebbe stato in grado di governare. E poi non si poteva andare a votare con l’attuale legge elettorale.
Ma è evidente che questo governo non lo si può considerare come nostro in quanto è responsabile di una impostazione di politica economica e sociale chiaramente conservatrice ed antipopolare.
Molti attribuiscono (ad iniziare da Sansonetti) l’atteggiamento di Napolitano al fatto che fosse un migliorista seguace di Amendola e quindi di una visione per cui l’interesse nazionale (o ciò che si maschera quale interesse nazionale) viene prima della giustizia sociale. E’ in parte vero. Ma D’Alema, Veltroni, Fassino nonché tutti coloro che hanno diretto i DS (e sono ex berlingueriani) negli anni 90 non mi paiono certo più a sinistra di Napolitano, anzi.
Ed allora il problema non riguarda solo il migliorismo ma probabilmente un pezzo più grande della storia e della tradizione del PCI.
Io ho iniziato a fare politica nel 1973 a 17 anni. Nel 1974 mi iscrissi alla Fgsi e nel 1975 al PSI (era De Martino il segretario).
Proprio perché quegli anni rappresentarono la mia iniziazione alla politica di essi ho un ricordo chiaro.
Allora la Fgsi era più a sinistra della FGCI. Nel Psi Lombardi e molti demartiniani come Bertoldi o Querci erano molto più a sinistra degli amendoliani del PCI. Lombardi era certo più a sinistra del Berlinguer anni '70.

 

A chi gli chiedeva: “ma vuoi scavalcare a sinistra il PCI?”, Riccardo Lombardi rispondeva tranquillamente: “io dal 1948 sono sempre rimasto più o meno sulle stesse posizioni; sono gli altri che mi girano intorno”. In effetti, negli anni della Unità Nazionale, molti vecchi dirigenti socialisti si meravigliavano per il moderatismo di grossa parte del gruppo dirigente del PCI. “Negli anni '60 ci accusavano di essere subalterni alla DC, oggi loro lo sono molto più di noi” questo dicevano.
Ora se è vero che la “politica dei sacrifici” degli anni 70, impostata da La Malfa e condivisa da Amendola furono i miglioristi ad elaborarla per il PCI , fu la grande maggioranza del partito a farla propria ed a convincere i propri militanti ad accettarla. Con l’eccezione di Ingrao, il quale dopo il 1976 fu impegnato dalla presidenza della camera. Ma Ingrao dopo l’espulsione dei suoi allievi del Manifesto rimase alquanto isolato nel gruppo dirigente.
Ricordo il forte antiberlinguerismo di allora da parte dei gruppi della sinistra extra (che però nel 1976 entrò in parlamento con la lista DP). C’era certo esagerazione da parte di costoro, ma non c’è dubbio che in quegli anni, il PCI si giocò gran parte dei voti conquistati nel 1976. Nel 1979 perse il 4,4% rispetto a tre anni prima. In effetti il forte aumento del PCI del 1976 vi fu perché si catalizzò il voto di protesta contro la DC ed il sistema politico bloccato. Insomma quel voto chiedeva lo sblocco del sistema e l’alternativa. Quel voto non andò al Psi perché esso fino al 1974 era stato al governo con la DC. Ma invece dell’alternativa vi fu il compromesso storico. E del resto il PCI non poteva guidare una alternativa alla DC – Berlinguer lo sapeva bene. Yalta lo impediva. Al massimo, in un quadro di distensione internazionale poteva partecipare ad un governo di larga coalizione. Solo una “Bad Godesberg” avrebbe potuto cambiare le cose. Ma essa non fu fatta neanche negli anni '80.

 

Ora chiaramente nella seconda metà degli anni '70 c’erano le caratteristiche di una situazione emergenziale, ma essa fino ad un certo punto giustificava il moderatismo del PCI (che nei programmi lo poneva più a destra di molti partiti socialdemocratici europei).
Del resto il primo centrosinistra che nacque nel 1963 espresse molta più forza riformatrice dirompente (rispetto agli equilibri precedenti).
Se noi pensiamo che dal 1963 agli inizi degli anni '70 furono fatte la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, lo Statuto dei Lavoratori, le pensioni a ripartizione, l’eliminazione delle gabbie salariali, furono posti gli elementi per un governo dell’economia, fu data attuazione all’istituzione delle regioni, fu varata la legge sul divorzio.
Certo queste riforme i socialisti non potevano farle da soli (non avevano la forza); vi fu allora la convergenza virtuosa tra socialisti e sinistra DC di allora (ben altra cosa rispetto a Rosi Bindi): Fanfani prima, e poi Donat Cattin e Fiorentino Sullo.
I comunisti dicono che senza la grande forza del PCI all’opposizione non si sarebbe fatto nulla. Proprio nulla non credo. Più che il Pci fu il grande processo di unità sindacale che proprio il centrosinistra determinò a rendere possibili le grandi battaglie del 1969. Del PCI ricordo che non favorì molto quel processo riformatore (si astenne sul voto allo Statuto dei Lavoratori- voleva votare contro, ma vi fu l’energico intervento di Luciano Lama che gli impedì di fare una sciocchezza).
Questo atteggiamento talvolta schizofrenico del PCI lo si può spiegare solo cercando di comprendere la sua natura complessa. Giustamente Cesaratto ha ben messo in evidenza come il PCI fosse lontano dall’essere socialdemocratico (e Cesaratto lo ritiene un limite).

 

Certo non era neanche un partito comunista classico. Ma qualcosa di molto particolare che solo nella realtà italiana poteva nascere. Già in una nota precedente ne ho parlato.
Il PCI dalla svolta di Salerno in poi ha sempre cercato una sua legittimazione. Era un partito convinto (gli accordi di Yalta parlano chiaro) di essere destinato a stare per lungo tempo all’opposizione, ma aveva bisogno di una forte legittimazione ad essere pienamente riconosciuto come partito nazionale. In un paese che era collocato in un blocco avverso a quello cui il PCI faceva riferimento.
L’Italia ha una sua peculiarità. Un paese che ha perso la guerra e che però è collocato al centro del Mediterraneo, al limite tra ovest ed Est e ponte naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente. Ai tempi di Giulio Cesare questo fu un punto di forza per la potenza di Roma.
In un paese che ha avuto il fascismo ed ha perso la guerra diventa un elemento di debolezza estremo, perché la politica italiana è sottoposta a fortissimi condizionamenti esterni. Più della Germania.
Ma in Germania presto la dialettica politica si è stagliata nel confronto tra un partito cristiano-democratico ed uno socialdemocratico. E tale è ancora oggi. In Italia dopo la scissione di Saragat del 1947 il Psi perse il suo leggero primato sulla sinistra ed il PCI divenne il primo partito d’opposizione (fino al 1989).
Togliatti costruì un grande partito di massa, che negli anni '50 ha svolto un compito essenziale nel far crescere e consolidare la democrazia repubblicana. Ma questo partito così fatto divenne un limite forte , a partire dagli anni 60, quando si trattò di far evolvere la democrazia italiana verso livelli più vicini alla media europea.
Togliatti aveva costruito questo partito probabilmente anche su una ipotesi di evoluzione della politica internazionale. Lo sviluppo della distensione e della coesistenza tra i blocchi avrebbero potuto produrre una evoluzione democratica del socialismo reale e favorire le vie nazionali al socialismo. Ma proprio per questo il PCI era ostile a qualsiasi cosa che forzasse lo status quo. Togliatti, secondo alcuni storici, fu uno dei più decisi sostenitori (insieme a Mao Tse tung e Suslov) della repressione sovietica in Ungheria di fronte ad un Krusciov scettico. Non solo il PCI sostenne l’invasione ma Togliatti ne fu uno dei più decisi ispiratori.
In realtà la storia si è mossa su binari ben diversi immaginati da Togliatti (ed in parte dallo stesso Berlinguer): di qui la forte crisi di identità che il PCI ebbe alla fine degli anni 70 e che non si è mai risolta positivamente. Il bipolarismo USA –URSS proprio per il gioco delle parti che lo sottointendeva non poteva riconoscere alcuna evoluzione interna. Gli USA e l’URSS hanno entrambi costruito la propria logica imperiale sulla presenza del nemico esterno. Ma, dicevamo, era un gioco delle parti. Nessuna delle due metteva più di tanto il naso negli affari dell’altro. Negli anni 60 e 70 era più forte e palpabile la contrapposizione URSS-CINA maoista che non quella USA-URSS. E’ solo alla fine degli anni 70 che essa esplode. Guarda caso dopo che gli Usa scelgono l’altra potenza comunista, la Cina, come interlocutore privilegiato. La Russia reagisce con gli SS 20 e l’invasione dell’Afhganistan.
Ma torniamo al PCI. Dicevamo che l’insistere sul profilo di partito nazionale quale fattore di legittimazione democratica si esaurisce con gli anni '60.
Ma il partito persiste nella doppiezza perché superare la doppiezza significa mettere in crisi la propria identità.

 

Questa doppiezza spiega i comportamenti schizofrenici del PCI quando è nell’area di governo e quando è invece all’opposizione. Si astiene (e stava per votare contro) sullo Statuto del Lavoratori quando è all’opposizione; accetta la politica dei sacrifici ed il rigorismo economico quant’è nell’area di governo (come il 76-79); parte a testa bassa contro Craxi e la riforma della Scala Mobile; ma poi nel 1993 appoggia il governo Ciampi che elimina del tutto la scala mobile. E potemmo continuare. Quello che oggi fa Napolitano ha dunque dei chiari precedenti.
Riassumendo: il PCI ha una funzione importante nel consolidamento della democrazia, ma la sua presenza costringe molti voti progressisti cattolici al congelamento nella DC. Costringe i socialisti o nella politica subalterna del Fronte Popolare o ad un rapporto con la DC da posizioni di forza minoritarie.
Non è l’espressione di orgoglio socialista ma una convinzione radicata, l’idea , che nonostante i suoi limiti, il PSI abbia svolto una funzione di modernizzazione repubblicana molto più forte di quella che è stata la sua rappresentanza elettorale. Lo è stato fino a che il velleitarismo di Craxi non abbia distrutto quella funzione originale e positiva di cui parlo.
Nel quadro del bipartitismo imperfetto il PSI è stato elemento catalizzatore sia delle correnti progressiste della DC che di quelle innovatrici nel PCI. Senza il Psi il bipartitismo imperfetto si sarebbe trasformato in una democrazia anemica ed ingessata.
Lo storico del socialismo , Maurizio Degli Innocenti, dice che il PSI rispetto al socialismo europeo ha avuto un handicap: essere stato assente (causa fascismo) negli anni '20 e trenta in cui andava maturando e modernizzandosi il pensiero socialista europeo. Infatti il PSI tale modernizzazione la vive in ritardo, dopo la fine dell’esperienza frontista grazie a due grandi intellettuali e dirigenti come Riccardo Lombardi ed Antonio Giolitti. Che sottopongono a revisione critica la teoria marxista dello stato, che cercano di analizzare le grandi trasformazioni del capitalismo nel dopoguerra (il “neocapitalismo”), che propongono la strategia delle riforme di struttura come alternativa ad una concezione anchilosata e dogmatica di rivoluzione. Riforme come strumento di profonda trasformazione strutturale (in senso democratico e socialista) , dall’interno, della società capitalistica. Questa visione si arricchirà delle riflessioni di Fernando Santi e Brodolini sulla funzione del sindacato nelle riforme di struttura. Non è un caso che Santi e Brodolini siano stati entrambi vicesegretari della CGIL ai tempi di Di Vittorio. Io credo che la corrente comunista della CGIL sia stata la più vicina (con Di Vittorio, Lama e Trentin) alla cultura del riformismo socialista. Non è un caso che Di Vittorio fu l’unico tra i massimi dirigenti del PCI a condannare l’invasione russa dell’Ungheria.

 

Ecco questo patrimonio che lega l’autonomismo socialista ed il riformismo vero del PCI (quello dei sindacalisti) sia quello da riscattare e rivalutare pienamente nel quadro di una ricostruzione socialista della sinistra italiana. Purtroppo il postcomunismo, per presunzione o sensi di colpa non ha mai voluto affrontare i nodi che gli hanno impedito di superare i propri limiti, in una epoca dove questo ragionamento era possibile farlo.
Io mi auguro che questi giovani del PD che questi limiti sembrano averli compresi. Gli consiglierei però di definirsi esplicitamente socialisti (come si definiva Bruno Trentin) e non vagamente progressisti.
Del Psi craxiano o peggio postcraxiano non c’è nulla da recuperare, con buona pace di Covatta. Se su Craxi come figura va certamente espresso un giudizio articolato (che salvi, ad esempio la sua politica estera) e va condannato esplicitamente l’averne fatto diventare un capo espiatorio di tutti i mali, delle ricadute della sua politica sul Psi non c’è nulla da salvare e meno che mai c’è da salvare qualcosa del postcraxismo.
E comunque il nostro obbiettivo non è affatto la rifondazione del PSI. E’ quella di portare con orgoglio giusto le idee del socialismo autonomista vero nel processo di rinascita di una forza della sinistra italiana (nel PSE).

 

Peppe Giudice

 

Ultima modifica il Lunedì, 09 Gennaio 2012 20:05

 

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7 febbraio 2012 2 07 /02 /febbraio /2012 16:51

 

 

APPELLO DEI SOCIALISTI ISCRITTI A SEL:

PER UN PARTITO ED UN PROGETTO DEL SOCIALISMO DEMOCRATICO DEL XXI SECOLO

*      Scritto da Peppe Giudice Venerdì, 23 Dicembre 2011 08:45


«Siamo iscritti a SeL che si riconoscono nella tradizione e nella cultura politica del socialismo italiano.
La nostra scelta è stata motivata dalla comprensione che la suddetta tradizione, essenziale per la sinistra e la democrazia italiana e con tratti di stringente attualità, non poteva essere rinchiusa in recinti stretti ed angusti di micro-soggettività politiche ad uso e consumo di un ceto politico marginale, incapace di elaborazione culturale.
Essa, piuttosto, va messa a disposizione di un più generale processo di ricostruzione di una sinistra larga, popolare e di ispirazione socialista. SeL si è concepita come soggetto transitorio. Ebbene proprio questa sua caratteristica ha convinto noi ad aderirvi, per portare il nostro contributo di idee e di lavoro politico.
Un soggetto transitorio non è l’equivalente di un partito senza precisa identità politica.
Un soggetto politico non identitario non esiste (parliamo di identità politica e culturale non di senso di appartenenza organizzativo). Esso sarebbe effimero e fondamentalmente legato agli impulsi emozionali che un leader mediaticamente bravo è in grado di suscitare.

Quando il leader si appanna inevitabilmente il soggetto stesso declina.
Anche se formazione transitoria, SeL non può continuare ad essere un mero contenitore di coloro che hanno cercato rifugio dalla scomparsa della sinistra dal parlamento. Deve diventare un soggetto in grado di essere riconoscibile per tratto identitario ed organicità del progetto, in grado di radicarsi sul territorio.
Certo, capiamo che è difficile aprire una discussione sulla identità. Essa (a causa di tutta una serie di rimozioni e nodi storici non risolti dalla sinistra italiana) è passibile di provocare lacerazioni. Ma ad un certo momento diventa cruciale affrontare con un serio dibattito democratico temi anche spinosi.
La storia della sinistra del 900 non è uniforme. Le due grandi correnti in cui si è diviso il movimento operaio e socialista dopo la rivoluzione bolscevica (socialismo democratico e comunismo)non hanno affatto avuto il medesimo destino: il socialismo democratico , pur avendo vissuto le sue contraddizioni e pur avendo realizzato solo parzialmente il suo programma, esce a testa alta dal 900, avendo realizzato, in Europa, il modello sociale più avanzato mai sperimentato (la reazione del capitalismo neoliberista è stata tutta rivolta contro le conquiste della socialdemocrazia).

Il comunismo dove è stato al potere ha prodotto il cosiddetto “socialismo reale” che ha rappresentato la più netta negazione dei valori emancipatori del socialismo e della democrazia; dietro la falsa coscienza ideologica della contrapposizione tra “campo socialista” e “campo capitalista” si è messo al servizio della logica imperiale sovietica simmetrica a quella americana. Le due potenze vincitrici della II Guerra Mondiale hanno entrambi usufruito di una copertura ideologica al proprio imperialismo. “la difesa del mondo libero” da parte degli Stati Uniti, quella del “proletariato e del campo socialista” da parte dell’Urss. L’Europa e l’America Latina sono le aree che più hanno sofferto di questo bipolarismo condiviso .
Il crollo del socialismo reale non ha affatto rappresentato una sconfitta del movimento operaio. Nei regimi comunisti vigeva lo sfruttamento sistematico da parte del capitalismo di stato. Oggi in Cina dietro il modello politico comunista c’è il capitalismo più brutale mai visto. L’identificazione tra modello sovietico e socialismo è stato piuttosto controproducente per la sinistra e per il socialismo.
E quel sistema non è stato semplicemente il frutto delle terribili degenerazioni dello stalinismo. Chi proviene dalla tradizione socialista sa bene che è nella concezione leninista e bolscevica del partito e della rivoluzione (esse rappresentano una vera e propria degenerazione “giacobina” ed autoritaria del pensiero di Marx ed Engels), che si annidano i germi del totalitarismo. Del resto esponenti del marxismo democratico e libertario (sia pur diversi tra loro) come Karl Kautsky e Rosa Luxembourg, avevano già ampiamente intravisto il carattere dispotico della rivoluzione bolscevica ai suoi albori (1918-1919). Stalin aveva fatto precipitare il sistema in una paranoica e terroristica dittatura personale ma le premesse di tale degenerazione stanno tutte nel regime di partito unico e di collettivismo burocratico imposto da Lenin e Trotrzky.

Sappiamo bene che il PCI ha una sua storia peculiare non riducibile (quantunque storicamente dipendente) al comunismo realizzato. Ma l’elaborazione del PCI era originale rispetto alla III Internazionale, ma non certo alla socialdemocrazia tedesca ed austriaca a cui per alcuni aspetti si avvicinava magari inconsapevolmente e comunque senza il coraggio di ammetterlo. Di qui nasce la famosa “doppiezza” di un partito ne’ comunista ortodosso né socialista ma orgogliosamente “italocomunista”. Una doppiezza che è certo servita negli anni 50 per far radicare un grande partito d massa indispensabile al consolidamento della democrazia. Ma che in seguito è divenuto un grosso peso, soprattutto nella fase in la democrazia italiana sarebbe dovuta passare dalla fase della consociazione a quella dell’alternativa.
IL fallimento del comunismo italiano sta essenzialmente nella incapacità di superamento della doppiezza. La sintesi auspicata tra comunismo e socialismo democratico era impossibile e infatti non è mai giunta.
Parliamo di fallimento (o se vogliamo di esaurimento) di una esperienza (che comunque ha avuto incontestabili meriti storici, sia pur nelle contraddizioni che l’hanno caratterizzata) in quanto lo stesso corpo del partito lo ha nei fatti riconosciuto nel 1990 decretando lo scioglimento del PCI. Certo quella operazione fu dimezzata , perché insieme alla esigenza giusta di fuoriuscire completamente dall’esperienza comunista non si indicò con chiarezza la direzione di marcia. Quel vuoto ha pesato per tutta la seconda repubblica.
Siamo socialisti, ma siamo consapevoli che anche la nostra storia ha i suoi punti oscuri e comunque da criticare con decisione. La esperienza del PSI degli ani 80 è stata controversa e costellata da errori e colpe politiche che hanno prodotto processi degenerativi gravi; non possiamo nasconderlo. Pur nella articolazione del giudizio, non possiamo non stigmatizzare il rampantismo edonista ed amorale che si impossessò di vasti settori del partito, l’allontanamento dai valori e principi del socialismo da parte dei Martelli e dei DE Michelis. Ma non si può gettare il bambino con l’acqua sporca. Pur nelle degenerazioni (che poi negli anni 90 hanno coinvolto anche il resto della sinistra) c’era una vasta platea di militanti, dirigenti, sindacalisti ed amministratori socialisti onestissimi, con grande passione civile ed interpreti di un socialismo autentico. Il processo stupido ed autolesionista di demonizzazione a 360° dei militanti e della stessa tradizione socialista ha terribilmente mutilato ideologicamente e politicamente la sinistra della II Repubblica. Fiaccandone la forza. Nel 1987 la sinistra aveva il 45% dei voti, nel 96 era scesa al 30%, nel 2006 al 25%. Non c’è alcun dubbio che il forte indebolimento elettorale della sinistra ha pesato sul carattere moderato che il centrosinistra della II Repubblica ha manifestato.

Come critichiamo alcuni periodi del socialismo italiano, siamo allo stesso modo critici verso quelle derive moderate e neoliberali di un pezzo di socialdemocrazia europea che vanno sotto il nome di III Via. In realtà queste derive avevano l’obbiettivo di uscire fuori dalla socialdemocrazia e di imporre un modello di riformismo corrotto e subalterno al liberismo.
Questo pezzo di socialdemocrazia, un po’ per pigrizia intellettuale, un po’ una tendenza intrinseca alla subalternità rispetto all’avversario, si era convinto che il modello di capitalismo liberale (o turbo-capitalismo) sarebbe durato a lungo negli anni, per cui il riformismo avrebbe dovuto limitarsi ad attenuare le conseguenze più devastanti del liberismo, senza metterne in discussione il meccanismo strutturale.
Come ha ben spiegato un intellettuale socialista come Giorgio Ruffolo, questo modello economico e sociale capitalistico-liberista inizia negli anni 80 con la liberalizzazione dei movimenti di capitale e con la riorganizzazione della grande impresa capitalista che ha utilizzato le innovazioni tecnologiche per modificare fortemente i rapporti di forza tra lavoro e capitale a vantaggio di quest’ultimo. Questo mutamento è stato fortissimo nei paesi anglosassoni, dove la forza del movimento sindacale è stata praticamente annullata , già a metà degli anni 80. Molto meno in quelle realtà dove c’era una socialdemocrazia ed un sindacato forti e con modelli economici poco influenzati dal processo di finanziarizzazione (paesi del Nord-Europa). Il combinato disposto tra liberalizzazione del capitale, e la modifica dei rapporti di forza tra capitale e lavoro ha prodotto la finanziarizzazione quale elemento strutturale del processo di accumulazione capitalistica e la divaricazione crescente tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Come nota Ruffolo, il meccanismo keynesiano-socialdemocratico si fondava su una implicita politica dei redditi che legava strettamente l’andamento dei salari a quello della produttività del lavoro.

Ma ciò presupponeva rapporti di forza equilibrati. Quando essi si squilibrano a favore del capitale, i salari ed redditi da lavoro crescono molto meno della produttività. Ma poiché la base di massa della domanda è fornita dai redditi da lavoro, ed il loro peso decresce, ecco un nuovo impulso alla finanziarizzazione: la crescita dei consumi viene finanziata dalle bolle speculative e dall’indebitamento privato. La gravissima crisi scoppiata nel 2008 (e che si sta aggravando ed avvitando) ha questa radici. In ultima analisi è la divaricazione tra capitale e lavoro la sua origine primaria.
Gli anni 90 hanno ancor più dato forza alla finanziarizzazione globale. Sia per la possibilità dell’uso della moneta elettronica, sia perché il crollo del comunismo ha fatto entrare nel mercato globale la Russia , la Cina ecc. Ed ha fornito armi ideologiche a chi voleva far passare ogni socialismo possibile come un attentato alla modernizzazione ed all’innovazione. Il centrosinistra italiano è stato molto subalterno a tale “racconto”.
La crisi della socialdemocrazia degli anni 90 (e primi anni del decennio trascorso) non è affatto crisi del socialismo democratico e dei suoi valori, ma, a parte il fatto che va analizzata da paese a paese (vi sono differenze non marginali), è stata la conseguenza della sua chiusura nei recinti dello stato nazionale mentre il capitalismo ne metteva in discussione il ruolo (oggi mette in discussione il ruolo stesso della democrazia).
Non c’è stata fino ad oggi una vittoria del capitalismo. Il capitalismo senza antagonismi politici e sociali produce forze autodistruttive (come la crisi attuale dimostra). Il guaio è che il capitalismo potrebbe trascinare nella sua catastrofe ogni conquista democratica e di civiltà.
Il socialismo europeo ha svolto una seria autocritica dei propri errori e delle proprie derive.

Qualcuno eccessivamente esigente potrà dire che non è sufficiente. E’ comunque importante che l’abbia avviata. In Italia non l’ha fatto nessuno.
La sinistra della II Repubblica è stata perdente: strutturalmente perdente. Perché dalla scomparsa del PSI e dalla trasformazione del PCI non è venuto fuori nessun progetto serio. La sinistra, già indebolita elettoralmente (rispetto alla I Repubblica)ha vissuto dal un lato il riformismo corrotto e subalterno dell’Ulivo prima e del PD Veltroniano poi; dall’altro lato il sinistrismo di Bertinotti o di Pecoraro Scanio. Che viveva unicamente in funzione della creazione di una rendita elettorale di soggetto minoritario denunziando i “tradimenti” del riformismo. Ma senza costruire un progetto organicamente socialdemocratico (del resto chiedere a Rifondazione di fare la socialdemocrazia era troppo!)
Per cui la progressiva deriva della sinistra ha prodotto due disastri : Il PD centrista di Veltroni (a vocazione maggioritaria) ed il sinistrismo senza progetto dell’Arcobaleno.
Ed ecco il quadro attuale. La crisi profonda della politica ha prodotto questo governo “tecnico” che certamente non è amico dei lavoratori e dei ceti deboli. Ma che tutti hanno vissuto come uno stato di necessità. E comunque la necessaria opposizione alla politica sociale ed economica di questo governo deve avvenire sul terreno di un riformismo forte e di una sinistra di governo.
A nostro avviso oggi SeL può svolgere un ruolo importante e propulsivo, a patto che cessi di essere pura proiezione di un leader (che ha svolto un ottimo compito). Si dia una identità e si radichi.

OGGI UNA SCELTA DI SEL DI ENTRARE NEL PSE E NELL’INTERNAZIONALE SOCIALISTAsarebbe una mossa che muoverebbe in positivo il quadro politico, e soprattutto accelererebbe l’esplosione delle contraddizioni nel PD: questo del resto sarebbe il detonatore vero di una ricomposizione della sinistra su un progetto di socialismo democartico.
Vedete, compagni: il socialismo democratico non è il capitalismo più il welfare come un vecchio comunismo settario l’ha dipinto. Questo al massimo può essere il progetto di un partito liberal-democratico.
No il socialismo democratico, come lo abbiamo appreso fin dagli anni 30, è riforma strutturale dei rapporti di potere economico e sociali generati dal capitalismo. IL socialismo democratico non ha le velleità palingenetiche del comunismo e non pretende di essere un modello perfettamente compiuto o la fine della storia, ma è processo che modifica la realtà.
Socialismo democratico significa welfare di qualità ma anche economia mista che prevede la gestione pubblica (aperta alla partecipazione dei lavoratori e dei cittadini ) dei beni comuni e collettivi, nonché dei settori strategici dell’economia, democrazia economica e codeterminazione nel settore privato (con la responsabilità sociale dell’impresa), spazio ad una economia cooperativa e mutualistica, incentivi alla piccola impresa, nel quadro di una generale programmazione democratica dello sviluppo (che oggi necessariamente include il tema della compatibilità ambientale dello stesso).

Peppe Giudice

Firme: Peppe Giudice . SEL Potenza; Stefano Buffone, SeL Udine; Augusto Da Rin , SEL Padova; Fabio Mischi SEL Piombino; Mario Francese SEL Aversa; Damiano Ignone, SeL Mesagne (Br); Luigi Fasce, SeL Genova: Montauti Luciano, SeL Livorno; Roberto D'Ambra SEl Livorno; Franco Maltinti SEL LIvorno; Matteo Saracino, SEL Potenza; Vincenzo Lorè, SEL Palagiano (TA); Baggiani Francesca SeL Livorno; Montauti Erika, SEL Livorno; Franzon Massimo, SeL Livorno ; Paolini Alessandro SeL Livorno; Giorgio Righetti, SeL Verona; Luciano Fantini SeL Genova; Anna Maria Pagano, SeL Genova; Claudio Bergomi, SeL Milano; Luciano Conti,Ottavio Herbstritt,Livio Pacini,Maurizio Berni,Franco Marianelli,Massimiliano Turrini e Giuseppe Scannapieco (tutti iscritti a SeL LIVORNO); Andrea Pisauro, SeL Londra (UK); Francesco Berni, SeL Venezia; Elena Brunetti SeL Roma - Ostia; Giuseppe Onorati, SeL Potenza;Lorenzo Balducci SEL Livorno; Gianluca Lisci SEL PISA

Firme al 21-12-11

Ultima modifica il Venerdì, 23 Dicembre 2011 05:50

 

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19 gennaio 2012 4 19 /01 /gennaio /2012 17:49

 

 

Il ritorno dell'Avanti !
Rino Formica direttore

Critica Sociale - 25 Novembre 2011

 

Per iniziativa di Critica Sociale, riprendono le pubblicazioni dell’Avanti!, il quotidiano socialista che cessò le sue pubblicazioni nel novembre del 1993 per il fallimento della casa editrice del PSI. Esattamente dopo 18 anni dalla sua chiusura ed in occasione del 120° anniversario della fondazione di Critica Sociale, la Rivista di Filippo Turati ha ottenuto il 15 novembre scorso dal Tribunale di Milano la conferma della proprietà e il titolo esclusivo ad editare il quotidiano la cui testata venne registrata dalla Critica Sociale a sua tutela nel 1994, un anno dopo la cessazione delle pubblicazioni, in base alla legge sulla stampa numero 48 del 1947. Direttore dell’Avanti! è l’on. Rino Formica - che svolgerà un ruolo di garanzia verso tutte le componenti socialiste presenti negli attuali schieramenti politici - mentre Direttore responsabile, in rappresentanza della proprietà e dell’editore è Stefano Carluccio, già caporedattore dell’Avanti! di Milano. Lo scopo della Critica Sociale nel rieditare l’Avanti! è duplice: - da un lato, sottrarre il quotidiano - dopo il lungo periodo di paralisi dovuto al prolungato processo falimentare della vecchia editrice - dall’abuso del nome della sua testata di cui è stato oggetto in questi anni, contando sulla buona fede di molti lettori ed ex militanti socialisti bisognosi di un punto di riferimento dopo il crollo del proprio partito; - dall’altro di rendere l’Avanti! direttamente disponibile, attraverso la convocazione di una Conferenza Nazionale, alle Fondazioni socialiste, alle organizzazioni, alle associazioni territoriali, senza preclusioni o pregiudizi circa le scelte di schieramento compiute in questi anni di bipolarismo rissoso a cui il ritorno dell’Avanti! indende contribuire a porre termine per una svolta autentica ed un nuovo corso politico della democrazia. In questo numero, la pubblicazione “simbolica” e di buon auspicio di uno straordinario documento storico: il Numero Zero dell’Avanti! pubblicato da Turati e Bissolati il 2 aprile del 1893 a cura dell’ “Unione tipografica socalista di Milano” per lanciare il movimento di sottoscrizione popolare che portò tre anni dopo, il 25 dicembre del 1896, alla nascita del primo quotidiano nazionale dei lavoratori italiani. E’ la medesima stada sulla quale il numero 1 della Nuova Serie dell’Avanti, 115 anni dopo, intende nuovamente incamminarsi verso una casa editrica fondata su un azionariato diffuso e indipendente 

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9 gennaio 2012 1 09 /01 /gennaio /2012 11:49

«Nel corso dell’anno appena trascorso molte volte si è fatto riferimento all’Europa come all’ambito minimo entro cui determinare le scelte dei singoli paesi. Oggi questa affermazione è enfatizzata dalla potenza della crisi, che è in primo luogo crisi dei debiti sovrani ovvero degli stati nazionali.

 

Le risposte che fin qui sono venute sono state insufficienti ad arginare la pressione speculativa, in particolare per il rinculo sovranista che è stato messo in campo dai paesi più importanti, a partire dal duo franco-tedesco che ha dettato l’agenda della crisi. Per la Germania, senza rispolverare i fantasmi del passato, si è trattato di aprire un contenzioso con il resto del continente, per ora vincente, teso a imporre politiche di austerità in particolare agli stati con maggiori debiti pubblici, tra i quali l’Italia, per garantire la tenuta del proprio modello economico basato su esportazioni e sul vantaggio generato dall’innalzamento dello spread dei paesi debitori, che hanno garantito ad un sistema che si finanziava con tassi al 2% di acquisire sul mercato cedole ben più redditizie.

 

Il mantra tedesco è stato quello di evitare ad ogni costo anche il più piccolo segnale di ripresa inflattiva, condannando nel contempo i paesi più deboli a vere e proprie recessioni economiche. In più, nel nome di un’indipendenza assoluta della Bce, si è assistito senza un battito di ciglio alla rigidità di Trichet che, per ben due volte prima dell’autunno, ha aumentato i tassi di interesse in un momento in cui c’era bisogno di maggiore liquidità, contribuendo non poco allo scatenarsi della crescita degli spread per i titoli dei paesi più esposti. Lo stesso fondo “salva stati”, l’Esfs, è risultato del tutto inadeguato, sia per dotazione che per capacità reale di intervento, così come si avvia ad esserlo il nuovo Esm, proposto dopo il deludente vertice intergovernativo di due settimane or sono. L’unico segnale positivo, per altro giudicato insufficiente dalle stesse reazioni dei mercati, è stato il fiume di liquidità a vantaggio delle banche, immesso dal governatore Mario Draghi, e il contestuale abbassamento dei tassi al minimo storico dell’1%. Eppure, si ha la netta sensazione che ciascuna di queste manovre non sia altro che un pannicello caldo a fronte di una ben più radicale necessità di ripensare il sistema europeo nel suo complesso.

 

A vent’anni dal trattato di Maastricht possiamo iniziare a trarre, pur nella tempesta della crisi, qualche utile indicazione per costruire un credibile futuro per i cittadini europei. È stato un ventennio in cui ha largamente prevalso l’ideologia monetarista per quanto riguarda la costruzione dell’Unione, mentre le politiche nazionali sono state assediate da due fenomeni complementari: da un lato le destre europee che vedevano prevalere, forse con la sola eccezione della Germania, i fenomeni populisti, di cui Berlusconi e Sarkozy sono stati di certo i maggiori interpreti, dall’altro l’affermazione della cosiddetta “terza via” nel campo socialista europeo, che era nata con l’illusione di assecondare gli istinti brutali del liberismo con una qualche attenzione alla dimensione sociale. La crisi attuale sta facendo saltare entrambe le tendenze, come dimostrano simmetricamente la sconfitta sonante di Zapatero e l’uscita di scena di Berlusconi, dando spazio ad una via tecnocratica che può, anzi deve, fare i conti il meno possibile con la democrazia.

 

È nemico dell’Europa (!) il referendum proposto da Papandreu, è pericoloso il ricorso ad elezioni in Italia. La crisi, insomma, si deve affrontare con il corredo dello “stato d’eccezione”, con tutto ciò che ciò comporta sul piano della democrazia sostanziale.

 

Eppure per affrontare la crisi, le politiche di austerità non solo non basteranno, ma potrebbero essere il de profundis dell’intero modello europeo, basato sulla costruzione della pace e sul welfare. Ci sarebbe bisogno, per contrastare davvero la crisi, di cambiare politica, non di penalizzare i settori più deboli delle popolazioni europee. Per cambiare politica c’è bisogno di una intenzione chiara, quella di puntare ad un processo di maggiore integrazione europea e di contrastare le politiche di austerità, e di una massa critica. L’intenzione comincia ad emergere in molti settori della sinistra europea, a partire dai maggiori partiti socialdemocratici e nello stesso Pse, la massa critica va costituita mirando a sostituire l’attuale egemonia di destra al governo in Europa, dalla Francia alla Germania, passando per l’Italia, con una vittoria delle sinistre e dei centrosinistra continentali.

 

Per fare ciò, è necessario che tutte le forze politiche che condividono questi obiettivi, superando antiche ruggini ed egoismi, si mettano a disposizione di un cambiamento necessario. Penso che anche il mio partito, Sinistra Ecologia Libertà, debba farlo con decisione, proponendo una strategia pienamente europeista e contribuendo al dibattito in corso nelle forze di sinistra europee, in particolare nel Pse. La crisi può produrre molti affanni, ma può davvero essere l’occasione di una nuova stagione per i popoli europei.

Gennaro Migliore

Fonte: Sinistra Ecologia Libertà

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7 gennaio 2012 6 07 /01 /gennaio /2012 12:34

Bentornato Avanti!

 

Il ritorno dell’Avanti! colma un grosso vuoto nell’informazione politica in Italia. Torna una voce per quanti socialisti lo sono consapevolmente e per quanti lo sono magari senza rendersene conto. Non è un paradosso, perché voglia di socialismo appartiene a chiunque attenda un futuro di prospettive e condizioni migliori per tutti.  Chiamata a realizzare questo è la politica e il giornale dei socialisti può contribuire a ridare alla politica il suo senso, informando, sollecitando, spiegando.

Accanto al laboratorio culturale di Mondo Operaio e alla tribuna d’idee dell’Avanti! della Domenica, riprende il suo posto l’Avanti! quotidiano. Questa costante presenza in rete sarà un puntuale riferimento per tutti coloro, soprattutto i più giovani, che credono nella forza delle idee che rinnovano profondamente la convivenza civile, restituendo giustizia sociale e rispetto per le persone.

Attraverso un’attenta osservazione della realtà, l’Avanti! esprimerà e diffonderà questa voglia di socialismo, per contribuire a cambiare una società da troppo tempo bloccata dal liberismo di una finanza anonima e vagabonda.

Paolo Nasso

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